[storie piccole] Non ha odio la rossa bandiera vista in tenera età

[di Giuliano Vecchi]

A partire dal 1943 sempre più persone entrarono nelle fila della resistenza armata al nazifascismo, operando prevalentemente in aree montane. Sugli appennini modenesi va senz’altro ricordata la Repubblica Partigiana di Montefiorino, che difese la propria indipendenza fino al primo agosto del 1944, ma episodi eclatanti si registrarono anche in pianura, come quando nella notte tra il 23 e 24 febbraio del 1945 circa 200 partigiani attaccarono la caserma della Brigata Nera “Pappalardo” di Concordia, uccidendo numerosi fascisti.

Il 24 aprile era una giornata di sole, con la freschezza della primavera.

Mio babbo mi chiamò e mi chiese di accompagnarlo dalla figlia Enova che aveva sposato Giuseppe Silvestri e che abitava a 250 metri da casa nostra. A 50 metri dall’incrocio, vediamo un gruppo di persone che sventolano i fazzoletti bianchi urlando: “Siamo partigiani, siamo partigiani!” Il babbo guarda verso lo stradello e vede che diversi soldati americani si gettano nei fossi che lo costeggiano. Si mette a correre. Così veloce non lo avevo mai visto. Mentre correva urlava: “Mettete giù le armi, mettete giù le armi!” Al suo ordine, i partigiani lasciano cadere le armi per terra. Dopo qualche minuto di tensione, i soldati si alzano, escono dai fossi e vanno ad abbracciare i partigiani con gioia e sollievo di tutti.

Mio babbo, quasi senza fiato, dice ai giovani partigiani: “Per colpa dell’entusiasmo, andavate incontro ai liberatori dimenticandovi le armi in spalla.” Un partigiano gli si rivolge dicendo: “Umberto, ci hai salvato la vita. Abbiamo combattuto tutta la notte, fatto prigionieri tanti tedeschi e per l’entusiasmo stavamo per morire tutti, ammazzati dai liberatori. Erano già pronti per sparare. Pochi secondi in più e si compiva una tragedia.”

Alle 10 del mattino circa, per la frazione passano gli americani. Sempre nel medesimo giorno, ma verso le 4 del pomeriggio, vedo venire da uno stradello un cavallo con biroccio. Il biroccio era un carro con due grandi ruote con cerchioni in ferro. I raggi delle ruote erano di legno, come era in legno il punto centrale. Sotto c’era un blocco di ferro curvo, dove passava una barra, sempre in ferro, alla quale si agganciavano le due ruote. Sopra la barra di ferro, era collocato il tavolato in legno con le due stanghe alle quali si attaccava il cavallo. Sopra il tavolato, erano innestate due sponde alte un metro con tavole distanti circa 15 centimetri l’una dall’altra. Alcune erano pitturate di rosso, altre ornate a piacere.

Nel 1945, il biroccio era un mezzo di trasporto agricolo, aveva la targa con il nome del proprietario e i quintali di portata. La targa era fissata con dei piombi sulla stanga del biroccio e per averla si pagava una tassa. Quel pomeriggio, sopra quel biroccio, sventolava una bandiera rossa. Il signore che lo guidava aveva spronato il cavallo a tutta velocità e al suo passaggio si alzava un fitto polverone. Il birocciaio era allegro e, senza una parola di saluto, guardando la bandiera rossa, aveva incominciato a intonare, con tutta la voce che aveva, quasi urlando:

“L’è rossa, l’è rossa, l’è rossa. L’è rossa come il vin.

La fine di Matteotti l’ha fatta Mussolin!”

Poi se n’è andato verso le case di altri contadini. Era contento, felice, e anche io lo sarei se un giorno la potessi riascoltare ancora una volta quella canzone. Passati gli americani, da parte partigiana iniziarono i preparativi per festeggiare la fine della guerra.

A casa nostra si presentò un signore in bicicletta che portava due sportone e un sacchetto di fiore (farina). Nelle sporte c’erano uova, vaniglia, zucchero e limoni. Io i limoni non li avevo mai visti. Quell’uomo, rivolgendosi ai miei, disse: “Volevamo chiedervi se potete farci dei belsoni. Non preoccupatevi per l’occorrente. Porteremo altra roba. Quando saranno pronti, verremo a cena coi partigiani.” La nonna, la mamma e la zia Giuseppina fecero una rapida riunione e accettarono di prepararli. Incominciarono subito a impastare, cuocere e sfornare. C’era un profumo che faceva venire l’acquolina in bocca. Indimenticabile!

La nonna a un certo punto ci chiama: “Giuliano, Ivano, Eliseo! Ascoltate: questa sera all’imbrunire vengono i partigiani. Vi do quattro fette di belsone e un bicchiere di vino schietto, che fate festa anche voi!” Quella fu una giornata molto lunga, con quei profumi che stuzzicavano l’appetito e quella promessa della nonna. Ragazzi, una giornata indimenticabile! Finalmente, al tramonto, nonna ci chiama e ci porta le quattro fette di dolce e il bicchiere di vino. Una gioia grande.

Abbiamo mangiato a sazietà e quando siamo andati a letto ci siamo addormentati come sassi, di un sonno tanto profondo che nemmeno i canti e l’allegria di chi, al piano di sotto, stava festeggiando la fine della guerra, potevano disturbare.

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