11.2011 – Teologia dei Credit Default Swaps

foto di E. Rinaldi

 

Fabio Fazio, Dio solo sa se sono in grado di interpretarlo appieno. Fatto sta che nella mia recente opzione destrutturalista per l’autonomia della parola, ebbene sì, concordo con il suo dubbio radicale, esposto alla presidente di Confindustria Marcegaglia. “Non abbiamo forse perso l’opportunità di ripensare al paradigma della crescita a tutti i costi?” Perché sono convinto che non ci sia via di scampo: il kapitalismo, sia quello passato guidato dalle due superpotenze Yankee e Sovietica, sia quello futuro dall’originale forma di B.R.I.C.co, ha e avrà sempre tratti diabolici e faustiani. I suoi protagonisti dovranno sempre vendersi per avere tutto.
E non c’è confine alle magnifiche sorti e progressive dell’ultrafinanza, effimera come il neutrino e potente come Lui. Pertanto anche il più ardecore degli sfattoni sinistrorsi anti-sistema, perfino chi come me è trapassato nell’ala radical-chic del culturalismo orfano di ideologia di classe, crede nella totale onnipotenza del kapitalismo. Il monoteismo ha aggiornato i personaggi della dottrina vulgata, medesima ed eterna è invece la struttura concettuale: ciò che nega l’Unico, l’Assoluto, Dio-Capitale non è degno di fede; poiché, se non in Lui, la dannazione.
Ma, come ricorda Raffaella Grasso nel suo articolo citando Philip Dick, è la realtà a trascendere ciò in cui si crede. Siamo arrivati al punto di pensare di fare i soldi con i Credit Default Swap: polizze assicurative pensate per proteggersi dal rischio di insolvenza di una società, un ente, uno Stato, di cui il compratore potrebbe detenere delle obbligazioni e che quindi ha interesse a difendere da un tale evento. Secondo la dottrina feroce del kapitalismo, tali polizze aumentano di valore all’aumentare del rischio di insolvenza della società cui sono riferite, di cui il venditore di C.D.S. assicura (l’eventuale) scoperto al compratore. Fin qua non ci sarebbe nulla di bizzarro. La cosa curiosa di questa scommessa milionaria è che il compratore, nella maggior parte dei casi, non possiede nemmeno un’obbligazione della società cui è riferita la polizza: si tratta quindi – è il caso dell’enorme mercato dei naked credit default swaps – di speculazioni sulla solidità o meno di imprese, banche, Stati.
E allora la piena redenzione per un fedele così devoto è legata a doppio filo con il tracollo dell’ente cui era riferito il bond oggetto della polizza; poco importa, in fondo, se il “compratore” – virgolettato perché non c’è un reale acquisto – aveva la necessità di tutelarsi assicurando i suoi investimenti (questi sì, reali) sul debito dell’ente di riferimento, oppure se si trattava, appunto, di una fredda scommessa. L’impresa, la multinazionale, l’istituto finanziario o assicurativo finanche lo Stato, nell’infausto “evento creditizio” – cioè il default – faranno la fortuna di qualche soldato del kapitalismo. Sic transit gloria mundi: il piccolo risparmiatore che non sa dove finiscono i suoi investimenti perché si fida della banca in piazza, insieme al cittadino, che investe nella misura in cui paga le tasse, sapranno redimersi davanti al sacro kapitale.

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