Intervista a Simona Vinci

[Mirko Roglia]

Nel tuo libro di esordio i bambini sono i protagonisti assoluti e questo è un elemento insolito. Sei giunta a questa idea durante la scrittura o la storia nasce originariamente così?

Fin dall’inizio avevo in mente una storia nella quale gli adulti non comparissero mai ‘a figura intera’. Se ne avverte la presenza, ma non sono mai messi a fuoco. Eppure, in fondo, questo romanzo parla soprattutto di loro. Della loro assenza, appunto, della loro mediocrità, della loro incapacità di ascoltare e di vedere. Di essere ciò che dovrebbero essere: ‘i grandi’, quelli che sanno e insegnano le cose, quelli che ti proteggono quando viene buio, ma sanno lasciarti libero quando sei pronto a camminare senza tenere nessuno per mano.

Gli adulti hanno un ruolo marginale, quasi non si ha il tempo di delineare i loro volti, ed hanno sempre una connotazione minacciosa o come minimo indifferente. E’ una forma di denuncia o semplicemente in questa storia hai voluto tenerli fuori?

Volevo raccontare un mondo separato: le dinamiche di un gruppo di bambini e ragazzini che per un’intera estate riescono a ricavarsi un mondo alternativo dal quale gli adulti sono banditi. Non ci riescono, però, perché il mondo adulto entra comunque nel loro territorio, se non ‘fisicamente’, con il suo influsso psicologico.

Una delle “scoperte” più vivide che si hanno durante la lettura, il titolo del libro la anticipa, riguarda la vita interiore del bambino, così straordinariamente intensa. Perché tendiamo invece a vedere il bambino come un essere privo di psiche o che comunque va trattato “da bambino”?

Non posso rispondere a questa domanda, sono solo una story-teller. Posso dire che la vita per gli adulti ‘medi’ è faticosa e difficile, ed è forse più comodo trattare bambini, vecchi, animali e tutti quelli che hanno delle fragilità che li rendono più vulnerabili, come dei pupazzi. Se ti diminuisco, se ti tratto come se tu non avessi una tua volontà e un tuo mondo psichico, mi spaventi, infastidisci e mi intralci di meno. Ho risolto così il problema che la tua presenza ‘inquieta’ mi pone.

Altro punto di novità riguarda il sesso, che desta l’interesse del bambino ma che appare così distante dal mondo dell’infanzia. Al contempo però pare che l’approccio al sesso del bambino sia anch’esso soggetto alla corruzione dei tempi. È troppo sperare in una conoscenza del sesso “naturale”?

Considerato come i media usano il sesso e la seduzione per vendere qualsiasi prodotto, come i richiami e le allusioni sessuali siano un sottotesto presente in ogni discorso, sì: nella nostra società un approccio al sesso ‘naturale’ è esclusa. A meno di non vivere nei boschi, lontani da tv, riviste, internet…

Sarà uno stereotipo, ma oggi nelle piazze dei paesi trovi solo i bambini migranti, i “nuovi italiani”. Quali sono i vizi educativi del nostro sistema?

La paura. L’individualismo. Sarà banale dirlo, ma è così. Aver distrutto il senso della ‘comunità’ e la cosa più terribile che ci sia stata fatta in questi ultimi decenni. E ammiro tutte le persone (e sono comunque tante) che questo spirito cercano di tenerlo vivo come possono, anche nei posti più difficili e ‘degradati’. I bambini, ma anche gli adulti, e i vecchi, dovrebbero potersi incontrare senza paura, non essere o sentirsi costretti a vivere rinchiusi a tripla mandata nei loro appartamenti.

Come sei riuscita a tenerti così distante da giudizi e giustificazioni, regalando al lettore la storia punto e basta?

Non lo so. Ho cercato di ascoltare le voci e i corpi di quei bambini, ho cercato di ascoltare la storia che stavo raccontando senza teorizzarci sopra. Per questo anche a distanza di tanti anni mi è così difficile parlarne. Un libro dice già tutto quel che c’è da dirne nella forma migliore.

Nel libro alterni la narrazione a fasi di evocazione lirica, ricordando a tratti la prosa poetica per poi re-immergerti nella pura storia. Come collochi la narrativa italiana nel panorama mondiale?

Domanda troppo grande per le mie fragili spalle: non saprei proprio. Mi viene da dire che siamo marginali come marginale è la nostra lingua. Abbiamo alle spalle una tradizione poderosa, magnifica, ma ce la siamo bruciata in pochi decenni fino a ridurla a un pugno di cenere.

Dei bambini non si sa niente è stato utilizzato, senza misteri, da Ammaniti come “canovaccio” di Io non ho paura. Sono auspicabili queste influenze fra scrittori?

Più che auspicabili o meno, sono inevitabili. Gli elementi fondamentali delle storie, di tutte le storie, ad andare al nocciolo sono sempre gli stessi. Dipende da come li usi, da come innesti gli elementi nel corpo della narrazione. I racconti e i miti del passato, di quelli che hanno narrato prima di noi, fanno parte del nostro tessuto connettivo e del nostro sistema nervoso, ci abitano, ci possiedono, poi ciascuno li rielabora aggiungendo qualcosa di suo per poi passarli a quelli che verranno dopo.

Domanda mia: non ho ben capito perché l’intervista è tutta incentrata su Dei bambini non si sa niente. Nel frattempo sono passati 14 anni e altri sette otto libri e svariati altri argomenti.

 

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