Tre domande a Elisabetta Polenghi

Elisabetta Polenghi, fotografa e fondatrice dell’associazione “Reporter For Passion”

Il 19 maggio 2010 Fabio Polenghi perdeva la vita durante la rivolta delle Camicie Rosse. In seguito alla sua lettera indirizzata all’ambasciata tailandese di Roma, in cui declinava l’invito per il party di compleanno del re Bhumibol Adulyadej (5 dicembre), sono stati compiuti dei passi in avanti nell’accertare i fatti e le responsabilità legate all’uccisione di suo fratello Fabio?

Assolutamente nulla rispetto all’avanzamento delle indagini! In Italia ha sortito 2 reazioni non proprio positive: l’ambasciata italiana di Bangkok mi ha girato la richiesta di sollecito per sapere se intendevamo accettare il risarcimento offerto da parte di una compagnia assicurativa con la quale lo stato tailandese ha stipulato una polizza “infortuni” durante il periodo delle sommosse a tutela dei turisti. Totalizzando tra vari enti istituzionali e non circa 24.000 euro partendo da 1250 euro offerti in prima istanza dal Bureau of The Royal Household. Una lettera da parte della Farnesina sostanzialmente di cortesia, dove si manifestava la loro solidarietà e si evidenziava la difficoltà nelle indagini dovuta alle circostanze che in mancanza di testimonianze non sarà facile conoscere i fatti. Inoltre riferiva la convinzione da parte del Ministro degli Esteri tailandese che esclude categoricamente che Fabio sia stato volutamente colpito. Affermazione fatta non si sa sulla base di quali fatti. So per certo che non sono stati ascoltati molti testimoni da parte degli uffici investigativi. Sono state altresì fatte pesanti accusa da parte di attivisti per i diritti umani e commissioni interne costituite per la ricerca della verità (Truth and Reconciliation Commission) che denunciano reticenze e limitazioni nell’erogazione di atti e deposizioni utili alle indagini da parte degli altri enti governativi. In oltre di recente l’avvocato del partito di opposizione dell’ UDD  ha presentato un’istanza all’International Criminal Court che imputa gravi responsabilità di violazione dei diritti umani al governo tailandese e al primo ministro Habhisit. http://robertamsterdam.com/thailand/

http://law.nd.edu/people/faculty-and-administration/teaching-and-research-faculty/douglass-cassel/

http://www.youtube.com/watch?v=m5acPRTJcGM

http://www.youtube.com/watch?v=piAfQsJKdIs

http://www.estadao.com.br/estadaodehoje/20110220/not_imp682011,0.php

http://news.inbangkok.org/?p=279

Dopo anni di lavoro nel campo della moda la carriera di Fabio subì un cambio di rotta, che lo portò a documentare realtà più complesse e tormentate. Quali fattori e considerazioni spingono a mettersi in gioco, rischiando in prima persona, per dare voce a chi non ha la possibilità di farsi sentire?

Così è come Fabio si descrive  http://www.fabiopolenghi.org

Così e come lo vedo io. Fabio è sempre stato affascinato dalle diversità, la sua moda è caratterizzata da continue contaminazioni di diverse culture. Anche attraverso la moda la sua ricerca consisteva proprio nel cercare di far emergere realtà diverse, storie sommerse, contraddizioni culturali con l’intento di stimolare riflessione e confronto su temi importanti umanitari e sociali. Il reportage è sempre stato nel suo DNA, attraverso la moda si è confrontato con il lato estetico e la bellezza ed è stata un mezzo per viaggiare e realizzare progetti paralleli, come Linea Cubana e Steppin’ out. Con quest’ultimo ha realizzato il processo inverso, la contrapposizione alla moda. II soggetto è l’importanza dello sport in contesti di povertà e depressione sociale, in primo piano è l’aspetto umano contaminato con la bellezza e il dinamismo sportivo. Il vero salto lo ha fatto dal Brasile in poi dove i contenuti hanno nettamente prevalso sull’estetica. Credo che nel reportage è il contenuto che determina la bellezza di una foto, l’aspetto estetico è secondario. Fabio prima di essere un reporter di guerra era un reporter, appunto, di largo respiro: un mestiere che si realizza con tanto lavoro e ricerca di storie per farci conoscere il mondo e apprezzare le diversità.

L’avvento del digitale ha permesso ad un numero sempre maggiore di persone di avvicinarsi alla fotografia, tanto che sempre più spesso sono persone comuni ad immortalare scene “storiche”. In quest’ottica, quella del reporter di guerra è una figura professionale destinata a scomparire a suo parere? O sarà sempre necessaria per poter fornire racconti a largo respiro degli avvenimenti?

E’ con lo stesso sguardo e spirito che Fabio ha documentato le sommosse a Bangkok, nessuna competizione, ma solidarietà e voglia di raccontare la verità. Qualche riflessione in più su questo argomento è dovuta. Premettendo che è solo un bene che in questo momento storico la tecnologia permetta di poter documentare realtà criminali e abusi di potere inaccettabili, credo che per i reporter stessi è di secondaria importanza per mano di chi sia possibile mostrare la realtà, l’importante è che avvenga. Non è un problema esclusivamente commerciale come potrebbe essere per chi si occupa di gossip o cronaca mondana. Qui si tratta comuni cittadini, reporter e mezzi di comunicazione liberi: una miscela esplosiva che non piace alle false democrazie, non è un caso infatti che in situazioni d’emergenza siano i reporter ad essere tenuti fuori dalla “zone rosse”. Non si possono lasciare soli i civili perché quando questo accade allora è permesso tutto. Il vero problema per i reporter, e soprattutto dei freelance, non è la concorrenza ma è esistere. Mi spiego meglio. Il loro lavoro convalida le testimonianze rese della gente comune, ne sono i garanti e questo non piace ai regimi che in altro modo avrebbero vita facile per trasformare la realtà attraverso il controllo dell’informazione e forme intimidatorie. Queste sono le ragioni principali per cui oggi assistiamo ad un attacco senza precedenti verso i reporter, è la ragione per cui tanti altri, come Fabio, vengono eliminati ed è triste sapere che alla maggior parte di loro non viene resa giustizia. La possibilità di avere Giustizia è direttamente proporzionale alla forza del regime e alla capacità di repressione. Servono reazioni politiche forti e chiare, i governi devono far rispettare le politiche internazionali a tutela dei diritti umani non con le parole ma con i fatti e con politiche serie e responsabili, armi preventive di equilibrio a garanzia della tutela dei diritti umani. Basta fare l’occhiolino a governi dittatoriali per portare a casa affari. Questo tipo di atteggiamento è miope, non è costruttivo e lascia spazio allo sterminio. Infine mi permetto una critica verso la classe dirigente dei servizi d’informazione che con atteggiamenti sterili e reticenza non aiutano i loro colleghi e non pretendono giustizia. E’ assurdo e surreale che il caso di Fabio e tanti altri vengano considerati argomenti marginali e siano vissuti come un problema e non come un’occasione per affermare giusti ideali e perché no un po’ di amor proprio.

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