Sussurri di Resistenza

Provincia di Modena, prima metà degli anni Quaranta.

A quel tempo nutrivo situazioni toccanti, eppure ogni giorno trascorreva nel rispetto della quotidianità. Era dura essere profondi e astratti; così spuntai fra queste popolazioni martoriate con gesti e parole semplici, e insieme iniziammo il cammino.

Un giorno di ottobre del ’44, insieme ai compagni del comitato federale del Partito Comunista di Modena, scrivevamo un documento:

«Questo documento non deve essere letto distrattamente e dimenticato, esso deve essere studiato con la massima attenzione e discusso a fondo in tutti gli organismi.. Esso deve essere distribuito non solo ai compagni, ma ai cattolici di tutti i ceti e a tutti i sacerdoti locali, chiedendo ad essi di iniziare conversazioni proprio su questo argomento. Nei rapporti con i cattolici bisogna che tutti i compagni, e soprattutto i dirigenti, compiano uno sforzo intenso per eliminare dal proprio orientamento e dal proprio modo di pensare ogni forma di settarismo. È assolutamente errato e settario porre i cattolici sullo stesso piano dei nemici, poiché i contadini, gli operai, le donne, i giovani cattolici, e anche i sacerdoti, hanno combattuto il fascismo fin dal suo sorgere e sono ora al nostro fianco. Essi hanno avuto i loro martiri, i loro fucilati, i loro impiccati, come noi, perciò meritano la nostra stima e la nostra fiducia. Nelle conversazioni con i cattolici i compagni devono evitare di scendere in polemiche sulla fede e sulla convinzione religiosa. Noi abbiamo le nostre idee filosofiche che non nascondiamo, ma non dobbiamo imporle ai cattolici. Noi dobbiamo discutere con loro i problemi dell’insurrezione, del CLN, della democrazia progressiva che sono le basi dell’unità popolare di questo momento».

Scrivevamo così, perché le idee diverse vivono solamente in un paese libero. Ma anche perché io ai compagni raccontavo le vicende dei tanti cattolici con la schiena diritta che avevo conosciuto qua nella bassa.

Di don Zeno Saltini, l’indimenticato padre dell’Opera Piccoli Apostoli di San Giacomo Roncole, ricordavo ai compagni comunisti e socialisti l’ardore con cui già nell’Agosto “badogliano” del 1943 egli sul suo giornalino parrocchiale si rivolgeva “Ai padri di famiglia”. D’altronde non posso nascondere di aver giocato un ruolo anche nella redazione di quelle pagine.

Egli vi annunciava: «Finalmente la tirannia antistorica e anticriterio, gonfia di egoismo, violenta, oligarchica e anticostituzionale del fascismo è caduta per sempre. L’ora che attraversiamo è satura di minacciose tempeste, guai a coloro che credono che essere cristiani significhi essere conigli. Operai, contadini, lavoratori in genere, che siete sempre stati sfruttati più che i buoi, onesti datori di lavoro, uomini di buona volontà venite tutti ad ascoltarmi: avrete luce per fare sul serio un gran bene. Vigliacchi e sfruttatori invece statevene a casa perché a voi non spetta in questo momento altro compito che attendere per imparare da noi come si realizza una vera fraternità cristiano-sociale. Padri di famiglia, guai a noi se non comprendiamo l’ora di nostra responsabilità che attraversiamo. I nostri figli ci malediranno in eterno».

Da grande cristiano qual era, don Zeno doveva parlare così. E sopportare poi le crudeltà che l’occupante nazifascista gli riserverà nei due anni a venire.

Ma non ero soltanto al Casinone: amavo e sostenevo con forza l’opera di don Sala, parroco di San Martino Spino, e del suo sodale Odoardo Focherini, presidente dell’Azione Cattolica a Mirandola e direttore de “l’Avvenire d’Italia”. Li aiutai, ché ne avevano un grande bisogno, nella loro opera di salvataggio di cento e più ebrei della zona. A volte riferivo ai due i nomi delle persone condannate allo sterminio, a volte guidavo il biroccio fino ad attraversare il confine a Cernobbio, di là da Como. Don Sala mi voleva affinché lo aiutassi ai posti di blocco dei tedeschi, finché non lo arrestarono (fu poi fortunatamente assolto).

Le cose non andarono meglio al nostro amico Odoardo, il quale fu trovato dalla polizia fascista al capezzale di un israeliano, la mattina dell’11 Marzo 1944, all’ospedale di Carpi. Venne imprigionato a Bologna mentre la moglie a casa rimaneva sola con i sette figli, dopodiché lo trasferirono a Fossoli, a Bolzano quindi sempre più a nord, a Flossenburg poi infine a Heersbruck. Ero con lui in quelle settimane terribili, e dovevo riferire alla moglie, agli amici di Mirandola e a don Sala l’animo con cui Odoardo il buon cristiano affrontava il supplizio dei campi di lavoro tedeschi, disumani, imposti per portare quegli esseri denutriti all’esaurimento e condurli lentamente alla morte. Durissime ore di lavoro, dopo di che un cibo e un riposo inadeguati. Ai pochi che tornarono da Heersbruck feci descrivere come Odoardo fu sempre sereno, anche quando le piaghe gli martirizzavano tutto il corpo, non un lamento, non un’imprecazione. Aveva capito che si andava verso l’irreparabile e mai si lasciava sfuggire una parola di rammarico per quel che aveva fatto. Con lui scrivevo alla moglie: «Se tu vedessi come oggi sono trattati gli ebrei, rimpiangeresti soltanto di non averne salvati un numero maggiore».

Insieme ai ragazzi del Fronte della Gioventù ho scritto un volantino che raccontava una tragedia, perché i massacri dei fascisti incattiviti dalla sconfitta la Gazzetta non li raccontava più. Ma bisognava pur dirlo! Che l’Alba del 27 Gennaio 1945 rivelava ai passanti di Quartirolo di Carpi 32 cadaveri abbandonati nottetempo.

Dovevamo pur scrivere che «legati a due a due con del fil di ferro, senza scarpe, per ben tre giorni i maciullati resti di queste vittime sono stati lasciati sul posto quale orrendo e pietoso spettacolo di terrore». Le tragedie rimbalzavano l’una dentro l’altra come specchi crepati in fila nella stessa stanza; ogni morto chiamava gli altri a sé e ne piangeva insieme a me spettatore.

E da Quartirolo riandavo a San Martino Spino, quella fredda mattina di Dicembre, era Santa Lucia e io mi acquattavo fra le pietre di fronte al cimitero. Lì sono con Oles Pecorari prima della fucilazione, e al comandante tedesco che gli chiede se abbia qualcosa da dire porto con il mio soffio il messaggio del giovane condannato: «Noi moriamo per un’Italia libera, dite a mia madre che porti tanti fiori sulle nostre tombe, che faccia dire ogni mese una S. Messa e faccia accendere delle candele alla Madonna per tutti e tre. Desidero che i soldati facciano centro sul mio petto e non sul volto, poiché desidero che mia madre abbia a contemplare il mio volto non deturpato».

Fui accanto a don Sala quand’egli ebbe a vedere il trattamento che riservò poi il comandante tedesco a quel giovane corpo esanime, quando sprezzante si avvicinò per sparare ancora a quel volto per il quale Oles aveva chiesto pietà non per sé, ma per la sua mamma.

Mi posai infine sul petto di una valorosa donna di San Possidonio che grazie al suo coraggio riuscì a vedere la Liberazione per la quale tanto lottò, e assunsi per lei le sembianze di una Medaglia d’oro al valore militare per raccontare la sua straordinaria storia.

«Giovane sposa, fin dai primi giorni dedicava tutta se stessa alla causa della liberazione d’Italia, rifugiando militari, sbandati e ricercati e aiutandoli nel sottrarsi al servizio con i tedeschi. Staffetta instancabile ed audacissima, trasportava armi, diffondeva opuscoli di propaganda, comunicava ordini, sempre incurante del grave pericolo cui si esponeva. Arrestata col marito, resisteva alle più atroci torture senza dire una sola parola sui compagni di lotta. Tre volte condotta davanti al plotone d’esecuzione assieme al suo consorte, continuava a tacere. Inopinatamente rilasciata rifiutava di nascondersi in montagna per essere più vicina al marito tuttora detenuto. Fucilato questo, arrestato un fratello, raggiunse una formazione partigiana colla quale affrontava rischi e disagi inenarrabili e non esitava a impugnare le armi dando frequenti e luminose prove di virile coraggio. Sorpresa la sua formazione dalle brigate nere, gravemente ferita ad una gamba nella disperata eroica resistenza, non permetteva ai suoi compagni di soccorrerla. Riuscita, legando l’arto, a frenare la copiosa emorragia e traendo coraggio dal pensiero dei propri figli, si sottraeva, trascinandosi carponi per circa sei ore, alle ricerche nemiche. Nell’ospedale di Carpi, individuata dalla polizia fascista, subisce, sebbene in gravissime condizioni, estenuanti interrogatori, ma tace incrollabile nella decisione eroica. Amputata la gamba, l’insurrezione la sottrasse alla vendetta del nemico furente. Fulgido esempio di altruismo, di sacrificio e di eccezionale coraggio».

A Gina Borellini, 8 settembre 1943 — aprile 1945*Il presente racconto rielabora alcune testimonianze tratte da due opere molto diverse per epoca, autori e scopi, ma che costituiscono entrambe una fonte ricca e utilissima. Si tratta di Lotta di Liberazione nella bassa modenese di F. Canova, O. Gelmini e A. Mattioli, uscito a cura dell’A.n.p.i. di Modena nel 1975; e Guerra e dopoguerra nella bassa modenese, di Nerino Barbieri a cura dell’Associazione “Giorgio La Pira”, San Felice sul Panaro (Mo), 2010. Se il primo dipinge una chiara e precisa fisionomia della Resistenza nelle nostre zone preferendo il resoconto storico e indugiando sugli aspetti organizzativi delle formazioni partigiane, il secondo allarga la lente all’intero contesto sociale in cui esse operarono, rilevando maggiormente gli apporti indiretti e i sentimenti degli elementi non propriamente militari.[04-2011 / Liberaci dal male]

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