08.2011 – Un’idea fissa (un po’ più delle altre)

 

di Raffaella Grasso

(riflessioni sparse su un idealtipo femminile che imperversa negli ultimi tempi guastandomi l’umore, associate non si sa perché a Paul Valéry e ai Cccp, che a modo loro comunque c’entrano sempre.)

 

Ehi, dico a te, super-gnocca ambiziosa, ragazza che limoni con tutti per un posto in tv o in parlamento, lolita dopata dalla sessualità disinvolta, non so quanto allegra, di certo confusa… Dobbiamo parlare, da donna a donna, evitando di spartirci i ruoli di bacchettona e immoralista, avvinghiati a una grammatica che ci condanna a replicare lo stesso monologo a parti alterne, contro gli altri o a nostro favore. Smettere di farci la morale senza smettere di fare morale. Grosso modo è questo ciò che ho in mente, ma ti risparmio i dettagli e vengo al punto.

Non ce l’ho con te, il problema è che non ti credo.

Non credo che ti piaccia realmente tutto quello che fai.

Non credo che si possa tracciare una linea di demarcazione così netta tra ciò che ci capita di fare, che siamo disposte a fare, e ciò che siamo, ma è su questa separazione tesa al limite del parossismo, della schizofrenia, che si regge la tua strategia difensiva, forse in primo luogo di fronte a te stessa.

Non credo ad ogni modo che un tratto di penna possa renderti immune, insensibile agli sguardi voraci, alle mani decrepite ed esigenti di emeriti sconosciuti che somigliano al nonno mentre frugano tra le tue cosce in un modo in cui il nonno, ecco, proprio no… Davvero non lasciano il segno? E non diventi rossa per l’imbarazzo, non senti freddo sulla schiena quando nel bel mezzo di una conversazione a tavola uno di questi arzilli signori dalla sessualità compulsiva, tutt’altro che allegra (anzi a tratti funerea), soprattutto confusa, ti dice d’emblée, come se nulla fosse, “alzati e girati… fammi vedere”? Al tuo culo non viene la pelle d’oca in un moto di indignazione istintiva? Non si offende neanche per un momento, neanche solo un po’?

Forse ti ripeti che non contano, sono solo reazioni momentanee che provano tutti prima o poi; nel tuo caso – mi dirai – più che compensate. La sera metti l’idratante al caviale e quella torna luminosa e compatta proprio come prima.

In fondo che cos’è mai la pelle? Un rivestimento, un vestito… I rossori, le occhiaie, le macchie ora ci sono, l’attimo dopo li lavi via.

Ti affidi alla metafora sartoriale senza alcuna esitazione, senza sforzi né fantasie. La trovi lì bell’e fatta e la adatti a tuo piacimento. Più la gonfi, più ti ripara.

Non è forse un tessuto la pelle, non c’è scritto sui libri di scuola? Come darti torto… eppure ciò non la rende un vestito. Non la indossi la pelle, perché non la puoi togliere.

La pelle è elastica, si deforma, si adatta, cresce insieme a te, ti segue se ingrassi e se poi perdi qualche chilo. O, per lo meno, fino a un certo punto. Di lì in poi – quando, dove, non è dato saperlo – si smaglia e denuncia il cambiamento, che tu voglia o no raccontarlo in giro.

La pelle è plastica: se ti tagli, ti scotti, ti sbucci un ginocchio, fa la crosta et voilà, si riforma. O, per lo meno, fino a un certo punto. A volte resta una cicatrice, una traccia dell’evento che l’ha provocata ti si appiccica addosso, che tu voglia o no ricordarlo.

La pelle sta con te fino alla fine e anche oltre, mentre tu senza la pelle non ci sei affatto. E però invecchia, fa le rughe, perde tono, si rilassa, s’appende. Che ti piaccia o no, lei se ne frega…

La pelle suda, traspira, odora, è lei che dà quel profumo inconfondibile alla sciarpa e ammorba i calzini.

E ancora si abbronza, sbianca, diventa ispida per il freddo. Si punteggia di brufoli se mangi male, se sei stressata o hai un appuntamento. E tutto questo senza chiederti niente, nessuna notifica né tanto meno permessi. Al contrario, è la pelle a sapere cose di te che tu non sai, per esempio come impugni la penna o come poggi il piede. Mica ci pensi quando cammini, ma lei si ispessisce proprio lì, dove urta la scarpa. Dove comincia il resto e finisci tu.

La pelle è il bordo che si interpone tra te e il mondo, la pelle è il gancio e il filtro. Dove ci incontriamo io e te che siamo separate, come veniamo in contatto? Semplice, ognuna sulla propria pelle.

La pelle è il contorno e la figura. Di chi, di che cosa? Della tua anima, se c’è da qualche parte.

Anche per questo impari a evitare gli scontri, le collisioni violente con le cose e con gli altri. Altrimenti si strappa, si ferisce, si lacera e chi sente dolore sei tu. Non come coi jeans che quando si bucano non te ne accorgi nemmeno.

La pelle è un confine naturale e, in quanto tale, va preservato. I muri e gli steccati, le frontiere artificiali si possono abbattere, coste e montagne no. Che ne è poi dell’identità di quel territorio?

La pelle è un confine e, come tutti i confini, ha almeno un varco, è penetrabile. Da lì può entrare di tutto, le meraviglie di un nuovo mondo che, una volta assaggiate, non si può più far senza, ma anche – e perché no? – le invasioni barbariche e il grande freddo.

La pelle lo sa che quello è un punto nevralgico e il passaggio un momento delicato. Non si lascia incantare da chi pretende di spiegarle che in fondo è un contatto come un altro, una stretta di mano ‘delocalizzata’. Le viene il dubbio che di penetrazione costoro – quasi sempre ometti, stagionali dell’opinione – se ne intendano solo a parole, peraltro poco, in un unico senso. Quando, a far fede alla grammatica, ‘penetrare’ è un verbo transitivo, ha l’attivo e il passivo.

La pelle invece sta all’erta e lancia segnali; di che cosa? Del tuo desiderio di ‘esserepenetrata’. Se le piace (ti piace) l’idea è tutta un umore, è tutta un fremito. Altrimenti è secca e tirata, e per lei la faccenda è traumatica.

Non è questione di grandi amori, di passioni ottocentesche e fuochi sacri. È un fatto più primitivo, semplice e perciò complesso, l’attrazione erotica. Un’indefinibile, anarchica reazione epidermica… Ma a chi compra non interessa se per la tua pelle è scattata o meno. È proprio questa la grana di cui si vuole liberare, per quanto voglia convincersi del contrario e tu faccia del tuo meglio per farglielo credere. In fondo lui sa che potrebbe non piacerle davvero, la cosa non lo preoccupa, per questo ti paga.

E tu tieni alla tua pelle? Sul serio vuoi farmi credere che lei si eccita compressa dal peso della panzetta dell’onorevole? È gerontofila o forse reagisce con lo stesso entusiasmo a qualsiasi stimolo? E se è dotata di super-poteri del genere perché non ne vai fiera, perché non la pianti con la menata che ‘dentro’ sei diversa, timida, seria, persino all’antica, che è tutta colpa delle ‘apparenze’?

Dove stai di casa, che posto occupa il tuo vero ‘io’? Così, a occhio croce, direi fin dove si estende la tua pelle. E che vuol dire che le due cose non combaciano, che senso ha la distinzione dentro/fuori quando parli di te in prima persona? E anche ammesso che un senso ce l’abbia questa stramba topografia, da dove prendi le misure? Sembra chiaro infatti che quel che per gli altri è la superficie, l’inizio, per te non può che essere il fondo, l’abisso. Insomma che dal tuo punto di vista quel che è più profondo in te è la pelle.

La tua pelle non può mentirti, semmai ti svela, specie quando ti illudi di non somigliarle affatto…

 

fotografia di Emiliano Rinaldi – Waiting so long

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