04.2011 – Derrata minima garantita

Uno degli aspetti più tragici della vita quotidiana in tempo di guerra fu sicuramente l’indisponibilità dei generi di prima necessità, a partire dalle derrate alimentari. Se è difficile per noi iperconsumatori immaginarsi impossibilitati a trovare prodotti assolutamente basilari (ai quali nemmeno facciamo più caso!) come la farina, il sale, l’olio, il formaggio, la carne, il caffè, si pensi all’idea dei conferimenti forzati delle produzioni agricole agli ammassi. Dopo l’otto settembre 1943 questi non erano però più controllati dal partito fascista, divenuto illegale e liquefatto in una altrimenti ridicola Repubblica Sociale, bensì si venivano a trovare sotto il ferro delle forze occupanti tedesche.
«L’economia era in mano ai tedeschi. Per approvvigionare le truppe la Militar Kommandantur requisiva grano, bovini, suini, patate, foraggi e cavalli che dovevano essere portati agli ammassi e sorvegliati dai militi della Repubblica Sociale. Era una spogliazione che affamava la gente, estenuata dai razionamenti dei generi alimentari, dalle code per il pane e la carne, per il sale, il burro e l’olio. I tedeschi avevano bisogno di manodopera per la Todt in Italia e da spedire in Germania. Questa era la situazione alla fine del 1944: i tedeschi, affiancati dai fascisti, depredavano, rastrellavano, uccidevano e deportavano».
Per questi motivi una delle battaglie più serrate e socialmente rilevanti, anche ai fini del consenso popolare così conquistato, fu quella che vide i partigiani impegnati nel sabotaggio, nel furto e nella conseguente redistribuzione dei prodotti alimentari alla popolazione vessata e affamata. Gli episodi furono numerosissimi soprattutto nella pianura modenese, dove l’offensiva partigiana dell’estate 1944 fu così estesa da meritare l’appellativo di “battaglia del grano”. I risultati raggiunti sono evidenti da questo dato: a fronte di una produzione stimata in 1.252.000 quintali, grazie agli “interventi” partigiani ne furono conferiti solamente 112.000, ovvero il 9,5%! Nel resto della regione i conferimenti agli ammassi furono pari al 46,5% della produzione stimata (fonte: M. Legnani, citato in Lotta di liberazione…, nota a pag. 174).
«Il 27 febbraio 1945 veniva incaricato il GAP di S. Giacomo Roncole, composto da Renzo Fregni, Felicino Raimondi, Renzo Dotti e dai fratelli Enzo e Ermete Benatti, di recarsi al Caseificio Castagnetti per concordare la distribuzione alla popolazione della frazione di una partita di formaggio grana e per convincere il proprietario a non consegnare la produzione ai tedeschi. I Gappisti erano appena entrati in casa quando si sentivano intimare la resa dai tedeschi che, evidentemente preavvisati da un delatore, avevano accerchiato il cascinale con preponderanti forze appoggiate da mezzi blindati. I partigiani, sebbene con armi impari, respingevano l’intimazione iniziando un furioso combattimento che protraevano per ore fino all’esaurimento delle loro munizioni. Ormai impossibilitati a continuare il combattimento ma decisi a non arrendersi, essi tentavano allora una sortita dalla finestra del piano superiore: ci provava per primo con indomito coraggio Renzo Fregni, ma appena affacciato una raffica di mitragliatrice lo colpiva in pieno falciando la sua giovane vita. Il suo sangue generoso bagnava l’elenco delle famiglie povere alle quali dovevano essere distribuiti i viveri, come dimostra la pagina che in questo volume abbiamo voluto riprodurre per il suo valore documentario e per il suo commovente significato di simbolo del generoso sacrificio di tanti patrioti».
In una lettera inviata a chi ha curato questo lavoro, il fratello di Renzo Fregni, Koki, scrive rievocando i cinque Caduti di S. Giacomo: «Pensa che due o tre di loro erano liberi di circolare e avrebbero avuto tutte le possibilità di starsene tranquilli a letto… Mio fratello addirittura attraverso l’Italia (non conosco le circostanze che lo indussero ad abbandonare sul fronte alleato il gruppo di Don Zeno — come vedi non erano solo piccoli apostoli col prete in fuga verso il Sud) e già in settembre inizio i primi sabotaggi ed azioni anche individuali. Alla distribuzione di un carrettino di burro che un partigiano portò addirittura col somarello e di giorno da S. Possidonio a S. Giacomo Roncole, provvide mio fratello pesandolo sulla bilancia della bottega e distribuendo pacchi proporzionati ai bisogni e alla entità delle famiglie del paese. Il partigiano di S. Possidonio non ebbe il coraggio di portare fino in fondo la sua operazione e fummo proprio io e mio fratello a percorrere gli ultimi cento metri del piazzale del “Casinone” con questo prezioso carico. Pochi ricordano quante distribuzioni vennero fatte alla povera gente in quel periodo».

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