La ragazza che non voleva crescere

“L’umanità ha più valore di un’immagine dell’umanità, che alla fine non è altro che sfruttamento”

W.E.Smith

Il 17 Novembre 2010 si spegneva Isabelle Caro, modella scelta nel 2007 dal fotografo Oliviero Toscani per una campagna pubblicitaria shock contro l’anoressia, in cui la ragazza posò mostrando il suo corpo devastato (31 kg per 1,65 m di altezza).

Padre assente, una madre vittima di una profonda forma di depressione che non accettava di veder crescere la propria figlia, trascorse l’infanzia tra le mura domestiche prigioniera di un genitore iperprotettivo, raccontando questo inferno nell’autobiografia intitolata “La ragazza che non voleva crescere”. Esattamente due mesi dopo, è il 17 Gennaio, si toglie la vita la madre, Marie. A darne l’annuncio il marito Christian Caro, che accusa il fotografo italiano di aver alimentato i sensi di colpa della donna con un’intervista rilasciata dopo il decesso della modella.

“Non ha mai capito che non era una modella, era una ragazza malata e in fase terminale, pensava di avere successo come attrice, ma si era montata la testa. Era diventata vittima di se stessa usando i media”

Un notevole campione di tatto, considerando che si riferiva ad una ragazza deceduta da pochi giorni dalla quale aveva tratto un notevole profitto in termini di immagine, ma che non sorprende chi ne ha seguito la carriera. Celebri le campagne pubblicitarie degli anni ’90 per Benetton che provocarono indignazione in tutto il mondo: è del 1991 “Angelo e Diavolo” col banale stereotipo del cherubino biondo e paffuto. Ed un bambino di colore ad interpretare il diavolo… la classica campagna pubblicitaria multirazziale studiata per Benetton con protagonisti ragazzini perfetti, che in realtà comunicava un messaggio più intollerante del razzismo che si prefiggeva di denunciare. Nel 1998 è autore di “Cacas”, seriosa quanto inutile classificazione fotografico-enciclopedica di feci umane ed animali, mentre nel 2009 è da segnalare la sua offerta per ritrarre Eluana Englaro in coma da 17 anni, giustamente rifiutata dal padre della ragazza.

Le foto di Toscani sono provocazioni gratuite, tecnicamente fredde, spesso carenti dal punto di vista compositivo e slegate dal prodotto che dovrebbero reclamizzare, create con l’unico scopo di trovarsi furbescamente al centro dell’attenzione mediatica.

Di ben altro spessore l’opera di William Eugene Smith (1918-1978), le cui fotografie appaiono straziate e tormentate come il suo animo segnato dal suicidio del padre e da una madre soffocante, caratterizzate da un bianco e nero sporco e sofferto da cui emerge una tecnica incredibile unita ad una sensibilità fuori dal comune, che mise al servizio di deboli ed oppressi realizzando scatti dall’incredibile intensità emotiva senza mai scadere nella vuota e sterile provocazione. In prima linea nel documentare i feroci combattimenti nel Pacifico durante il secondo conflitto mondiale, nel 1946 immortala due bambini mentre escono da una selva oscura: si tratta di “In cammino verso l’Eden”, foto che divenne il simbolo della rinascita dell’umanità dopo le tenebre della guerra.

Grandiosi saggi fotografici sono “Country doctor” (1948), “Spanish village” (1950) e “Nurse Midwife” (1951), ma è il reportage dal villaggio giapponese di Minamata che colpisce dritto al cuore, quando documentò gli effetti sulla popolazione locale dell’avvelenamento da mercurio, scaricato per anni dall’industria chimica Chisso direttamente nelle acque della baia provocando migliaia di vittime e che raggiunge la vetta emotiva nella foto intitolata “Tomoko Uemura in her bath”, tra i primi e più sinceri atti di denuncia ecologista.

“Il fotogiornalismo, a causa dell’enorme pubblico a cui arrivano le pubblicazioni, influenza le idee e l’opinione pubblica più di ogni altro ramo della fotografia, per cui il fotografo deve avere un forte senso dell’onestà e l’intelligenza per capire e presentare il suo soggetto opportunamente”   

W.E. Smith

 

 

 

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