La poesia è una canzone dolce per Agunes

“Ti senti molto sola?
Il cielo diventa sempre rosso al tramonto?
Senti ancora cantare gli uccelli che volano verso il bosco?
Lì, dove sei, puoi ricevere la lettera che io non ti ho mai scritto?
Puoi ascoltare la confessione che non ti ho mai fatto?
Le rose continuano ad appassire col trascorrere del tempo?
E’ giunto ormai il momento degli addii
Come il vento che indugia e poi se ne va
Come le ombre
L’amore è rimasto segreto fino all’ultimo…”

(Mija – Yun Junghee)


Quando era bambina il maestro disse a Mija che da grande sarebbe diventata una poetessa.
E proprio quando all’anziana donna vengono diagnosticati i primi sintomi del morbo di Alzheimer, il terribile male che fa dimenticare il nome delle cose, ecco irrompere nella sua vita l’urgenza della poesia e del suo grande potere di saper nominare ascoltando.
Il lindore anziano e la fragilità amabile di Mija vengono rotti da una terribile notizia che coinvolge direttamente il nipote, del quale si prende cura a causa dell’assenza della madre.
La rappresentazione del dramma straziante di “Poetry” del regista coreano Lee Chang-dong possiede quell’intimo garbo, incredibilmente dolce nel suo essere al contempo feroce, tipico dei cineasti orientali, che si fa stile poetico narrativo dell’opera tutta a specchio dell’illuminata coscienza indagatrice di Mija.

Le immagini, come i fogli bianchi per il poeta, sono “un mondo di puro potenziale” sul quale si posano parole di limpida intuizione epifanica, che danno voce ai silenzi, alle pause e ai rumori dell’Intorno mostrandoceli soavemente e insegnandoci a guardarli attraverso la percezione.
Per la protagonista, ma forse anche per l’umanità intera, la poesia sembra essere un modo per dare dignità al dolore, un disperato tentativo di trovare risposte all’inaccettabile.
Ma la poesia, per Lee Chang-dong, è inoltre un ponte (come quello dal quale si è gettata Agunes) in grado di creare una giunzione tra spazi lontani attraverso un personale riequilibrio simbolico della tragedia.
Un atroce capolavoro capace di accarezzare il quotidiano, fiore raro dalla soavità perturbante.
Il candido urlo di Mija.

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