Autoritratto con satellite

What’s in a name?” (W. Shakespeare, Romeo and Juliet, atto II, scena II)

Ma vedi che egocentrica questa qua. Quando sente che il tema sono le stelle i pianeti e il cosmo, non può fare a meno di pensare al proprio nome. E ovviamente si aspetta che chiunque la conosca faccia lo stesso, pena defriendamento da tutti i social network. Siete avvertiti.

Perché vedete, cari lettori, io ho la fortuna di chiamarmi come il nostro amato satellite naturale, ho la fortuna di trovarmi nel 90% delle canzonette mai composte, ho la fortuna di ispirare battute geniali del tipo “oh, ma sei piena stasera, vero?”.

Ho il culo sfacciato di dovere il mio nome a una canzone. Dico io, Gianni Togni aveva pure fatto un pezzo che si chiamava Giulia, non sarebbe stato più normale? E invece no, da quasi trent’anni guardo il mondo dall’oblò, mangio troppe caramelle, devo smetterla di fare la scema.

A pensarci bene, poteva andarmi peggio, potevo avere genitori ancora più fricchettoni e oggi sul mio passaporto ci sarebbe scritto Asia, dovrei sforzarmi di spiegare a tutti come si scrive Liubiza, o come sia venuto in mente ai miei di battezzarmi Celeste.

E qui mi sento in dovere di menzionare le mie care amiche Gaia e Luce, che portano un po’ la mia stessa croce. Mal comune mezzo gaudio, portiamo pazienza, il peggio deve ancora arrivare.

Immaginatemi a 70 anni, immaginate che per qualche strana ragione io sia arrivata ad avere dei nipotini. “Nonna Luna ha fatto i tortellini”. Ma vi pare? Certi genitori non hanno il dono della previsione, come altri dimenticano che se chiami tuo figlio Walter, si sentirà a disagio fino all’età di 50 anni.

Forse a quell’età rispolvererò il prefisso ecclesiastico attribuitomi come attenuante al nome pagano, facendomi chiamare semplicemente Maria.

In fondo al mio cuore però, conservo un briciolo di speranza, e lo devo a un’ottantenne di nome Stella, conosciuta in un paesino della costa atlantica. Stella si è presentata, stritolando la perfetta sconosciuta che ero e urlando “I’m a hugger!” (sono un’abbracciatrice, più o meno, ndt). Stella mi ha mostrato con orgoglio le foto del suo ottantesimo compleanno in cui indossava un grembiule con cucito un cazzo di plastica. Stella ballava come una bambina a un matrimonio e sapeva le parole di tutte le canzoni.

Allora, guardandola trascinare un improbabile cavaliere sulle note di Tennessee Waltz mi sono detta che non sarebbe poi così male diventare come lei, e che forse questi nomi astrologici, in fondo, portano bene.

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