05.2011 – Eurotour.

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di donato gagliardi

La primavera araba, le guerre libiche, i terroristi sauditi ammazzati; i terremoti giapponesi, l’economia statunitense che stenta a riprendersi, i primi ministri italiani che continuano a picconare la Costituzione nazionale: di recente, tutte queste faccende di non esattamente poco conto, hanno (ulteriormente) allontanato i riflettori dalla sempre più anziana Europa.
Povera Europa. Sexy, energica e un po’ balorda fanciulla un tempo; nonna sorda e vagamente rincoglionita oggi.
E dire che mai, come ora, un continente unito – davvero unito – ci tornerebbe utile.
In realtà, si potrebbe parlare ore – tipo…due, due ore, non di più – dei fiori che stanno nascendo dallo sterco lasciato dalla crisi economica, in Europa: una generale spinta all’industria energetica verde, nascita di realtà urbane ad impatto zero, il proliferare di start up di successo, proposte apparentemente fuori di testa (ma in realtà audaci e ponderate) come quella del premier britannico di inserire la “felicità” come nuovo parametro su cui misurare il PIL; l’aver messo al centro – grazie anche al nostro ministro Tremonti – delle problematiche comunitarie la questione di un’unità politica reale, come base necessaria a sostenere un’altrimenti fragile unità economica (o, più precisamente, monetaria).
Però, suvvia, qui si cerca di fare i giornalisti, di far andare a ruba copie, di solleticar allarmismi. Quindi, sì, parleremo delle cose preoccupanti che accadono odiernamente sulle sponde della vecchia Europa, figlia di Agenore, amante di Zeus.
Nel farlo, partiremo dal suo estremo occidentale, dal più-antico-ex-impero-economico-globale-che-la-Terra-abbia-mai-visto: il Portogallo.
Il 23 marzo, il governo socialista portoghese è caduto. Josè Socrates, in seguito all’opposizione congiunta dei partiti di minoranza e di parte del governo al suo piano d’austerity, ha rassegnato le dimissioni. Dopo circa due settimane, nelle veci di primo ministro “caretaker” (ossia non reggente), ha chiesto un prestito all’Unione Europea per evitare il default. In attesa di nuove elezioni e della stesura di un nuovo documento di programmazione economica, l’Europa ha fatto sapere che tale prestito – pari a circa 78 miliardi – verrà elargito solo se il Portogallo s’impegnerà ad attuare fortissimi tagli e politiche fiscali draconiane.
A quanto pare, le misure suggerite dall’Unione, porteranno ad una contrazione del PIL portoghese di circa 2 punti percentuali nei prossimi due anni.
Il Portogallo ha sicuramente alcuni scheletri finanziari, chiusi a chiave nei propri armadi: i paesi che drogano le proprie economie con continue iniezioni di capitali pubblici, pur mantenendo una crescita bassa, di solito ne hanno.
Ma i suoi problemi erano – e continuano ad essere – la competitività e la produttività industriale più basse del continente.
Gli andamenti degli ultimi anni di questi due parametri suggerirebbero riforme strutturali profonde, piuttosto che meri tagli. Ad esempio, una vera liberalizzazione dei mercati dell’energia e delle telecomunicazioni, deregulation finanziaria e ridefinizione del mercato del lavoro. In altre parole, il Portogallo dovrebbe passare dall’estrema rigidità del proprio sistema economico, ad un’estrema flessibilità. L’esperienza della Grecia ci mostra quanto ciò sia difficile.

Ma il Portogallo, come avrete intuito, non è l’unica tappa di questo excursus sulle magagne continentali. Spostiamoci nelle immediate vicinanze ed accendiamo la tivvù. Con ogni probabilità, rimarremo impelagati in estenuanti talk show politici sulla recessione spagnola.
Zapatero ha annusato la pessima aria che tira dalle sue, e ha deciso di non ricandidarsi. Questa mossa dovrebbe almeno fornirgli maggior coraggio nell’attuare riforme impopolari ma necessarie.
Al momento si fa un gran parlare di regioni. In Catalogna, da sempre regione irredentista, da giorni si susseguono manifestazioni di piazza. La rabbia che li causa non è tuttavia dovuta a reclami separatisti, bensì alla crisi che sta colpendo duro. I governi regionali sono stati costretti a tagli esorbitanti: a quello Catalano è stato imposto un taglio del deficit del 10% e molti dipendenti statali sono stati mandati a casa. Su questo ameno scenario, aleggia il fantasma del contagio portoghese, del default che potrebbe partire proprio dall’insolvenza dei clienti portoghesi nei confronti delle banche spagnole.
Ora lasciamo i nostri cugini Iberici e facciamo una capatina in Ungheria. Qui, da un anno, è al potere un amabile mattacchione di nome Viktor Orban, segretario di Fidesz, partito ultraconservatore magiaro. Non si può dire che Mr. Orban, durante i mesi trascorsi al potere, non si sia speso per la causa che più gli sta a cuore: quella nazionalista ungherese.
Tra le riforme che ha attuato in tal senso: abolizione di fondi finanziari privati, creazione di un comitato di controllo dei media (con potere censorio su qualsiasi organo di stampa nazionale); annullamento de facto dei poteri giuridici della Corte Costituzionale; abolizione del Consiglio Fiscale, organo predisposto alla verifica dei conti e delle manovre finanziarie; cacciata dal board della Banca Centrale Ungherese degli esponenti a lui avversi e – Silviuccio guardi e impari! – riforma costituzionale!
Nello specifico, quella appena vergata esige fedeltà da parte di ogni cittadino ungherese a Dio e Patria, e uno Stato definito non più come Repubblica, ma nella sua essenza nazionale ed etnica.
I vicini tedeschi iniziano a preoccuparsi, eppure nessuna obiezione alle politiche dal sapore vintage – anni ’20 e ’30, per precisione – di questo signore si sono sollevate da alcun organo europeo.
Insomma, attendiamoci altre imperdibili sorprese da questo tizio, che nemmeno dieci anni fa, al suo primo mandato come Presidente del Consiglio (sì, lo era già stato!) dichiarò: <<noi non crediamo nell’Unione Europea, crediamo nell’Ungheria, e consideriamo l’Unione Europea da un punto di vista secondo cui, se facciamo bene il nostro lavoro, allora quel qualcosa in cui crediamo, che si chiama Ungheria, avrà il suo tornaconto>>.
Come direbbe Gianni Morandi, “stiamo uniti”. Ma a chi?

[l’immagine €Mumble è di fotofoglia]

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