03.2011 – Manuale del guerriero non violento.

di donato gagliardi

Ruaridh Arrow è un giovane e talentuoso giornalista britannico che da anni si occupa di Medio Oriente e mondo musulmano, per conto delle redazioni di Guardian, BBC e Sky.
Di recente ha prodotto un bel documentario sulla figura di Gene Sharp (ne viene offerto un breve estratto all’indirizzo http://www.genesharpfilm.com/trailer/Home.html).
E’ probabile che questo nome vi dica ben poco, ma appartiene ad uno dei più influenti filosofi e politologi del secondo dopoguerra, un uomo ormai ultraottantenne, la cui opera ha cambiato il corso della storia.
Gene, classe 1928, dottore in sociologia a 23 anni, scrive a 25 anni il suo primo libro sull’unico argomento di ricerca accademica che lo vedrà coinvolto, da allora fino ai giorni nostri: la nonviolenza. L’autore della prefazione era Albert Einstein. Dopo alcuni anni raminghi, trascorsi in diverse prestigiose università del globo (Harvard, Boston, Londra, Oslo), e un anno di prigione per aver rifiutato la coscrizione militare, nel 1968 Gene consegue un secondo dottorato, quello in filosofia, con una tesi di oltre 1000 pagine dal titolo The Politics Of Nonviolent Action. A Study In The Control Of Political Power.
Oggi quella ricerca è tradotta in 28 lingue ed è riconosciuta unanimemente come la miccia che ha acceso le rivoluzioni pacifiche (attributo da intendersi in senso lato, please) di Ucraina, Georgia, Kyrgyzstan ed ora del mondo arabo-nordafricano.
Nel 1993 il regime militare birmano bruciò nelle piazze tutte le copie rastrellate nel paese. A Mosca, nel 2005, tutte le librerie che vendevano copie del libro furono distrutte da incendi dolosi. Nel 2007, Chavez e Ahmadinejad trasmisero – via televisione di stato – addresses to the nation, mettendo in guardia i cittadini dalla diffusione dell’opera sharpiana, e descrivendo l’autore – candidato al Premio Nobel per la Pace nel 2009 – come la quintessenza della malvagità corruttiva americana.
La tesi di dottorato di Sharp è stata tradotta anche in italiano; potete scaricarvi i pdf completi all’indirizzo http://www.aeinstein.org/organizationscc8c.html .
Al contrario di quanto si potrebbe pensare, la lettura di quelle mille pagine risulta scorrevole.
E la ragione principale è che quel libro è una bomba. E’ un’arma di liberazione delle masse, la prova vera e inconfutabile che una penna può ferire più di una pistola, o delle granate. Per affrontarlo è però necessaria un’accurata pulizia mentale, occorre levarsi dalla testa gli archetipi sessantottini di proteste nonviolente. In altre parole, come suggerisce Matteo Soccio nella prefazione alla versione italiana, bisogna arrivare alla lettura con un approccio alla nonviolenza più à la Ghandi, che à la Martin Luther King. Mentre il dr.King (che Iddio lo abbia in gloria) richiedeva ai propri seguaci <<amore per il proprio nemico>>, Ghandi ebbe a dire: <<per me la nonviolenza è un credo, ma non l’ho mai presentata come un credo. L’ho presentata come un metodo politico destinato a risolvere problemi politici. In quanto metodo politico può essere sempre cambiato, modificato, trasformato, anche abbandonato per un altro>>. Per questa analisi di efficacia delle strategie di protesta nonviolenta adottata dall’autore lungo l’intera opera, per questo approccio galileiano a questioni che spesso devono fare i conti con l’etica e la morale (quelle politiche e di gestione del potere, per intenderci), Sharp è stato spesso accostato a Machiavelli.
Personalmente, non condivido del tutto la rimozione di ogni premessa morale, religiosa o filosofica della nonviolenza. Ma, in fondo, mi sono convinto che lo stesso Sharp si sia sentito obbligato a dare un’impostazione del genere alla propria opera, per attribuirle maggior valore accademico. E, da questo punto di vista, non posso  che condividere la sua scelta. Quindi, sono disposto ad affrontare annosi dibattiti su un’ipotizzabile extramoralità della nonviolenza.
Ma tornando alle cose serie, posso dirvi che la tesi è suddivisibile in tre parti: potere e lotta; le tecniche; le dinamiche.
Quella più dibattuta e con più risvolti pratici è la seconda. In questa parte, Sharp mette a punto 54 nonviolent weapons, strategie ed espedienti nonviolenti per il rovesciamento di una dittatura. Tale numero è aumentato, nel corso degli anni, fino a superare il centinaio. E’ stupefacente come l’autore, nel definire tali tecniche, parta proprio – per sua stessa ammissione – dagli insegnamenti tratti da alcune delle opere considerate classiche, della letteratura di strategia militare moderna: Vom Kriege di Clausewitz e Strategy: the indirect approach di Sir Basil Liddell Hart. Sharp, in altre parole, si dimostra disposto ad imparare dai militari, per poter affermare la supremazia della nonviolenza sulla guerra. Questa è anche la parte che più ha attirato al professore accuse di appartenenza alla CIA. A tal riguardo, l’unica risposta sensata, a mio avviso, è quella che dà nel documentario summenzionato, il suo amico di lunga data Bob Helvey, colonnello pensionato dell’esercito statunitense, che da sempre sponsorizza la diffusione delle teorie di Sharp: <<he was not a member of the CIA, never has been, never will be and if you don’t believe me, go fuck yourself>>.
La parte che però mi ha lasciato davvero steso, è stata la prima, quella sul potere. Sharp parte da una teoria non sua, che non conoscevo e che mi ha conquistato: quella del potere come servitù volontaria, dell’avvocato giacobino La Boétie. La Boétie sostiene l’illeggittimità di ogni potere, sottrae al potere ogni giustificazione. Uno solo è il suo fondamento: la servitù volontaria del popolo sottomesso. La Boétie riconosce lo stato originario di libertà non nella conquista di un potere al quale si era precedentemente sottoposti, ma nel rifiuto a servire quel potere. Sharp parte da questa idea per arrivare ad un sezionamento analitico del potere e dei suo punti deboli.
Siccome lo spazio è poco e vi ho già sommerso di chiacchiere, concludo citando le parole di Tolstoj sull’invasione inglese in India, che ben riassumono questa visione: <<Una compagnia commerciale assoggettò una nazione di 200 milioni di individui. Raccontatelo ad un uomo libero dalla superstizione ed egli non riuscirà a capire che cosa significhino queste parole. Che cosa significa che trentamila uomini ne hanno sottomessi 200 milioni? Le cifre indicano chiaramente che non sono stati gli inglesi, ma gli indiani ad assoggettare loro stessi>>.

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