[Nuvole d’inchiostro] Il fumetto come forma d’arte

Il 14 maggio 2011 si è svolta a Ferrara la nona edizione del Martin Mystère Mystery Fest. Per l’occasione Mumbleduepunti ha realizzato un lungo articolo, pubblicato in tre parti: nella prima si tratterà del fumetto inteso come forma artistica, nelle due successive dell’uso didattico di questo linguaggio, analizzando le pubblicazioni curate dal Centro Etnografico Ferrarese tra il 1989 ed il 2002 che hanno per protagonista Martin Mystère.

 Si ringrazia Roberto Roda del C.E.F. per le preziose informazioni e la sua grande disponibilità.

 

Parlando dell’universo narrativo rappresentato dal Fumetto si fa riferimento ad una vera e propria forma d’arte, benché sia necessario armarsi di infinita pazienza in quanto, nella gran parte dei casi, il nostro interlocutore scuoterà la testa, catechizzandoci successivamente col classico refrain che etichetta il mondo delle nuvole come uno svago per bambini, probabilmente citando le moderne storie italiane della Disney, ignorando che proprio le avventure di Topolino degli anni ’30 e quelle mitiche di Zio Paperone realizzate da Carl Barks sono piccole gemme narrative e grafiche.

“Yellow Kid” segna nel 1896 la nascita ufficiale del fumetto, e come il cinema suo contemporaneo (la proiezione del primo film avvenne il 27 dicembre 1895) diviene rapidamente una forma di intrattenimento popolare, evolvendo continuamente i propri codici narrativi e grafici fino a poter essere considerato a pieno titolo arte a tutti gli effetti, spesso anticipatore di mode, costumi e situazioni e generando contaminazioni tra diverse forme espressive, specialmente nel campo cinematografico dove si arriva al paradosso di “Scott Pilgrim VS the world”, film del 2010 di Edgar Wright che si appropria delle soluzioni visive tipiche del fumetto in una piacevole commistione di linguaggi, e come già avvenne in campo artistico con la Pop-Art: chi non ha mai visto le opere di Roy Lichtenstein, caratterizzate da retini di stampa marcati, netti contorni neri e colori privi di sfumature?

Origini più antiche e nobili possono essere ricercate già in certi affreschi medioevali, dove parole venivano affiancate ai personaggi raffigurati, o nell’arazzo di Bayeux che narra la conquista normanna dell’Inghilterra avvenuta nel 1066, colossale “striscia” ante letteram.

Nel secondo dopoguerra una schiera di autori francesi e belgi assurse al rango di vera e propria scuola: già nel 1929 Hergé ottenne notorietà mondiale con Tintin, nel 1957 Peyo creò i Puffi, e per citare solo alcuni altri nomi, i più celebri, non vanno dimenticati Jean Giraud (in arte Moebius), Goscinny e Uderzo, Jean Claude Forest, dalle cui matite presero vita Blueberry, Asterix, Lucky Luke, Barbarella. Interessanti pure le produzioni sudamericane, dove operarono Quino, Mordillo e l’italiano Hugo Pratt, e che vide nascere in Argentina “L’eternauta” (1957), la più cupa e profetica epopea d’inchiostro realizzata da Hector German Oesterheld (1) e Francisco Franco Solano.

Merita un discorso a parte la situazione nel paese del Sol Levante, dove è in uso già dal XVIII secolo il termine “manga” (immagini libere) indicante inizialmente i libri di illustrazioni. L’impaginazione nipponica non segue le rigide regole occidentali della suddivisione della pagina in rettangoli, consentendo massima libertà espressiva al disegnatore, una delle ragioni questa (certo non l’unica) del successo editoriale del fumetto in Giappone, letto da adulti e ragazzini senza distinzioni ed equiparato in tutto e per tutto alla letteratura. D’altronde sarebbe impossibile catalogare come svago per bambini un lavoro come “Nausicaa della valle del vento” di Hayao Miyazaki (7 volumi, 1982), che contiene tutte le tematiche che ricorreranno nella sua futura e fortunata produzione cinematografica (ecologia, pacifismo, paura del diverso), e l’opera di YAS (Yoshikazu Yasuhiku), celebre per aver trasportato gli invincibili robot degli anni ’70 in una dimensione adulta nel decennio successivo. Con “Mobile Suite Gundam” i giganti d’acciaio altro non sono che macchine prodotte in serie, moderne armature tecnologiche soggette a guasti e manutenzioni periodiche, concentrando l’attenzione sul vero protagonista di ogni vicenda bellica: l’uomo con le sue paure, le sue debolezze, le sue aspirazioni, narrate in nuova rivisitazione a fumetti intitolata “Gundam origini” nel 2002 (2).

In Europa fu Moebius il primo ad infrangere gli schemi classici del fumetto, trasformando ogni singola tavola in successioni di disegni liberi da gabbie, ulteriore passo nella maturazione di questo linguaggio che porterà infine alla realizzazione delle cosiddette “Graphic Novels”, ovvero romanzi a fumetti in cui spiccano “Maus” di Art Spiegelman (1986), Persepolis di Marjane Satrapi (2002) e che ha avuto il precursore in Hugo Pratt con “Una ballata del mare salato”, prima avventura del marinaio Corto Maltese risalente al 1967.

Il fumetto è dunque un linguaggio espressivo complesso ed articolato, che possiede pari dignità rispetto alle cosiddette arti maggiori e, per la sue capacità di stimolare la fantasia e contribuire al superamento delle difficoltà di verbalizzazione, si presta ad essere uno strumento narrativo di grandi potenzialità didattiche, come si vedrà analizzando il rapporto tra il Centro Etnografico Ferrarese ed uno dei più importanti personaggi della scuderia Bonelli: Martin Mystère.

(1) Nato in Argentina da una famiglia di origine tedesca, Oesterheld scomparve il 3 giugno 1977, uno delle migliaia di desaparecidos della dittatura militare argentina. Stessa sorte per le quattro figlie e tre generi. Con “L’eternauta”, uno dei massimi capolavori del XX secolo, anticipò le atmosfere e molte delle situazioni che l’Argentina vivrà pochi anni dopo

(2)  Gundam nacque come rivisitazione di due romanzi di Robert Heinlein sapientemente fusi e rielaborati: “Fanteria dello Spazio”, da cui venne tratta l’idea del robot come moderna armatura e “La luna è una severa maestra”, alla base della guerra fratricida tra le diverse colonie nello spazio e la madrepatria Terra

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