08.2011 – Scoprirsi un giorno a Roma

di Donato Gagliardi

foto Water me di Tanis Saucier

A Roma, a fine maggio, fa caldo.

Si suda.

Parecchio.

I capelli si appicicano alla fronte, il respiro s’affanna, ci si tosta la pelle in due minuti passati al sole.

In Via Tiburtina, dove abito, l’asfalto ribolle e il calore che s’innalza sfuma le sagome dei palazzi.

Eppure non riesco a rinunciare alle mie sciarpe.

Questo collo così sottile, da bambina, non lo sopporto.

Ho ventiquattro anni.

Le lezioni stanno finendo, i flirt estivi iniziando, e le amiche mi tartassano quotidianamente di sms e mail per invitarmi a feste in piscina.

Io, come faccio ogni estate da dieci anni a questa parte, declino ogni richiesta.

Sì, è vero, spesso noto gli sguardi voluttuosi dei miei compagni, all’università.

Mi fissano le gambe, il sedere.

E’ evidente che la porzione del mio corpo che riscuote più successo, fatto salvo il viso, sia quella.

Ma, perdio, le mie tette sono rimaste le stesse da quando avevo dieci anni.

La sola idea di mettermi in costume davanti ad altre persone, di svelare i miei segreti, di buttare all’aria tutta la fatica fatta ogni inverno per nasconderli, anzi: ricostruirli, con maglioni a collo alto e reggiseni imbottiti, mi fa impazzire.

Okay, a volte sono tentata dal farlo.

A volte permetto all’assurda teoria secondo la quale se mi scoprissi pubblicamente, mi libererei di un peso enorme, di farsi strada nella mia testa.

Forse, addirittura, da tutti i pesi enormi legati al mio corpo imperfetto (che, per la cronaca, non si limitano al seno e al collo).

Probabilmente risolverei alcuni problemi di non poco conto.

Molti meno scazzi con mia madre, ad esempio.

Per lei sono bellissima.

La più bella ragazza in ogni luogo in cui metta piede, a suo dire.

Ma per il mio ventesimo compleanno – e da allora l’offerta si ripete ogni anno – mi ha proposto come regalo una plastica al seno.

<<Se per te è importante, troveremo i soldi>> ha detto.

Avrei voluto ucciderla.

Mia mamma è una persona di buon cuore, ma evidentemente fatica a comprendere come discorsi del genere accrescano abominevolmente le mie ansie.

Grazie a dio sono abbastanza intelligente da capirlo, e, per ora, sono riuscita a tenerle a bada.

Purtroppo, non sono abbastanza coraggiosa da urlarle quanto le sue parole possano essere umilianti.

E forse non lo sono nemmeno per riuscire a resistere dall’accettare anche quest’anno, quando me lo richiederà.

Altre questioni – di natura più pratica – che rischierei di risolvere: non sentirmi costretta a fare la doccia a casa, ogni volta uscita dalla palestra; concedere al ragazzo di turno di accendere la luce mentre facciamo sesso; alcuni poco piacevoli fraintendimenti, durante i primi appuntamenti amorosi.

Per dirne una: nelle ultime due settimane sono uscita con un ragazzo della facoltà.

E’ un imbranato cronico, ma è carino.

Si chiama Alessandro.

Beh, tre sere fa, dopo avermi accompagnata sotto casa, mi ha baciata.

Per la prima volta (l’ho detto che è un imbranato).

Nel groviglio di labbra e lingue che ne è seguito, ad un tratto ho sentito afferrarmi una mano. Se l’è portata alla bocca, voleva baciarla.

Io l’ho ritratta e sono balzata fuori dalla macchina.

Ho le mani piccolissime, le dita minuscole.

In più, ho le unghie continuamente distrutte, a causa dell’irrimediabile vizio di morderle allo stremo, in continuazione.

Non penso che abbia capito.

Lui è abbastanza diverso dalla media dei miei compagni. E da me.

Il novanta per cento di noi passa almeno tre pomeriggi alla settimana in palestra. Va al bagno sei volte in cinque ore per aggiustarsi i capelli.

Lui no.

Non sente alcun disagio nel non avere addominali definiti e braccia sproporzionatamente gonfie.

Forse è proprio il motivo per cui mi piace.

Ma questo suo lato ribelle ai dogmi estetici e sessuali, non è esattamente condiviso dagli altri studenti.

Evidentemente si è fatto scappare con qualcuno di non essere ancora finito a letto con me.

Ieri ho visto un suo amico, nonché nostro collega di studi, afferrarlo per i testicoli, da dietro, per verificare che lì sotto fosse tutto okay.

(In fondo frequentiamo Economia, l’efficienza e il profitto prima di tutto. Se non si scopa nel giro di tre ore da quando ci si è conosciuti, è tempo sprecato. O forse uno dei due è omosessuale).

Beh, Alessandro era paonazzo, ma il ragazzo non lo ha mollato fino a quando lui non è riuscito a fischiare (come il deficiente con in mano i suoi genitali gli stava intimando di fare).

Avrei voluto intervenire, ma sono giochi molti divertenti, a quanto pare.

Peccato non avere un pene per sperimentarli.

Se mi chiederà di portarmi a casa, dopo lezione, credo accetterò.

Si è meritato un altro viaggio in macchina.

Questa volta senza fughe dovute a manicure mancate.

 

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