Il gioco possibile di una veramente vera menzogna

Corre l’annol 1944 e siamo nel mese di dicembre, “La guerra totale è già  data per totalmente persa”, ma il ministro per la propaganda del Reich, Goebbels, ha “la più geniale di tutte le sue idee geniali”. Il primo gennaio Hitler dovrà riaccendere la speranza e gli animi del suo popolo con un fastoso e potente discorso pubblico.

Ma c’è un problema… ebbene sì, il Führer è irrimediabilmente depresso! Si è rammollito a tal punto da non essere più nemmeno in grado di mostrarsi in pubblico. Ecco allora la malefica intuizione del ministro Goebbels: se l’animo scoraggiato del Führer non può essere rinvigorito da qualcuno che ama, dovrà allora esserlo da qualcuno che detesta o disprezza ciecamente. Così, direttamente dal campo di concentramento di Sachsenhausen, viene ingaggiato il grande attore ebreo Adolf Grumbaum, con il compito di allenare e preparare  psicologicamente (ma anche psicanaliticamente) l’insicuro e tormentato Hitler.

Nel suo film, il regista Dany Levy utilizza il riso amaro come veicolo tragicomico per stimolare una riflessione acuta e lucida, che per quanto certamente lontana dalla veramente vera verità (storica), in realtà sarà molto più vicina al “capire quello che forse non capiremo mai”.

La menzogna satirica, all’interno della stessa menzogna del cinema, è in grado di ridicolizzare potentemente tutta la teatralità del nazismo e l’istrionicità scimmiottata di Hitler. Alla fine ci sembrerà un gracile individuo come tanti, allo stesso modo affetto da complessi freudiani irrisolti e insicurezze patologiche legate alla sua infanzia, a conferma della tesi della “banalità del male”.

Nel film “Mein Führer – la veramente vera verità su Adolf Hitler” è come se il regista avesse voluto affermare che il laboratorio effettivo di una nazione altro non è che il microcosmo familiare e che, come anche sostiene il meraviglioso e tagliente film “Il nastro Bianco” di Michael Haneke, è stata proprio la durezza del sistema educativo tedesco a porre le basi per quella generazione nazista, che seguirà Hitler nella sua terribile “crociata” delirante.

La goffa interpretazione di Helger Schneider (Hitler), la splendida bravura dell’attore Ulrich Muhe (Adolf Grumbaum, purtroppo deceduto qualche anno fa ), rendono  ancora più commovente e originale questa pungente “tragedia con elementi comici”.

L’aspra e acuta ironia delle situazioni e dei dialoghi certamente si rifà al “Grande dittatore” di Charlie Chaplin o al geniale “Lubitsch touch” nel film Vogliamo vivere di Ernst Lubitsch, in cui il dramma (come anche in questa pellicola) viene raccontato attraverso un gioco sapientemente calcolato, che oscilla tra realtà e finzione, tra palcoscenico e teatro della vita, in una rappresentazione che fa della risata un’occasione per riflettere su quella che è una possibile veramente vera menzogna.

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