Fotografia e Resistenza

Tra i vari pezzi andati all’asta il 24 marzo nella sede romana di Bloomsbury, figura un baule appartenuto al capitano inglese Richard Charles Limbert contenente sei faldoni straripanti di foto, lettere ed altra documentazione raccolta tra il 1943 ed il 1945 nel corso della propria missione al seguito della V armata. Non sono giunte offerte: è avvilente come nessun museo si sia fatto avanti per acquistare una simile mole di documenti.

Nato a Manchester, Limbert fu poliziotto, giornalista, scrittore, marinaio. In Italia si occupò dell’allestimento e gestione di campi per rifugiati, dando sollievo alla popolazione civile travolta dagli eventi bellici, venendo insignito nel giugno del 1945 della medaglia di bronzo per questa attività umanitaria. Nel baule, il tutto ordinato cronologicamente, si trovano informazioni sulle posizioni occupate dalla Resistenza bolognese, una descrizione completa del campo di lavoro partigiano di Ca’ di Landino a Castiglione de Pepoli, documenti inerenti l’attività della V armata, notizie relative alla struttura ed alla vita all’interno dei centri di accoglienza. E foto, a centinaia, scattate ai profughi ed ai rifugiati, alle città in festa via via liberate ed in gran numero ai partigiani bolognesi e toscani, con cui ebbe saldi contatti tanto da essere nominato nel 1945 responsabile dei rapporti con essi.

La fotografia da sempre è stata un potente mezzo per propagandare e diffondere idee, ed anche i movimenti partigiani seppero sfruttarla al meglio per portare avanti i propri ideali: tra i tanti vale la pena citare gli scatti di John Philips al Maresciallo Tito, mentre in Italia ottimi documenti visivi furono realizzati da Valentino Petrelli (“Milano. Tre ragazze partigiane armate di fucile in via Brera”) e Tullio Farabola, che immortalò Carlo Barzaghi, soprannominato “il boia del Verziere”, mentre veniva condotto dai partigiani al luogo della fucilazione, foto questa molto conosciuta in quanto scelta per la copertina de “Il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa. Ed ampio l’archivio fotografico di Olimpio Corti relativo alla Repubblica Partigiana di Montefiorino, dove non mancano immagini curiose in cui i protagonisti mimano assalti giocosi e posano in atteggiamenti scanzonati.

Quando il 18 agosto del 1944 scoppiò l’insurrezione generale di Parigi, con cruenti scontri che videro il culmine il 22 agosto, a documentare la rabbia degli insorti e le barricate ci saranno, tra le file della Resistenza, nomi del calibro di Robert Doisneau ed Henri Cartier-Bresson, mentre all’interno del Fronte Nazionale si costituirà addirittura un vero e proprio gruppo di fotoreporter col compito di fornire alla stampa reportage di questi scontri.

La Resistenza ed il suo reale peso nelle vicende belliche sono argomenti che creano discussioni e divisioni ideologiche non solo in Italia, patria di nostalgici revisionisti: grandi polemiche accompagnarono, nel 2008, la mostra parigina del fotografo André Zucca (1897-1973), collaborazionista durante gli anni dell’occupazione. Nell’allestimento 270 immagini di gente comune in atteggiamenti spensierati, fornendo una visione ridente di quegli anni, cosa che indignò i benpensanti: come accettare che si potessero vivere momenti felici mentre la nazione era invasa dallo straniero? La realtà storica racconta che in Francia, esattamente come in ogni altro paese sottomesso dalle potenze dell’Asse, ci fu un vivace movimento di lotta clandestino, ma allo stesso tempo molti scelsero, per opportunismo o per puro spirito di sopravvivenza, la via del collaborazionismo: è questione di onestà intellettuale guardare al proprio passato con occhio critico, evitando comportamenti ipocriti quando si aprono gli armadi della Storia e ne escono scheletri che intaccano il proprio sciovinismo.

Se i francesi ebbero il lodevole fine di documentare, in modo serio e privo di intenti revisionistici, un aspetto spesso taciuto del proprio passato, diverso lo spirito della giunta regionale della Liguria che nel 2009 si coprì di ridicolo ritoccando una foto scomoda: nel realizzare un manifesto celebrativo in occasione della festa della Liberazione si pensò bene di far sparire pistola e bomba a mano, oggetti evidentemente troppo minacciosi e demodé per le geniali menti che richiesero la locandina, facendo intervenire il magico timbro clone di Photoshop.

Passi che la foto scelta non fosse un’istantanea ma costruita appositamente per la stampa dell’epoca, che la pubblicò come scena reale in quanto ciò che contava era il messaggio, ma il ritocco ed il desolante rimpallo di responsabilità che seguì la scoperta del fatto furono offensivi nei confronti di coloro che combatterono per la libertà della nazione, mettendo in gioco la propria vita per ideali oggi troppo spesso canzonati e piegati ad interessi di parte.

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