L’intervista al prof. Guido Zaccarelli

Segue l’intervista di Mumble: nelle persone di Giacomo Vincenzi e Manuele Palazzi al prof. Guido Zaccarelli, docente di Informatica a contratto presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e Referente del Servizio Informativo dell’Azienda Sanitaria di Modena, presso il Distretto di Mirandola. Intervista sviluppata dalle domande suggerite da Massimo Dellavalle, Presidente della rivista “Nuova Civiltà Delle Macchine” (www.ncdm.it), poi integrata per avere un quadro sulla conoscenza legata all’informatica per mezzo e forma, in seguito alla pubblicazione del volume didattico  “Informatica. Insieme verso la conoscenza” (http://www.informaticainsieme.it/) del prof. Zaccarelli. Sperando in un futuro prossimo di poter approfondire l’argomento con le parti coinvolte, per consentire sensibilizzazione partecipata, ad una visione critica del mezzo informatico, nelle sue particolarità etiche.

 

Nel suo libro “Informatica. Insieme verso la conoscenza” non ha utilizzato forme espositive sequenziali e ipotattiche ma, mi pare, ha preferito modalità più simili ad un ipertesto multimediale, all’interno del quale si può “surfare” da un contenuto all’altro, senza una gerarchia predeterminata. Pensa che questo modo di esporre –e apprendere- i contenuti sia più efficace nella costruzione della conoscenza?

Il libro è un racconto che ha sequenzialità, ma arriva alla sintesi tramite l’ipertesto. Si tratta di un viaggio dove il lettore viene preso per mano per farlo entrare a piccoli passi nel mondo dell’informatica. Il modello logico-deduttivo e induttivo-deduttivo fanno da sfondo al libro e aiutano il lettore nel ragionamento, offrendo la possibilità di partire dall’insieme per arrivare alla sintesi e dalla sintesi ritornare all’insieme comportandosi come i dendriti, le radici del neuorone, oppure come le radici di un tronco di un albero, dove è possibile attraversare il tronco, (l’insieme del racconto) per arrivare alle radici, (la sintesi o le parti del racconto) oppure partire dalla sintesi, (le radici) per ritornare al tronco, (l’insieme).

L’input della conoscenza arriva al neurone, che per radici irrazionali non si può sapere di certo dove arriverà, come l’ipertesto che va da un ramo all’altro attraverso lo schema emozione-motivazione per raggiungere le cime più alte della conoscenza. L’individuo raggiunge la conoscenza quando entra in contatto con la consapevolezza di ciò che lo circonda in un percorso che lo ha visto camminare per le strade dell’esperienza e dell’introspezione. Stabilire ora se l’apprendimento raggiunto con l’apporto delle nuove tecnologie sarà migliore o peggiore rispetto al passato è molto difficile, certamente, oggi si apprende in modo diverso.

E lo si è potuto appurare analizzando le immagini ottenute con la RMF ( Risonanza Magnetica Funzionale) di individui che navigavano in Internet oppure utilizzavano le moderne tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione: ci sono aree celebrali che vengono diversamente irrorate quando vengono affidati compiti legati all’utilizzo di strumenti tecnologici.

Nel libro ogni pagina è contestualizzata offrendo al lettore la possibilità di avere a disposizione in un unico sguardo, tutto ciò che serve per l’argomento trattato nella pagina stessa. Quindi la lettura può procedere avanzando pagina dopo pagina, fermarsi al capitolo o raggiungere direttamente l’argomento o la parola d’interesse.

I contenuti sono stati proposti con una schema bi-dimensionale, disegni – descrizioni per favorire attraverso l’emozione l’apprendimento. Importante che, se la fase di surfing prendesse realmente il sopravvento, gli individui dovranno mettersi nelle condizioni di non fermarsi alla parte (la pagina) ma di prendere in considerazione il tutto, (il libro), entrare nello spazio di riflessione e fare sedimentare il pensiero per potere cogliere anche le sfumature più remote della conoscenza indispensabile per creare i fondamenti sui quali dare vita a nuove e consolidate forme di saperi.

Il metodo proposto è di per sé innovativo e necessita di ulteriori approfondimento e di altro tempo per definire se in realtà facilita la costruzione della realtà, l’obiettivo e la speranza insieme sono di stimolare il lettore ad apprendere i primi rudimenti dell’informatica con la quale dialogare per essere parte attiva del cambiamento.

La tecnologia informatica sta diventando oggi lo strumento di comunicazione per eccellenza, e come ogni tecnologia che l’uomo ha usato dalla notte dei tempi, performa e costruisce la realtà o, almeno, la percezione che abbiamo della realtà. E’ possibile che nel nuovo millennio le TIC stiano usurpando il ruolo di Serva padrona, posto che era della Matematica nel secolo scorso?

La matematica è la forma teorica dei livelli di realtà, sta alla base della scienza, aiuta l’uomo nella ricostruzione del mondo reale, ma la tecnologia è un mondo reale, esistono i mondi non-reali, mondi possibili? Esistono quando un individuo li idealizza col l’apporto del suo pensiero. Possiamo ipotizzare che la tecnologia appartiene al mondo possibile che diventa reale solo in presente della condizione se, allora è vero?

Ulisse sbarcò a Itaca immerso in un sonno profondo, se fosse stato vero allora saremmo di fronte al racconto di un fatto realmente accaduto all’interno di un mondo reale, ma se ciò non fosse realmente avvenuto, allora dovremmo rappresentare il fatto in un altro modo, dovremmo avanzare un’altra serie di ipotesi che troverebbero la loro naturale collocazione in un altro mondo, un mondo possibile, una forma idealizzata del pensiero al quale l’individuo tende quando vuole distaccarsi dalla realtà per confinare in un’altra non-realtà: due mondi distanti ma uniti dal “se”, se fosse realmente avvenuto?

La tecnologia aiuta a dare nuove forme al mondo reale in una dimensione dinamica alla continua ricerca di una nuova identità. L’automazione tecnologica si costruisce partendo dalle idee che si trasformano in immagini destinate a rappresentare ex ante il mondo reale la cui realizzazione diventa possibile attingendo dalla matematica, dalle scienze in genere e dalle conoscenze individuali e collettive, che vengono costantemente utilizzate e dinamicamente richiamate per creare nuovi contesti di realtà noto che l’uomo non vede la realtà ma la ricostruisce attraverso i percetti.

La tecnologia quindi è un mondo possibile che diventa reale solo e solo se si verificano le condizioni di passaggio da un mondo all’altro, in questo modo, la forma ideale del pensiero e la sua rappresentazione sotto forma di immagini tocca la realtà. L’individuo modifica i suoi comportamenti adattandosi egli stesso a ciò che ha idealizzato nel mondo possibile trasferendolo nel mondo reale, alla continua ricerca di un sé , dove è vero solo e solo se… L’uomo è sempre più concentrato nella ricerca esasperata di tecnologia per migliorare la vita delle persone senza preoccuparsi di dare effettivamente ascolto ai bisogni reali delle persone, che non necessariamente sono nelle pieghe nascoste della tecnologia da scoprire. L’uomo quindi è sempre più calato nel mondo reale alla continua ricerca di un mondo possibile da trasformare in reale alla ricerca di un da scoprire e da inventare grazie alla tecnologia, grazie alla matematica e alla sua funzione logica “se”, se naturalmente la tecnologia giocherà un suo “se, allora diventerà la vera padrona, la matematica uscirà dal mondo reale per raggiungere un altro mondo, quale?, non si sa.

Come me, anche lei appartiene ad una generazione di immigrati digitali che, benché pratici e competenti nell’uso di nuove tecnologie, hanno modalità di apprendimento e di esposizione dei contenuti ancora “gutenberghiani”, completamente diversi rispetto a quelli dei “digital native”: i ragazzi nati con cellulare e computer. Pare che in questa generazione sia in corso una mutazione antropologica per la quale Wim Veen ha coniato il neologismo Homo zappiens, in cui si sviluppano addirittura percorsi mentali diversi. Come vede questa trasformazione nelle nuove generazioni?

L’immigrazione calata dentro un contesto, se non voluta ed organizzata, è subita. L’individuo è emigrato dall’analogico o è immigrato nel digitale, è stata una scelta voluta o una scelta subita? quale è il rapporto tra emigrazione/immigrazione, tra analogico/digitale? tra un foglio di carta scritto a mano e un foglio di carta digitale scritto al computer? tra ciò che vogliamo emigrare di noi e immigrare sulla carta e ciò che vogliamo emigrare di noi per immigrarlo in un bit?. L’immigrazione/emigrazione sono sinonimi di un cambiamento, voluto o subito, e nel passaggio da un momento prima ad un momento dopo c’è un istante nel quale si decide se abbandonarsi al nuovo che verrà o trattenere ciò che serve per portarlo con sé, in dote, nel nuovo. L’immigrazione/emigrazione è anche rispetto alle informazioni che noi vogliamo trasferire fuori rispetto a ciò che noi vogliamo conservare dentro, perché l’immigrazione può anche essere vista come un dentro rispetto al fuori. L’uomo fin dall’inizio e con Guttenberg poi, ha sempre trasferito in diverse forme prima e su carta poi, i propri pensieri, le proprie emozioni e la carta, dopo l’invenzione, è sempre stata la memoria permanente, quella oggi presente nel personal computer, che ha portato con sé i nostri ricordi. Segni grafici che rappresentavano i nostri pensieri che prendevano forma in quegli istanti e in quei momenti avveniva qualcosa di particolare, di magico: stavamo emigrando ciò che era dentro di noi per immigrarlo in un foglio di carta che avrebbe conservato ogni momento del nostro dentro per accompagnarlo nel tempo fuori a venire, immaginando che a lungo, se inesplorati, potevano essere coperti dalla polvere del tempo. E la carta è sempre stato il nostro punto di contatto con la conoscenza, con la quale la conoscenza si è diffusa, si è radicata. Pensiamo ora ad un libro, quando lo prendiamo per mano e lo osserviamo in tutta la sua pienezza oppure in alcune sue parti, quando lo giriamo, quando ci soffermiamo sulla copertina, come con un quaderno appena comprato, oppure nel rapporto con il nostro diario quando notiamo che si riempie di ricordi e di racconti, giorno dopo giorno, man mano che il tempo avanza. Possiamo rimanere ore su quella pagina per immaginare e re-immaginare come in un film al tempo presente il nostro passato, per emigrare dal presente ed immigrare nel passato, come pure decidere di emigrare dal passato per immigrare nel presente, oppure decidere di fermarsi sulla pagina, per fermare il tempo e vivere il ricordo, nel ricordo del tempo, nella sua pienezza. In questo passaggio tra emigrazione e immigrazione siamo consapevoli che possiamo a distanza di tempo riprendere il foglio e rivivere le stesse emozioni, mentre oggi i digital native possono riprendere quel foglio scritto al computer e rivivere le stesse emozioni? oppure sono emozioni diverse, oppure sono le stesse emozioni che vengono vissute in modo diverso perché sono nate in contesti situazionali differenti? Ora il passaggio tra emigrazione/immigrazione non gioca più sul rapporto analogico/analogico ma analogico/digitale. Cosa cambia per gli Homo Zappiens abituato al multitasking, al Cloud Computing, (la nuvola), ovvero alla capacità simile di un computer di potere svolgere contemporaneamente più attività, (processi) rispetto agli Homo non Zappiens che non conoscevano il multitasking? In questo ultimo passaggio le informazioni da analogiche diventano digitali e tutto il nostro patrimonio conoscitivo viene codificato in un nuovo linguaggio dove serie di zeri ed uno conservano i nostri pensieri, i nostri stati d’animo, ma in questo passaggio, i dati riescono a conservare l’emozione, oppure l’emozione sfuma nel passaggio dal mondo reale al mondo digitale e

in quell’istante confina verso un mondo che non è reale e nemmeno digitale, ma un mondo possibile dove le emozioni si vivono in un modo diverso da come l’Home non zappiens ha sempre vissuto? Le informazioni emigrate nei computer assumo un contorno diverso da quello della carta dove il tangibile lascia il posto all’intangibile, il materiale al de-materiale, la china al bit.

I dati emigrano dall’uomo per immigrare nel computer, vengono codificati con una nuova forma di linguaggio che rende incapace l’individuo di entrare direttamente in contatto con i segni grafici di un tempo perché altri segni grafici hanno preso il loro posto, le informazioni non rappresentano più per l’uomo un patrimonio tangibile, la carta, ma intangibile, il bit.

Tutto non sarà più sparso sulla nostra scrivania o in bella mostra a scaffale, dove un colpo d’occhio è sufficiente per accedere al documento, tutto è sparso su uno o più computer che conservano i nostri fogli sparsi oppure organizzati ma accessibili con un clic, attraverso immagini digitali codificate e standardizzate.

L’Homo zappiens che nasce in questo mondo troverà a suo modo strano accedere alle informazioni in altro modo, emigrare dal mondo digitale per immigrare nel mondo analogicio. L’individuo che invece tenderà ad essere l’Homo zappiens, dovrà cambiare la modalità di ricerca e di accesso alle informazioni e rinegoziare con se stesso una nuova forma mentis, con la quale gestire l’archivio, la classificazione, la codifica dei dati, dovrà emigrare dal mondo analogico al mondo digitale.

L’Homo sapiens uno zapping tra immigrazione ed emigrazione ai confini tra il mondo reale e il mondo digitale, tra una parola e un bit. L’Homo zappiens è l’uomo che in presenza di una multi-tecnologia accede attraverso uno zapping (trasparente) tra un server e l’altro, tra una piattaforma e l’altra alla ricerca dei dati d’interesse, dove la mancanza di una unica zona all’interno della quale trovare i suoi dati lo rende incapace di avere a disposizione tutto il proprio patrimonio informativo.

L’Homo zappiens, che accede alle informazioni d’interesse attraverso percorsi che vengono abilitati da icone, da immagini, da video, da musica, tutto in uno spazio dove arrivare alle informazioni d’interesse percorrendo una strada non lineare ma strade che si aprono e si chiudono velocemente in base all’interesse che nasce nel momento e che si illumina di fronte agli impulsi digitali che in quel momento stimolano la ricerca, l’interesse e la creatività, liberando risorse e potenzialità fino ad un istante prima inespresse.

Ora l’Homo zappiens, che nasce nel mondo digitale, dovrà egli stesso affrontare una nuova immigrazione per certi versi simile alla immigrazione dell’Homo non- zappiens, oppure il mondo digitale è il confine ultimo per accedere allo stadio più elevato per condividere la conoscenza a livello globale?

Ma all’Homo zappiens, interessa tutto questo oppure è solo ciò che l’Homo non zappiens ancora non è in grado di accettare in quanto fermo in quell’istante tra il mondo reale e il mondo digitale?

Oggi, accanto ad un modo di acquisizione della conoscenza formale –quello che si realizza nelle aule di scuole e università- si sta sviluppando un modo di apprendere informale mediante la Rete, ad esempio attraverso Wikipedia, spesso più precisa e aggiornata dei testi cartacei e degli insegnanti. Crede che questo, oltre a mettere in crisi il ruolo e la funzione dei docenti, possa favorire un modo più democratico e meno gerarchico di trasmissione della conoscenza?

Il modello formale e modello informale, come Lei li chiama, sono riferimenti didattici dove uno non può prescindere dall’esistenza dell’altro, entrambi devono coesistere e dinamicamente appoggiarsi l’uno all’latro in base ai contesti situazionali nei quali si vengo a creare le condizioni nei quali si privilegi un modello rispetto all’altro.

Lo studio su carta non deve mancare, come non deve mancare lo studio effettuato utilizzando le informazioni messe a disposizione dal web: importante è non lasciarsi influenzare sapendo che questo potrebbe condurre all’omologazione del pensiero andando a ridurre la dimensione critica necessaria per mantenere vivo lo spirito della ricerca alla conquista della verità del pensiero.

Il ruolo dell’insegnante di fronte alle nuove tecnologie viene esaltato perché prende coscienza una nuova forma di didattica, analogica e digitale che permette di esplorare nuove forme di conoscenza fino a poco tempo fa inesplorate. Importante che tutti ne siano consapevoli e indirizzino la formazione in questa nuova direzione.

Il vero valore del web sta nella libertà e nella capacità di trasmettere la verità della conoscenza insita nella parola stessa, dove la gerarchia è puramente fisica, infrastruttura di rete, ma paritetica sulla conoscenza.

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