[Scritto sulla pelle] Palla di pelle d’Apollo

(foto di Arianna Lerussi & Giulia Bruni)

In una classifica spiccia delle cose belle del mondo metterei al primo posto la donna nuda (non una, la). È ciò che sbatterei in faccia a tutti coloro che mi dicono che è onorevole farsi ammazzare per valori quali dio, patria, gloria (non sprecherei neppure un centesimo della mia ideologia con loro, gli direi solo che piuttosto preferirei morire per una bella donna nuda). Già, tutta quell’esposizione di epidermide femminile fa un gran bene di solito al maschio, ci fa ritrovare il nostro passo danzante naturale. Sia perché il padrone e il dipendente, il suddito e il re, il sacerdote e il fedele sono tutti uguali quando le vesti non marcano la distanza economica e sociale che esiste di fatto fra loro, non so. La nudità – certo – è uno dei grandi fattori dell’uguaglianza, come la morte, ma quella può continuare a differenziarci per motivazioni e modalità. L’essere nudi, d’altra parte, porta con sé una quantità immane di sfumature e di possibili interpretazioni: la nudità può rappresentare la trasgressione e la sfida a una società che non tollera i corpi scoperti ma al contempo può diventare catalizzatrice d’interesse consumistico e farsi quindi serva mai sconfessata del sistema commerciale e ancora la nudità è associabile all’umiliazione, alla gogna, alla punizione che colpendo il fisico si rende essenzialmente psicologica. Ma la congruenza prima che ci viene alla mente pensando ad un corpo nudo è quella con la sessualità: non esiste amore né piacere (né, tocca dirlo, procreazione) se si è completamente intabarrati dalle moltitudini di stoffe che oggi ci offre il mercato. È la nudità una condizione realmente primordiale, esistente prima di quelle capacità artigianali e manifatturiere che l’uomo ha poi utilizzato per rendere il mondo un po’ più ospitale, più confortevole, più produttivo, più ricco, un po’ più inospitale. È la nudità una condizione d’esistenza talmente pura che forse solo l’arte ha dato prova di riuscire a – se non comprenderla – ritrarla. Dai gigantismi michelangioleschi fino alle contorsioni osmotiche di Schiele, il nudo è la grammatica estetica dell’arte. E torna alla mente il pittore fallito che Moravia prese a protagonista de La Noia; soprattutto torna alla mente quel rapporto fra tela e corpo nudo di donna, la cui bellezza può essere letale anche per il più scaltro dei seduttori. E il pittore fallito troverà un nuovo fallimento nella splendida nudità della sua giumenta: un corpo lussureggiante e prodigo di godimento che – nel tempo – porta ancora inevitabilmente alla noia. Persino una donna nuda, se ti accontenti della cute, alla fine può stancare.


 

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