06.2011 – Niente Malick o vaneggiante cosmo(a)gonia?

All’uscita dalla sala, dopo la visione di “The tree of life” (Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes) di Terrence Malick (cinque pellicole all’attivo per quarant’anni di carriera: “La rabbia giovane”, “I giorni del cielo”, “La sottile linea rossa”, “The New World”), si è totalmente disorientati, annoiati e imprigionati in considerazioni che si arrovellano seguendo confusi criteri valutativi: cioè, capolavoro o delirio megalomane in ansia da risposte sull’origine?
Sconcerto.
Di certo.
Insomma dal punto di vista meramente tecnico nulla da dire,  ci troviamo di fronte ad immagini di sublime potenza visiva che vengono assemblate seguendo i passi di una ballata fatta di armonie visuali, nella quale la voce fuori campo e le musiche si accordano magnificamente con il mistero che avvolge quell’insondabile equilibrio poetico quale è la Creazione.
Ma la linea della narrazione perde di appiglio geometrico sfociando in un allegorico perturbante che diventa unicamente enigma indecifrabile, a tal punto da sembrare una pellicola quasi fine a se stessa, o forse fatta solo per Malick stesso.
Pare un eccessivo sbrodolio magmatico di tematiche (vita, morte, destinazione, colpa, pena, dolore, amore, fratellanza, Dio) che si dipanano prima dal nucleo famigliare fino ad approdare alla definizione visionaria del nucleo dell’origine, degli animi e persino di quello cellulare. Al di sopra di tutto la tensione delle due massime forze contrapposte quali la Grazia e la Natura, quest’ultima in bilico tra il pessimismo storico e il pessimismo cosmico leopardiani.
Una cosmo(A)gonia che piuttosto sembra vicina ad un probabile collasso dell’universo (cinema) a causa  della sua stessa sindrome da Film-Big-Bang, che tende a mescolare vorticosamente più metalinguaggi secondo ordini assolutamente criptici.
Mah…
Questa volta davvero dubbiosa.

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