03.2011 – Immagini di guerra – intervista a Pietro Masturzo

Smilzo, piccoletto, occhi vivaci, chioma refrattaria a ogni forma di disciplina, Pietro Masturzo è ‘nu brav’ uaglione dal sorriso facile, tirato su tra profumo di limoni e brezza marina nell’incantevole penisola di Sorrento, tratto e fragranza che non ha perso, nonostante da qualche anno si divida tra posti e situazioni non proprio tranquille in giro per il mondo. Ovviamente, con macchina fotografica al seguito.

“Freelance” agli esordi, con tutte le beghe che il caso implica, fino al grande salto, l’assegnazione del World Press Photo per la serie “Sui tetti di Teheran”, realizzata durante le proteste del 2009 per la rielezione di Ahmadinejad – una sorpresa anche per lui, che aveva tentato di “piazzare” il servizio per due lire prima della partenza, manco a dirlo, senza riuscirci – Pietro oggi fatica meno a qualificarsi come fotoreporter, per quanto, mi confessa, non è che da allora sia tutto un fiorir di mirabolanti proposte e, per chissà quali altre ragioni, sul suo mestiere si ostina a conservare un certo pudore.

Lo raggiungo via Skype a Ramallah, dove si trova dopo esser stato in Egitto nel pieno della rivolta, inviato per La Stampa. Prossime tappe: Gaza, Italia e poi Libia, un discreto itinerario per intavolare una discussione sul tema “guerra”.

Partiamo dai preliminari: cosa ti ha portato a cambiare così radicalmente scenario, a passare dagli scorci edenici di casa tua, che pacificano anche gli spiriti più bellicosi e a volte persino rammolliscono un po’ (la bellezza cura molti mali, da alcuni, purtroppo, distrae e basta), ai calcinacci e alle rovine che restano dopo un bombardamento? Insomma, cosa ti ha spinto a cercar rogne, a mettere in conto l’eventualità di trovarti nel bel mezzo di un conflitto?

In realtà tutto è avvenuto un po’ per caso. All’inizio c’era solo una grande curiosità. Si parla sempre della “guerra” o della “condizione degli altri”, che è la cosa che più mi interessa. Volevo incontrarla questa condizione, non sentirne parlare, e poi, sì, raccontarla col mio strumento, la fotografia. È la ragione per cui amo viaggiare: non cerco luoghi, ma “scenari” umani, possibilmente diversi dai miei. Fatta questa premessa, come dire, semplicemente “capita” di trovarmi anche in situazioni di conflitto. Potrei aggiungere che in molti casi c’è pure, soprattutto direi, la volontà di essere testimone, se non che suona così tremendamente retorico da sembrare quasi falso… Ecco, l’intenzione c’è, ma meglio non insistere troppo.

E quand’è che il caso ti ha riservato il primo tête à tête con la guerra? Qual è l’esperienza che fa da spartiacque, che divide il tuo rapporto con il conflitto in un prima – l’averne sentito parlare – e un poi – trovarselo faccia a faccia?

La prima volta credo sia stato in Georgia nell’agosto del 2008. La guerra durò quattro giorni, io arrivai lì quando le operazioni militari erano già concluse. Ne vidi le tracce, i segni della distruzione che lascia, i villaggi bombardati al confine laddove erano arrivate le posizioni russe, le facce dei civili, dei profughi in fuga. Trovarsi di fronte alle vittime della guerra, ai suoi protagonisti reali, non è come guardarla in tv. Questo primo impatto ha cambiato la mia prospettiva, anzi, credo di averne avuto una al riguardo solo a partire da quel momento.

Ad ogni modo la linea di demarcazione, il punto di non ritorno non si colloca qui. È la rivolta del 2009 in Iran. In quell’occasione mi sono reso conto di quanto sia difficile fare il fotografo in certi luoghi, ivi compreso del pericolo personale a cui si è esposti. Non era la prima volta che mi capitava di riflettere su questioni morali connesse al mestiere – mi era successo anche in Italia in tutt’altro contesto – ma avvertire il rischio, il peso delle mie azioni, la paura sulla mia pelle, per certi versi ha completato il quadro. Senza enfatizzare il peso di singole vicende che restano comunque quelle di uno di passaggio, nulla a confronto di chi certe situazioni le vive quotidianamente, direi che allora mi si sono chiarite un paio di cose sul ricorso alla violenza e sulla guerra, su parlarne comodamente a casa sdraiati sul divano, vederla coi propri occhi ma ancora dall’esterno e viverla, passarci attraverso in prima persona.

E che idea ti sei fatto? Cosa pensi oggi della guerra? Cos’è cambiato rispetto a prima? Cosa porti a casa da quest’esperienza?

Non riesco a discuterne in astratto, la odio e basta. Un sentimento molto più forte e radicato rispetto a quando la seguivo dal di fuori. Forse è un mio limite, la discussione su guerra giusta e ingiusta non mi appassiona. Ripeto, è una reazione istintiva la mia, fatta di emozioni e sentimenti più che di pensieri e riflessioni. Odio anche il potere e l’uso che se ne fa. Sono sempre più convinto che, in ogni contesto e a qualsiasi livello, stia sempre dalla parte dei “cattivi”. Porto a casa invece tante lezioni di vita: un manifestante di piazza Tahrir ti spiega in due minuti e nel migliore dei modi cos’è il coraggio, la voglia di libertà, impari tanto dalle singole persone, dai profughi e dagli sfollati in Georgia, da quelli che perdono tutto, eppure son lì a risollevare te.

Veniamo al punto a cui facevi cenno. Un fotografo che lavora in situazioni così complesse riesce a tener saldo il confine tra estetica ed etica? Come si bilanciano gli obiettivi di fondo (documentare in maniera realistica un evento), le ambizioni artistiche e personali (portare a casa uno scatto ben riuscito), con le implicazioni morali connesse all’agire in quel contesto, le scelte immediate (scattare o fare qualcosa di più urgente, magari prestare soccorso o, semplicemente, stendere un velo pietoso), le valutazioni di lungo corso sugli impieghi distorti del proprio materiale e, tuttavia, possibili (da testimonianza a delazione a strumento di repressione, il passo purtroppo talvolta è breve)? Può accadere che lo schermo della macchina si interponga come filtro tra il fotografo e la scena anestetizzando il suo senso etico, addestrandolo ad anteporre altri interessi (la foto ad effetto, quella che si vende bene) fino a distorcere le ragioni di fondo del suo essere lì (riportare fatti tragici e perciò, appunto, moralmente rilevanti)?

Il rischio c’è e infatti è un problema che sento moltissimo. Cerco sempre di non trovarmi nella condizione di dire “che cazzo ci sto facendo con la macchina fotografica in mano”, non inseguo il morto perché vende di più, anzi credo di non aver mai fotografato cose del genere. Spero di non cadere nella trappola del cinismo, però purtroppo situazioni al limite capitano, non solo in guerra. Mi ci sono ritrovato anche a L’Aquila. Gente che in quel momento è disperata, e tu lì a cercare l’inquadratura perfettina o la lacrima. C’è da dire che non dipende soltanto dal fotografo, sono i giornali per cui lavora che spesso glielo chiedono. So di colleghi più navigati a cui sono state fatte richieste assurde. Ovvio, sta a te assecondarle o meno, ma insomma le pressioni ci sono, è altrettanto innegabile. A me è successo forse all’inizio di scattare qualche foto che di mio non avrei fatto, non in situazioni drammatiche, e tuttavia è pur sempre un compromesso, sia pur di carattere estetico…

Esiste pure l’altra eventualità, che le foto vengano usate per scopi contrari a quelli per cui sono state realizzate, che per fortuna però è meno ricorrente. Di solito, più che in situazioni di conflitto, capita quando si lavora in paesi con regimi totalitari al potere. O almeno così è successo a me: finora mi sono confrontato con questo specifico problema solo in Iran. La situazione in quel caso è stata davvero particolare, le alternative in ballo entrambe inquietanti. Da un lato il rischio che hai citato, collaborare indirettamente all’identificazione dei manifestanti con tutto quel che ne poteva conseguire, dall’altro rinunciare a scattare mettendosi a servizio della rimozione ufficiale di una protesta che, di nuovo fatalità, non aveva altri testimoni esterni a parte me e il mio amico, lo scrittore Carlo Maddalena. In ogni caso uno smacco per chi aveva trovato il coraggio di salire sui tetti, nonostante la repressione violenta di quei giorni, pur di urlare il proprio dissenso. Ho scelto di fare quello che mi sembrava più giusto – fotografare rendendo irriconoscibili i volti – ma ti assicuro che non è stata una decisione facile. Circostanze analoghe non mi sono più capitate, in Egitto ad esempio c’era tutta la stampa internazionale ed era chiaro da subito che la situazione era destinata a evolvere diversamente. È per questo forse che, per quanto sia più che consapevole dell’esistenza di questo specifico problema, temo di più il primo, cedere a un sensazionalismo cinico e fine a se stesso, eventualità senz’altro più frequente. Lo scatto ruffiano, persino macabro, capita eccome, forse è la regola dal momento che incontra le richieste del mercato. Non c’è per forza bisogno di indicazioni esplicite in tal senso, in certi frangenti ci vuol talmente poco ad anticiparle… L’unica strategia che conosco per evitare tentazioni del genere è tirarsi fuori un attimo prima.

 

Puoi farmi un esempio per immagini: qual è la foto che nei tuoi servizi di guerra non hai scattato, quella di fronte alla quale ti sei detto qui, tragedia nella tragedia, scivolo anch’io nella barbarie, nel disumano?

Ce n’è più d’una, anche se ora come ora mi viene in mente, forse perché il ricordo è più vivido, una scena in piazza Tahrir. C’era questa moschea in cui continuavano ad arrivare feriti anche in modo grave e tutti noi fotografi accalcati a cercare di inquadrare i volti, i corpi insaguinati. In quel caso veramente ti rendevi conto non soltanto di andare a sfruttare l’immagine di qualcuno che, insomma, in quel momento non se la passava bene, ma di essere addirittura di intralcio ai soccorsi. A quel punto me ne sono andato e lì ci sono tornato solo in un secondo momento, quando la situazione era ormai più tranquilla.

 

Sempre procedendo per immagini, qual è la scena, se c’è, che invece ridà senso al tuo mestiere, ivi compreso al fatto di esserti esposto in prima persona all’esperienza del conflitto?

Se vuoi sapere se c’è una foto che mi ripaga pienamente, che valga tutto questo, che penso possa contribuire a cambiare qualcosa, la risposta è no. Sono abbastanza disilluso sul ruolo che il reportage di guerra può esercitare sui fatti, specie se considerati i limiti e le distorsioni cui è fisiologicamente sottoposto. E però poi ci sono i manifestanti iraniani che piangendo ti ringraziano per il tuo lavoro, le strette di mano in Egitto a Piazza Tahrir. Lì a un certo punto noi fotografi abbiamo potuto continuare a lavorare grazie a loro: uscire dalla piazza era pericoloso, si rischiava il linciaggio da parte dei sostenitori di Mubarak. Gli anti-governativi ci hanno protetto, hanno organizzato un servizio di sicurezza per controllare gli accessi alla piazza, bloccare gli infiltrati ed evitare che venissero introdotte armi. Ci perquisivano chiedendoci scusa e ringraziandoci per essere lì a mostrare al mondo un altro volto del loro paese. Molti di loro parlavano perfettamente italiano, ogni tanto gli scappava qualche battuta su Berlusconi e la nipote di Mubarak per allentare la tensione e creare un po’ di complicità. In ogni modo ci facevano capire quanto fossimo importanti per loro e questo mi basta. Ripeto, non credo che una fotografia possa in alcun modo cambiare la situazione, però se i manifestanti di piazza Tahrir ti dicono che li stai aiutando, ecco, come dire, la prendo bene, anche solo per un attimo voglio dar retta a loro.

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