The drums of war

Spagna, 1937. La battaglia di Brunete è ormai conclusa: quella che inizialmente era parsa una vittoria delle truppe repubblicane si è trasformata in una sconfitta in seguito ai massicci bombardamenti effettuati dalla Legione Condor, intervenuta in appoggio all’esercito nazionalista di Franco.

Durante la ritirata, nel caos di un ennesimo raid aereo, la fotografa Gerda Taro viene travolta da un carro armato, spegnendosi a 26 anni il 26 luglio per le ferite sofferte. Fu il primo reporter a perdere la vita nell’esercizio della professione giornalistica. Ebrea tedesca (all’anagrafe Gerta Pohorylle), con l’avvento del Nazismo riparò a Parigi dove si legò sentimentalmente al fotografo ungherese André Friedman, insieme al quale diede vita al personaggio di Robert Capa, trasferendosi quindi in Spagna nel 1936 per documentarne la guerra civile.

Friedman non superò mai la perdita della compagna, e mantenendo lo pseudonimo Capa arrivò a sviluppare un’attrazione morbosa nei confronti dei conflitti armati.

Se le tue foto non sono abbastanza belle significa che non sei abbastanza vicino.

Fedele al suo motto, nel 1938 si recò in Cina per immortalare la resistenza all’invasione nipponica, quindi in Italia nel 1943 per la campagna di Sicilia; nel 1944 fu l’unico reporter a sbarcare sulle coste francesi con la prima ondata del D-Day, sulla sanguinosa Omaha Beach, mentre nel 1945 si paracadutò assieme alle truppe aviotrasportate oltre il Reno, nel cuore del Nazismo. E quando si concluse la Seconda Guerra Mondiale altri conflitti sulla sua strada, questa volta in medio oriente, dove raccontò per immagini la nascita di Israele (1948-50).

Quella di Robert Capa fu una vita vissuta in perenne equilibrio sul filo dell’autodistruzione, fino al tragico epilogo nel 1954, quando calpestò una mina nel corso della Guerra d’Indocina.

Gran parte delle foto dello sbarco in Normandia furono distrutte per un errore del tecnico addetto allo sviluppo, Larry Burrows, che divenne a sua volta uno dei più famosi reporter di guerra, il primo a fotografare a colori quella del Vietnam, portandone per nove anni tutto l’orrore e la brutalità nelle case degli americani, fino alla morte nel 1971 in seguito all’abbattimento da parte della contraerea vietnamita dell’elicottero su cui si trovava.

Fotografare la guerra non è un lavoro nel senso stretto del termine: per alcuni si trasforma in ossessione, per molti è un’inquietudine dell’animo, l’esigenza di rompere le sbarre dell’estetismo fine a se stesso, nel tentativo di migliorare il mondo attraverso la rappresentazione della realtà per quanto cruda possa apparire, come nel caso dell’italiano Fabio Polenghi, deceduto in Tailandia il 19 maggio 2010 nel corso della rivolta delle Camicie Rosse.

E ci sono coloro il cui trovarsi nel cuore delle tenebre maschera una ricerca di se stessi, spingendosi ogni giorno un poco più lontano, fino al momento in cui ci si rende conto di aver raggiunto luoghi, non solo fisici, da cui è impossibile fare ritorno. È quello che si potrebbe dire di Sean Flynn, figlio del divo di Hollywood Errol. Una vita inquieta e sregolata la sua, spesa a dimostrare di non essere solamente “il figlio di”: inizialmente in Italia dove costruì una breve carriera cinematografica in film di nessun valore, quindi riciclandosi con discreto successo come inviato di guerra nel sud-est asiatico, dove in sella a una appariscente motocicletta seguiva e spesso anticipava gli spostamenti delle truppe statunitensi. Catturato in Cambogia dai Khmerr Rossi, dopo 13 mesi di prigionia fu giustiziato con un colpo alla nuca. Era il 1971, aveva 28 anni. A raccontarne la fine il film “Darkness at the edge of the town” (1991), ma già nel 1982 fu celebrato dai Clash all’interno dell’album “Combat Rock” con un brano intitolato semplicemente “Sean Flynn”.

You know he just heard

The drums of war

When the past

Was a closing door

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