Una guerra è un fantasma è una guerra

[testo di Greg Stone, traduzione di Luna Malaguti]

Racconto di un quasi-attacco kamikaze

Quando ho visto quell’uomo ignorare il controllo di sicurezza a pochi metri da me, mi sono allarmato. Quando le guardie dell’aeroporto lo hanno afferrato per riportarlo indietro e la gente si è messa a urlare, ho avuto paura. Quando ho sentito qualcuno gridare “Non c’è nessuna bomba”, mi sono alzato per scappare. Quando mi sono voltato e ho visto quell’uomo, circondato da guardie e innocenti, che con le braccia al cielo urlava frasi religiose, ero già pronto all’abbraccio dei detriti e del fuoco. Ero pronto a essere la vittima di una guerra che non mi riguardava. Proprio nel cuore dell’Indonesia, il più grande paese islamico del mondo, c’è Bali. Nel XVI secolo, quando la popolazione musulmana divenne la maggioranza nel paese, Bali rimase un bastione induista. Anche oggi, nonostante l’86% della popolazione indonesiana sia musulmana, il 93% dei balinesi si definisce induista. E come accade per ogni cultura marginalizzata, questo ha dato vita a un importante patrimonio culturale e artistico. Danza, tessuti, lavorazione dei metalli, cibo e musica aleggiano sull’isola come uccelli messi in gabbia. Ah, e Bali è il luogo terrestre più simile al paradiso. La pigra brezza che soffia dall’Oceano Indiano scuote le palme e ti rinfresca la pelle, che non è mai stata così bella. C’è un sentiero che sale tra i terrazzamenti e la corrente accarezza la tua tavola da surf. Per tutti questi elementi Bali è oggi meta agognata dei turisti di tutto il mondo. Nella fattispecie americani. E si dà il caso che ci siano dei gruppi di fondamentalisti islamici che gli americani li odiano. Vogliono annientare l’ideologia occidentale, quindi vogliono annientare gli americani. Alle 23:05 del 12 ottobre 2002, tre bombe sventrano il centro di Kuta, cuore turistico di Bali. Una è piazzata all’interno di un locale frequentato da turisti. La gente insanguinata e in preda al panico si riversa nelle strade giusto in tempo per la seconda detonazione, ancora più potente, che esplode 20 secondi dopo dall’altro lato della strada. 202 morti, tra cui 88 australiani, 38 indonesiani e 7 americani. Un terzo congegno, piazzato nelle vicinanze del consolato americano, esploderà senza ferire nessuno. Sul luogo dell’esplosione, oggi c’è un grande memoriale che riporta i nomi delle vittime. Verso le 19:00 del 1 ottobre 2005, tre bombe devastano nuovamente il centro di Kuta, facendo 20 morti. Una si trovava in un ristorante e due lungo la famosa Kuta Beach, luoghi frequentati da turisti. Sia questo che l’attacco del 2002 sono stati ricollegati a Jemaah Islamiah, un gruppo di terroristi islamici, anche se non c’è stata conferma ufficiale. Non c’è neanche bisogno di dirlo: a Bali l’atmosfera è tesa. Specialmente se sei un turista occidentale. La cosa è troppo palese per passare inosservata. Quando passi vicino al memoriale di Kuta sulla via di un pub simile a quello che è stato sventrato come una trota, ti viene l’ansia. Durante la settimana del 2009 in cui mi trovavo là, si diceva che la polizia fosse in allerta, si parlava di un altro possibile attacco. Anche il governo del mio paese, il governo canadese, consigliava a chi si recava a Bali di mantenere “alto il livello di consapevolezza dei rischi”. Il che non mi ha impedito di fare surf, frequentare i locali e mangiare il cibo migliore della mia vita, e anche mentre andavo all’aeroporto per lasciarmi alle spalle il paradiso, la mia testa era fresca e leggera come la brezza dell’Oceano Indiano. Dopo aver passato il controllo di sicurezza dell’aeroporto di Denpasar assieme a un’amica, sto aspettando un’altra persona quando vedo un arabo che elude l’ispezione. Una donna, la moglie, e due bambini lo seguono. L’uomo ci si avvicina e ci fa una domanda in tedesco. Non capiamo una parola, ma la paura nei suoi occhi parla forte e chiaro. Sì, sembra un pazzo. Ha in mano un sottile bastone di legno. Si gira verso la sua famiglia e le guardie di sicurezza gli si avvicinano. Gli dicono che deve passare il controllo di sicurezza. L’uomo grida “Che succede?” La gente si mette a guardare. La guardia lo afferra per un braccio ma lui si ritrae. La guardia afferra il figlio più grande. “Lascia stare mio figlio!” Fanno il tiro alla fune con il ragazzino, che piange e urla disperato. La moglie grida. Altre persone si mettono a gridare. Arrivano altre guardie, non sanno dove mettere le mani. La confusione cresce e qualcuno, credo l’arabo stesso, si mette a urlare “Non c’è nessuna bomba, non c’è nessuna bomba!” La gente adesso grida sul serio. C’è chi scappa e chi si avvicina.Ho saputo più tardi che il mio amico, dall’altra parte della stanza, si è nascosto dietro a un pilone sperando che lo proteggesse dall’esplosione. Guardo la mia amica, scuotendomi dal gelo che mi attanaglia. “Andiamocene da qui”. Ci alziamo e iniziamo a camminare/correre. Mi volto e mi fermo. Le guardie di sicurezza e gli osservatori hanno formato un largo cerchio intorno all’arabo e sono tutti pietrificati. Con le mani al cielo, l’uomo grida frasi religiose. ”Salvami, Gesù! Aiutami, Gesù!” In quel momento ho pensato che sarei morto. Mi aspettavo di morire. Era esattamente come mi immaginavo un attacco kamikaze, e stava succedendo a pochi passi da me. Mi sono preparato all’esplosione. E, nel giro di pochi secondi, le guardie di sicurezza hanno afferrato l’uomo e lo hanno trascinato fuori. Era tutto finito. Ho tremato per ore. Il giorno dopo, sul giornale, mi aspettavo di trovare notizie di un attacco terrorista sventato da ufficiali indonesiani, e invece niente.

Perché, Cristo? Mi sono chiesto se fosse davvero accaduto. Certo che sì. Le guerre aleggiano come fantasmi. Passano attraverso i muri. Siamo quasi sempre dentro a una guerra, anche se spesso non lo sappiamo.

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