“Non lasciarmi”: la voce flebile di un’esperienza emozionale distopica

Continuo a ripetermi che comunque sono stata fortunata a passare del tempo con lui, quello di cui non sono sicura è che le nostre vite siano tanto diverse da quelle delle persone che salviamo…

Quello che sorprende nel suggestivo romanzo “Non lasciarmi” del nippo-britannico Kazuo Ishiguro (“Quel che resta del giorno”), ora anche fedele trasposizione cinematografica del regista Mark Romanek (“One hour photo” e svariati video musicali), è sia la capacità di evocare così lucidamente la suggestione invisibile di un mondo che sembra apparentemente lontano e assolutamente altro, sia l’abilità di immettere l’elemento distopico proprio all’interno di un reale che potrebbe essere lo spettro di un futuro molto vicino.

La distorsione fantascientifica della narrazione è asservita alla creazione di quella che apparirà una parabola accelerata del dramma del vivere attraverso l’orrorifica metafora del ciclo delle donazioni.

“Ciò che desideravo veramente, immagino, era dare un senso a tutte le cose che erano successe tra me e Tommy e Ruth dopo che eravamo cresciuti e avevamo lasciato Hailsham. Adesso mi rendo conto di quanto determinante sia stato il periodo trascorso a Haislham per ciò che è avvenuto in seguito, ed è il motivo per cui innanzitutto voglio riandare con la memoria a questi primi accadimenti molto attentamente”.

La cornice apparente sembra infatti quella di un racconto di formazione volto all’educazione sentimentale dei suoi tre protagonisti Kathy (Carey Mulligan), Tommy (Andrew Garfield) e Ruth (Keira Knightley), ma in realtà dall’inizio quasi idilliaco nel college di Hailsham ci si distaccherà in breve per approdare alla consapevolezza della triste e desolata sorte già pianificata fin dalla loro creazione. Infatti Hailsham non è altro che un contenitore ovattato di una generazione di cloni dal destino salvifico, quali incubatrici di organi che verranno donati agli uomini del mondo normale per procrastinarne la morte.

Nonostante il loro orizzonte si presenti come mero riflesso della vita reale, nel quale questi giovani e fragili “replicanti” vengono spogliati da ogni identità individuale per svolgere un unico, meccanico compito esistenziale, ciò che non potrà mai essere estirpato dai loro animi è proprio quell’elemento emozionale di amore palpitante che giace nel tempo dell’uomo, anche se sempre inesorabilmente caduco nel momento in cui è presente.

L’urgenza del senso verrà colmata al termine delle loro esistenze attraverso il conforto dato dall’accettazione dell’idea di completare un ciclo, che ha come intrinseco elemento la limitatezza del suo essere, rispetto al quale “forse nessuno ha compreso veramente la propria vita, nè sente di aver vissuto abbastanza”.

Una narrazione terribilmente suggestiva nel suo essere lievemente fatalista, capace di godere di tutta l’ammirevole  discrezione nipponica che, tacitamente, disciplina il melodramma trovando forza nell’elaborazione di quella dimensione del ricordo in grado di “riportare in vita” e accompagnare nell’attesa.

Anche la pellicola di Romanek rimane fedele alle atmosfere svuotate e dolenti del romanzo.

Il regista si insinua nei meandri di una condizione esistenziale relegata a uno stato larvale e afflitto, attraverso un occhio-spia che comunica la dimensione uggiosa della narrazione anche attraverso una sapiente fotografia (di Adam Kimmel), soprattutto attenta ad attenuare qualunque possibile brillantezza di luce, slavando persino i colori che diventano il rimando di uno stato dell’anima.

C’è tutta la levità dell’atroce.

Toccante.

 

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