02.2011 – Generazione Bambinaia.

di donato gagliardi

Infanzia. Il problema è serio.
Stiamo parlando del solo, vero (e brevissimo) lasso di tempo in cui ci è concesso avere come unico scopo verso il quale indirizzare l’esistenza, la felicità, quanto meno l’assenza di problemi.
Tale visione dell’infanzia è unanime: dal re al condannato ergastolano, la si pensa così.
E’ per questo che, di norma, agli orchi che infrangono questa legge, non si concede pietà, nei saloni reali, come nelle celle detentive (a meno che non s’includa nella categoria dei “re” il papa, e in quella dei “saloni reali” le stanze pontificie. Lì la pietà cristiana è ovunque, pervadente, in grado di perdonare anche queste sconcezze).
L’infanzia è anche quel brevissimo lasso di tempo in cui ad un genitore è concesso imparare il mestiere del genitore.
Se non hai imparato qualcosa su come si cresce un pargolo entro la fine del suo ottavo anno scolastico, l’impresa, tosta di per sè, potrebbe risultarti impossibile.
Okay, non ho prove su cui fondare questa teoria, non ho figli. Però spero di averne almeno uno, un giorno, e di arrivare al suo ultimo giorno di scuola media senza avergli/le procurato traumi eccessivi, in quantità o qualità. Ma so pure che riuscirci sarà un dannato casino.

Si è fatto un gran parlare, di recente, di metodi educativi.
Una psicopatica sinoamericana certificata Yale (facoltà di legge), ha pubblicato un saggio che ha causato gran clamore, dal titolo L’inno di battaglia della madre tigre. Si chiama Amy Chua.
Seconda Ms.Chua, il sorpasso economico e culturale della Cina sull’Occidente avrà (ha?) come base l’impostazione educativa spartana che i genitori cinesi impongono alla loro prole, l’unica in grado di sfornare figli preparati ad affrontare le asperità della vita adulta, e ad avere successo.
L’Occidente decadente ha assunto un atteggiamento educativo molle, iperprotettivo, nei confronti dell’ infante, che ha come conseguenza quella di caricarlo di insicurezze e scarsa determinazione.

Ora, voglio essere chiaro: ho dei genitori fantastici. Okay, a tratti insopportabili, a volte vorrei vederli partire per viaggi intorno al mondo lunghi un anno, però fantastici. Anche se tendo ad essere anaffettivo, voglio loro un gran bene e sono grato per tutto ciò che mi hanno dato. Che è tanto.
Diciamo che per molti versi, sono stato un bambino e un adolescente “privilegiato”, anche se ammetterlo mi crea qualche disagio.

Scuole private, giocattoli, videogame, viaggi. Ma questi privilegi sono sempre stati accompagnati da un tipo di educazione che – seppur non propriamente da tigre – più di una spigolo “autoritario” l’ha avuto. Se i voti a scuola non appartenevano alla fascia alta (dal sette e mezzo in sù, per intenderci) non venivo apostrofato con carinerie quali “sei spazzatura”, come faceva il padre di Amy quando lei frequentava il liceo, ma era difficile strappare sorrisi a tavola. Anzi, era molto più facile strappare cazziate di discreta intensità e durata. Stessa cosa dicasi per qualsiasi reticenza mostrata nel partecipare agli allenamenti di nuoto e basket, agli incontri scoutistici o alle lezioni di catechismo, inglese e musica (anche se, pure in questo caso, nessun genitore raggiunse con me o mio fratello le punte di delirio descritte dalla povera Amy, come l’essere costretti a suonare il proprio strumento per ore, senza mangiare, bere o andare in bagno, nel tentativo di completare una spartitura complessa senza commettere errori) . Ecco, penso che dalla complessiva bontà dell’educazione ricevuta in quegli anni e delle lezioni acquisite, almeno due punti deboli dell’educazione (pseudo)tigresca impartitami, mi siano diventati chiari: la moltiplicazione delle figure educative e la convinzione di non poter avere mai margini di errore, in ciò che facevo.
La prima credo mi abbia portato ad avere atteggiamenti passivoaggressivi nei confronti delle figure autoritarie (tanto per dirne una, ho da sempre più timore dei poliziotti che dei criminali, naturalmente con i dovuti distinguo) . La seconda, mi ha creato non pochi problemi nell’affrontare i primi brutti voti scolastici e le prime sconfitte sportive. E mi ha spinto ad alcuni atteggiamenti piuttosto cretini, di quelli che ogni buon genitore si augura che il proprio figlio non assuma, nel tentativo di sfogarmi e far passare il bruciore dell’insuccesso.
Considerato quanto finora detto, parrebbe logico affermare che un’educazione antitetica, tutta blandizie e permessi e mancanza di
doveri, mi avrebbe portato ad avere meno patemi. In effetti invidiavo i miei coetanei dotati di genitori la cui peggior reazione ad un brutto voto fosse “ah, beh, pazienza!”. Sicuramente avranno sofferto meno di me le ansie agonistiche e accademiche, e non avranno subito processi di rigetto di ogni forma di competizione si sia loro presentata, vita natural durante.

Ma a volte mi domando se quei bambini siano stati in grado di formarsi una autocoscienza, una personalità,  degna di tal nome. I vincoli e le restrizione, in fondo, temo siano serviti a questo.
Voglio dire che quel tipo di educazione, per quanto a tratti rigida, mi ha assicurato due cose fondamentali (oltre all’impulso alla ribellione previa utilizzo di stupefacenti e promiscuità sessuale, in età adolescenziale): uno spirito critico e una cultura. In altre parole, la capacità di pormi delle domande e, quando possibile, di trovarne le risposte. E pure di una discreta dose di testardaggine. Che tendo a considerare più un pregio, che un difetto.

Beh, ci ho pensato a lungo, e l’unica conclusione plausibile che posso trarre da quest’accozzaglia di pensieri, raffazzonata e mal scritta, è la seguente: crescere figli deve essere un vero inferno. I genitori (con tragiche eccezioni) sono le persone che più desiderano educare i propri figli, ma spesso si rivelano le meno adatte a farlo. E probabilmente  metodi educativi perfetti non esistono. Sarà banale, ma probabilmente l’unica vera regola è amarli e fare intendere il proprio amore.
Visto che ormai ho calato le brache e reso pubblico il mio lato sensibile – il mio amico Tommaso lo chiama lato gay – dico pure questo: un po’ mi è dispiaciuto leggere, sul nostro ultimo numero, una folta (e assolutamente ben argomentata) schiera di opinioni contrarie all’avere figli, al giorno d’oggi.
Sia chiaro: ora come ora, rappresenta pure per me l’ultima delle questioni.
Però MUMBLE: è scritto da membri di una generazione, quella venuta al mondo tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80, che viene spesso etichettata in modi orrendi: “generazione Y” (da leggere “why?”, ossia “perchè devo fare questo piuttosto che quest’altro?”, in altre parole una generazione d’indecisi cronici), “mtv generation”, “bamboccioni”. Forse il riscatto da questa generale visione mortificante che i nostri padri sembrano avere di noi, passa pure per atti di coraggio come il mettere al mondo figli, nonostante le avversità, e dimostrare di essere in grado di crescerli nel miglior modo possibile, quello che non è ancora stato inventato. In fondo, se esiste una generazione laboratorio, una generazione che ha fatto da cavia a teorie pedagogiche di ogni tipo (da quelle più “tradizionali” e assimilabili all’approccio cinese, a quelle post-sessantottine) è proprio la nostra. Facciamo buon uso degli errori commessi sulla nostra pelle.

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