04.2011 – Dichiarazioni di pace

A partire da qui. Le marce pacifiste e le piazze stracolme di bandiere arcobaleno sono opportune e devono essere sostenute. Gente come Strada, Zanotelli o Menchù fanno un gran lavoro nel mondo: guai se venissero a mancare. Oltre a questo – però – il percorso della pace deve partire da qui. E con ciò intendo: da noi stessi, da oggi, nel rapporto con gli altri, in ogni momento. Banale? Decisamente sì. Sanguineti ha spesso affermato che la cosa più bella mai apparsa sul mondo è il comunismo, ma quello
praticato nella quotidianità, lontano dai dogmi. Così la pace.
Poi le distinzioni le facciamo tutti, non mi è mai parso un dramma. Non mi commuovo per i fascisti uccisi o i repubblichini trucidati, così come non mi scompongo se qualcuno ammazza una zanzara che non smette di infastidire. Però, al contempo – nonostante sia un uomo – non ne gioisco, non sono capace di provare piacere per quelle morti. Non intendo celebrarle, né erigere a loro colonne commemorative, come non ho intenzione di prestare il fianco a liquidi revisionismi che intendono inquinare il presente, come il latino dei preti ingannava il popolo. Però, al contempo – nonostante sia un uomo – non posso cancellare quei morti dalla mia memoria personale, fatta di radi racconti e tante parole stampate: quel ricordo serve come monito, per non ricadere – per quanto volatile possa essere questo intento. I morti sono tutti uguali, mentre marciscono sotto terra. Ad essere assai diverse sono le cause per cui un uomo muore.
La Resistenza, come mito fondativo di una Repubblica (patacca), ma soprattutto come esperienza di lotta collettiva, è un momento, uno spazio, un comune sentire, una massa di gente che commuove – quella sì. Anche letta in chiave classista o elevata a strumento letterario di narrazione popolare, vista come chiosa post-risorgimentale inserita nel continuum delle lotte o come semplice rivalsa plebea dopo le angherie in camicia nera. Commuove.
Guarda caso: oggi sono andato, forse per l’ultima volta, a salutare un grande vecchio di Finale Emilia. A 92 anni continua a lavorare, per passatempo. È solo, ma negli occhi una forza minerale, un sentimento di pace autentica che solo il patimento della violenza estrema può dare. Non mi ricordo quante cicatrici di pallottola o baionetta ci sono su quel corpo rugoso, che odia la guerra, ma una cosa è sicura: mi mangia la pasta in testa.

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