03.2011 – Tra sghignazzo e necrofilia

Quando mi hanno chiamato per la guerra, dicevo:
“Beh, è naja, soldato!” e ridevo, ridevo.
Mi han marchiato e tosato, mi hanno dato un fucile,
rancio immondo, ma io allegro, ridevo da morire.

(…)
Mi son trovato il nemico di fronte e abbiamo sparato,
chiaramente io a vuoto, lui invece mi ha centrato.
Perché quegli occhi stupiti, perché mentre cadevo
per terra, la morte addosso, io ridevo, ridevo?

F. Guccini, Il matto

Valeva ieri, con Hegel, ed è oggi sempre più evidente: l’uomo è l’unico animale che non uccide per mangiare ma per dimostrare la propria superiorità e ricavare vantaggi. Se l’uccisione, la violenza, la dimestichezza con la morte vengono trasportate su scala collettiva, si ottiene la guerra, che curiosamente ricalca le dinamiche del singolo uomo, come se non fossero un insieme variegato di cervelli, gli eserciti schierati, ma un unico grande blob distruttivo, una massa di morte. A pensarci vien quasi da ridere, per mascherare l’imbarazzo. Come essere umano, devo ammetterlo, mi vergogno. Se mi trovassi a parlare con un nibbio o un orso o una sogliola, chissà cosa potrei inventarmi per salvare la faccia dell’umanità? Starei in silenzio probabilmente, a sentire i loro sghignazzi. D’altra parte l’uomo si sente il vero protagonista del mondo ma è qui da circa 200mila anni, mentre il coccodrillo da 90 milioni. D’altra parte se – per effimere ragioni – ci ammazziamo a vicenda fino a trarne piacere, se perpetriamo massacri tremendi fino a impregnare le terre di sangue, mi immagino che lo sguardo di un pacioso ornitorinco non possa che essere sarcastico nei nostri confronti. Umberto Galimberti scrisse che “la guerra è necrofila, non solo perché ammazza, ma perché richiede a ciascun combattente una familiarità con la propria morte”. È probabilmente vero. La guerra abitua alla tortura, allo strazio, alla nausea. Ma anche in guerra c’è spazio per l’umanità: il sergente Mario Rigoni Stern disse che il proprio capolavoro era stato l’aver portato a termine senza perdite il ripiegamento dalla prima linea del fronte, riuscendo così a dare a ciascun suo soldato almeno la possibilità di tentare il ritorno in patria. Quasi una reazione biofila di fronte all’orrore del massacro. Si è stimato che, durante il XX secolo, tra 167 e 188 milioni di esseri umani sono morti a causa della guerra. Ma a questi bisognerà aggiungere i tanti morti delle guerre quotidiane, che non si manifestano con battaglie campali ma con sparatorie nelle periferie di Crotone o Catania. Aggiungiamoci le migliaia di caduti che ogni anno si registrano a Ciudad Juarez, in Messico, a causa della guerra fra Stato e narcotrafficanti. Cos’è? Una grande strategia per diminuire la popolazione mondiale dato che le risorse scarseggiano? Ah, allora è ochei. (Mirko Roglia)

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