06.2011 – L’universo come ethos dell’Occidente

Il cosmo è tutto un mondo: l’universo creato da Dio, questa vastità spaziale e temporale, fa sempre parte del mondo come lo intendiamo noi, ché il mondo non è certo solo la Terra. «Il mondo è l’ήθος dell’Occidente»: è il contenuto di pensiero di una straordinaria disciplina filosofica: la metafisica, che in maniera per niente astratta o “filosofica” ha conquistato e condotto la nostra civiltà sin dal suo sorgere. E l’ha condotta appunto col mondo, ma soprattutto nel mondo. «Per la sua forza, l’ήθος del mondo è così divenuto φύσις, il luogo indubitabile ed evidente in cui si raccolgono gli enti»: infatti non a caso il nostro mondo (la Terra) esiste in uno spazio di cui occupa una parte del tutto minima.
Nel mondo gli enti sono sottoposti al tempo; l’opposizione originaria dell’essere al nulla è dimenticata nella convinzione che il niente prevalga sull’ente, fino a generarlo. Questa «alienazione essenziale è divenuta la realtà più solida e indubitabile».
La metafisica ha condotto a forza la parola dell’uomo nel mondo, poiché ha costruito un mondo intorno al raziocinio umano. E lì la parola ha perduto la naturale ambiguità, poiché si è trovata dinanzi alla scelta: essere all’interno del mondo, o non essere al di fuori del mondo. Una parola su tutte ha sofferto questa progressiva perdita di ambiguità: “dio”. La sua radice δα ci riferisce il senso dello «star dinanzi manifesto e luminoso»: dio è infatti colui che mostra le differenze, in quanto ciò che distribuisce le differenze: le dà in sorte, conoscendo a chi darle. È così che la parola “dio” acquista già il senso di abilità e capacità, appartenente al campo semantico della tecnica.
Nel nostro universo gli enti esistono da una causa, divina: la creazione è l’evoluzione naturale, nel corso della storia, della tesi dell’ex nihilo nihil di Melisso, prima posizione di un medio ad alienare l’ente dell’essere. Il medio è alienante perché è sostanziale all’ente: «L’ipsum Esse subsistens è l’Ente che ha in sé il suo essere, l’Ente che, sibi relictum, non è un niente. Ma che esista un Ente siffatto bisogna essere capaci di dimostrarlo, e la metafisica ha sviluppato in più direzioni questo tentativo di dimostrazione». Analogamente alla posizione dell’unico Ente immutabile e sostanziale, bastante a sé e al mondo, il pensiero dell’uomo (la metafisica) si è posta come medium tra la verità e la non verità dell’universo da lui concepito come orizzonte al cui interno gli enti sono al mondo.
«La metafisica è l’essenziale persuasione che l’ente, in quanto ente, è niente … Il principio di non contraddizione è la posizione della nientità dell’ente, espressa come non-nientità dell’ente … Ponendo l’ente [solamente] nel divenire, si pensa che l’ente è niente».
Coll’andare del tempo, il significato di “dio” si avvicina sempre più a «l’Onnipotente che padroneggia l’essere degli enti», a scapito di un altro significato di θεός, quello di luce che mostra l’offerta degli enti, che raduna inevitabilmente e inconsapevolmente le potenzialità in positività degli enti. Dio si è reso mano a mano più “tecnico” e strumentale all’evidenza di un mondo in continua evoluzione (yea), sottomesso al tempo e allo spostamento nello spazio. Costringendo così l’ambiguità di “dio”, la luce della ragione – per questo nichilistica – ha trasfigurato l’essere immutabile degli enti nel mondo. «In questa razionalità, θεός è la tecnica dominatrice dell’essere e del non essere degli enti». Perifrasi: in questa razionalità, questa razionalità (la “metafisica”, il nostro comune pensare) è la tecnica semplificatrice dell’ambiguità dell’essere. Quell’ambiguità secondo la quale, in Ritornare a Parmenide, l’essere, in quanto immutabile, cioè concretamente pieno, è “diverso da sé in quanto diveniente”, cioè astrattamente metafisico. L’universo che evolve nello spazio infinito, non è eterno soltanto nella sua totalità – ma qualcuno direbbe addirittura che non è eterno nemmeno lì: ogni sua parte, ogni determinazione per quanto caduca ci appaia è, nella sua complessità, sempre salva.
«Solo se si pensa l’essere e il niente, la nascita e la morte acquistano quella lucidità e intransigente ineluttabilità di significato proprie della nostra cultura e del nostro modo di vivere. La metafisica greca ha stabilito il senso della civiltà occidentale, … perché ha stabilito quella nientità dell’ente, che rende possibile ogni manomissione tecnologica della Terra». Stelle e pianeti, macchine e farmaci, teorie e utensili, unità di produzione e armi di distruzione, piante e animali formano un universo alla mercé della tecnica, superstiziosa, religiosa o scientifica che sia. Ad osservarlo così esso non è un assurdo “mondo possibile”, ma il mondo: l’universo al quale ci ha condotto la metafisica è il mito fondamentale e dominante dell’Occidente. Ora il tramonto del mondo alla fine della storia comporta che noi parliamo con un linguaggio “nuovo”, arricchito di ciò che dell’ente la tecnica – e prima ancora il dio storico – avevano tralasciato: l’eternità.
[Il presente è un commento a E. Severino, “Sul significato della ‘morte di dio’” in “Essenza del nichilismo”, Adelphi 1982]

Immagine tratta da Wikimedia commons

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