I monti che deve scalare Mario.

di Raffaella Grasso.

 

Gli attacchi al governo Monti più popolari in rete e tra quanti si identificano nei movimenti OWS/indignados sono riconducibili, grosso modo, a due assunti:

1. che questo governo rappresenti un’anomalia democratica, non essendo stato scelto dal popolo, ma da indebite intromissioni europee e loschi accordi parlamentari;

2. che sia espressione dei cosiddetti poteri forti, come dimostrano i cv dei suoi membri, in primis del capo, lo stesso Monti, a cui sono appiccicate le etichette più sospette, la Bocconi, new-entry nella lista dei peggiori, e le mai troppo vituperate Goldman Sachs, Bildemberg, Trilateral Commission.

Le critiche non mi convincono e mi avvilisce il fatto che le perplessità di merito siano interpretate come il salto della quaglia verso posizioni pro-capitale moderatamente moderate.

Per intenderci se dico che:

– chi sostiene, come quel massimalista di Ferrara, che questo governo non sia legittimo perché non l’abbiamo votato, fa un torto alla democrazia che non si regge solo sul momento del suffragio, e alla costituzione, che prevede eventualità di questo tipo. Tanto vale stracciarla, cosa che molto probabilmente Ferrara approverebbe. Ma allora perché l’abbiamo difesa sinora?

Oppure che:

– la diffidenza nei confronti del profilo personale di Monti, su cui non entro nel dettaglio rimandandovi alle osservazioni di Donato Gagliardi, si risolve di fatto in una diffidenza nell’economia tout court. Perché è chiaro che chi fa ricerca teorica ad alto livello in questo settore colleziona un certo tipo di esperienze e collaborazioni professionali e non altre. Stiamo, quindi, affermando che non possiamo fidarci dei ‘tecnici’ in quanto tali, per via della loro de-formazione ‘economica’? E in effetti sembra questa la ragione del disinteresse dei movimenti per l’economia in quanto oggetto di studio, che si concretizza in richieste balzane come il diritto all’insolvenza e al default, senza chiarire in che senso queste soluzioni siano meno allarmanti, dal punto di vista sociale, dell’austerity contro cui reagiscono. Una roba che, per inciso, sconcerterebbe il vecchio Marx, che all’economia si applicava con più attenzione che alla politica.

Se infine aggiungo a margine che:

– qualora esista un piano di ordine mondiale targato Goldman Sachs finora non si è servito di ‘tecnici’ per la sua attuazione, ma di politici che nel quadro, in sofferenza, delle vecchie democrazie occidentali sono ancora capaci di mobilitare il consenso piegandolo ai propri interessi. Che per parlare di manovratori io guarderei, per il passato, più a Cheney che a Monti, e per il futuro a questa brutta destra leghista repubblicana che si appresta a vincere le elezioni.

Ecco, se dico cose del genere, non vuol dire che la situazione non mi preoccupi, né che mi sia arruolata d’ufficio tra i montiani. Monti non è il mio uomo, è una scelta ob torto collo per sbloccare lo stallo in cui questa classe dirigente, questa politica s’è ficcata da sé. Per sue evidenti miopie, ignoranze, inadempienze, incapacità, collusioni, corruttele e altre diffuse irresponsabilità. Il che peraltro mi rende molto scettica sulle possibilità concrete di successo dell’intera operazione, che resta comunque l’unica alternativa sperimentabile. Resa possibile solo adesso, con grave ritardo nonostante se ne discutesse da mesi, dal cambio di strategia in ambienti ecclesiastici (e anche questo rientra nell’anomalia del caso italiano).

Il governo Monti è un gigante dai piedi d’argilla. E, ironia della sorte, il suo principale punto debole è proprio quel parlamento che ne garantisce la democraticità, la legittimità politica. I nostri cari rappresentanti, con l’aplomb e la lungimirante vista politica che li contraddistingue, stanno ancora là, tutto dipende da loro. La lega si opporrà a ogni manovra col noto catalogo di rutti, dita medie e parolacce. Berlusconi che vorrebbe far lo stesso ma non può, userà a tal scopo la stampa e il folclore scilipotiano, per cogliere due piccioni con una fava: recuperare un po’ di consenso a ramengo e menare colpi bassi a quelli (i Pisanu, Scajola, Formigoni) che nel partito lo considerano già morto. Al suo fianco solerti cooperanti, gli ex colonnelli di an che han perso la faccia così tante volte in questi anni col proprio elettorato, che stavolta ad allinearsi non ci stanno. Sanno di esser stati fregati, ma non sanno come uscirne, per intanto pensano di prendersela con Monti che un po’ funziona, così dice, no? Lo stesso dicasi di Di Pietro che vuole acciuffare qua e là i voti degli amici (ingordo!), del pd, di sel, di Grillo, del popolo viola. Vendola, da osservatore esterno, lancia segnali obliqui a seconda dei commenti su facebook. L’idea da queste parti non è far cadere il governo, nessuno se ne assumerebbe la responsabilità (nemmeno la lega dipendesse da lei), ma logorarne i fianchi per costringerlo a fare harakiri, in modo che si possa dire « visto? suscettibili ‘sti capoccioni e manco ‘sto granchè!».

Il terzo polo, invece, vuole intestarsi l’operazione, e poco importa se a far così vacilla, vuoi mettere l’interesse nazionale a fronte di una bel balzo nel gradimento moderato? Resta il pd, che non è voluto andare ad elezioni perché, in effetti poi, era un casino gestire la situazione con chissà quale alleato e senza uno straccio di idea condivisa. Ma che potrebbe morire di faide interne ed emorragia di consenso. Ecco, il punto di rottura del governo Monti è il punto di rottura del pd, la mole di riforme e polemiche che può sostenere senza sgretolarsi.

L’altro nervo scoperto di Monti è trattare con quelle due menti sopraffine di Sarkozy e Merkel, che replicano su scala europea la scena triste dell’incantamento berlusconiano dinanzi al precipizio (e che solo grazie a Berlusconi hanno potuto sin qui nascondere le proprie miserie). Perché noi possiamo fare i compiti a casa, ma se non cambia l’assetto complessivo di quello strano ircocervo che è l’Europa, se non si procede in fretta a riforme strutturali, che iniziano col ruolo della Bce ma non terminano lì, rischiamo di perdere non solo la moneta unica, ma anche la possibilità di incidere in maniera significativa su mercato, redistribuzione della ricchezza, giustizia e coesione sociale. Insomma significa dare un calcio all’unico livello di decisione politica che potrebbe contare qualcosa per uscire dalla crisi e prevenire il ripetersi di situazioni del genere in futuro. Ma la stoffa dei nostri interlocutori non è quella dei grandi statisti che affrontarono il ’29 o il secondo dopoguerra, gente che seppe dare a masse fiaccate, fisicamente e psicologicamente, una prospettiva su cui scommettere. Questi signori dovrebbero lanciare sfide ambiziose – assemblee costituenti, disegni di unificazione politica – e passare alla storia per aver dato radicamento popolare a un progetto che è ancora astratto, arcigno, persecutorio agli occhi di molti italiani e molti europei. E invece stan lì a cincischiare squadrando il mondo col righello.

Bisognerebbe mettergli un po’ di fiato sul collo, il movimento dovrebbe farsi carico di questi temi, ponendoli al centro delle proprie rivendicazioni, battendo il ferro finchè è caldo, finchè dura l’alone internazionale della protesta. Perché la crisi pone problemi di giustizia seri. Quelli che hanno contratto il debito per colpa dei loro rappresentanti locali e oggi reclamano l’insolvenza sono il 99%, e il parco buoi di piccoli investitori che perderanno i risparmi per aver comprato titoli a rischio senza capirci un’acca sono pure loro il 99%. Non staranno sullo stesso fronte a lungo, si divideranno per gruppi, regioni e staterelli, andranno ad alimentare le sacche dei più tetri nazionalismi, come accadde nel primo dopoguerra. Da marxiana (più di certi marxisti) tendo a essere pessimista: le crisi (le povertà) economiche generano crisi (povertà) sociali e culturali. Dopo non c’è la palingenesi, almeno non nell’immediato. Il rischio è quindi che a breve prevalgano gli indignati meno civili e graziosi, quelli con la clava l’un contro l’altro armati. Una bella guerra tra poveri, del resto un evergreen nel vecchio continente per saltar fuori da cicli economici bui.

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4 Comments

  • Un gran bell’articolo, mi complimento, Raffaella, con te e con i redattori.

    Aggiungo un’osservazione, anzi aggiungo due ai “due attacchi” a governo monti:

    3. il governo Monti, che rappresenta il vertice della formazione privata (Bocconi) e degli interessi privati (Banche, v. Passera), è stato scelto dal capo dello Stato, quindi dal vertice dello Stato. Appare come una dichiarazione di sconfitta dello Stato stesso: come a dire, “i buoni, i capaci li dobbiamo cercare in enti e istituzioni diverse da quelle pubbliche, diverse dallo Stato, perché noi Stato non siamo in grado di produrre uomini/donne a cui affidare incarichi di rilievo nella nostra società”. Ciò è secondo me gravissimo. Sappiamo tutti che “i monti da scalare” sono più bassi per chi è ricco di famiglia e va alla Bocconi mentre sono molto più irti per chi parte dalla “seconda classe”; compito dello Stato è dare gli strumenti alla seconda classe di diventare prima, gaarantendo formazione adeguata e mobilità sociale. Invece siamo al paradosso: lo Stato sceglie i propri governanti fra coloro che lo Stato vorrebbero vederlo morto, cioè gli esponenti del capitale globale (per dirla alla Marx, che Benedetta vedo apprezza), da Adam Smith in poi sempre insofferenri alla politica, ai confini, ai dazi, alla tassazione.

    4. l’altro attacco che qualche maligno potrebbe fare all’allegro squadrone montiano è il seguente. Tutti noi, lavoriamo, studiamo, ci impegnamo allo stesso modo e con le stesse energie di 10 anni fa, cioè prima della crisi. Anzi, ci siamo “adattati” alla crisi come ad un ambiente nuovo, abbiamo imparato a gestre meglio i consumi e chi se lo può permettere il credito, gli investimenti. Ci siamo informati di iù, siamo diventati più consapevoli. Siamo diventati, secondo me, migliori con la crisi, meno mollaccioni consumisti grassocci. Pur lavorando con la stessa lena, ci siamo guardati mentre ci impoverivamo, tiravamo la cinghia e diventavamo sempre più magri. tutto succedeva e ancora succede senza che nemmeno i grandi analisti e i grandi bocconiani ci diano una mano risolutoria. Ma la domanda è: se noi agiamo nello stesso modo del pre-crisi, o addirittura meglio, chi l’ha provocata la crisi? Se non ricordo male il sistema finanziario e del credito (v. mutui subprime in USA). E cosa facciamo allora noi? Chiaro! Mettiamo a governarci i vertici stessi del sistema finanziario! Bè, non fa una piega. Sembra incredibile che chi dovrebbe pagare per averci portato qui sia chi oggi ci governa. E ciò che mi fa aumentare il mal di pancia, è proprio che la scelta l’ha fatta lo Stato. E per chi è marxiano, questo è un punto proprio dolente…

  • ciao claudio, innanzitutto grazie per complimenti e commenti (a nome mio e della redazione)!
    vengo alla replica, che vale solo a titolo personale. Apprezzo Marx, credo che sia ancora meglio di molte vulgate rivoluzionarie in circolazione che a lui si ispirano, purtroppo consultandolo poco di prima mano… detto ciò non sono una marxiana ortodossa, mi sono espressa altrove sullo stato di una teoria politica che, sulla scorta di Bobbio, reputo monca. Preferisco pragmatiche ibridazioni all’interno del quadro liberal-democratico. Per questo fatico a orientarmi nello scenario evocato dai tuoi ‘attacchi’. Mi spiego.
    1. è certamente la constatazione di un’impasse politica che ha determinato la nascita di un governo ‘tecnico’. Ma non è lo ‘Stato’ (con la maiuscola) che cerca soluzioni in ‘altro da sé’. Tutti, la prima e la seconda classe, stiamo dentro questa concenzione allargata di Stato, una nozione che non ci è di grande aiuto nel caso di merito. Tanto più che, come sostengo nell’articolo, non credo che Monti (né Smith, un altra vittima di semplificazioni ideologiche e storiografiche), siano i luogotenenti del capitale globale (almeno non più di Berlusconi ad esempio, regolarmente eletto dal popolo sovrano), né che lo vogliano veder morto (sempre per analogia, non più di Berlusconi, che non ha mai avuto simpatia per la cosa pubblica, pur rappresentandone, sulla carta, gli interessi). E qui sta l’impasse del sistema democratico, almeno per come la vedo io: l’estrema facilità con cui si manipola il consenso. una roba che aveva già visto Platone, ma che con la diffusione dei media e le scelte al ribasso su scuola, comunicazione e cultura è diventata sempre più pervasiva, fino a minare dall’interno lo stato di salute dei cosiddetti regimi democratici.
    2. segue da quanto detto che manco su questo punto sono d’accordo. non credo che un accademico della Bocconi, per quanti difetti possa avere, abbia determinato la crisi del sistema, che peraltro (come spiega Donato Gagliardi, che ha più competenze di me in materia) ha ragioni diverse per gli US e per l’EU. comunque, trascurando le diversità, ancora una volta in entrambi i casi c’è lo zampino della politica senza la quale GS (o chi per lei) non avrebbe potuto realizzare i suoi piani. senza la deregulation reaganiana, senza bush padre e il team di tutori di bush figlio, senza l’insipida sobrietà di personaggi come la Merkel (gente che ha preteso di far passare per rigore la mancanza di idee sul futuro), ecco, senza tutto questo non ci troveremmo dove stiamo. Forse anche noi come opinione pubblica abbiamo qualche responsabilità, in fondo non siamo troppo dissimili da chi ci governa (una maggioranza sociale berlusconiana, del resto, è esitita, no?)…ma magari facciamo ancora in tempo a dire qualcosa di sensato (o almeno si spera)…

  • non sono molto d’accordo nel dire che la colpa della crisi è di tutti, anche perché solitamente la storia i responsabili li stana per bene, e di certo non li troverà nei lavoratori, nei precari, negli insegnanti, negli operai e via dicendo, e sono piuttosto incline a pensare che li troverà facilmente tanto nel sistema bancario quanto in politici incompetenti.
    Ma giustamente sarà la storia a giudicare e non certo Claudio ;)
    Grazie mille per la risposta liberal, raffaella! Si vede che sei competente. Ciao!

  • Non sono molto d’accordo neanche io, ma non credo di aver detto questo. vedo le responsabilità di politici e lobbisti, tendenzialmente mi fanno incazzare più i primi che i secondi, non fosse altro che loro ci devono qualcosa di più degli altri. la storia li stanerà, anche se è una magra consolazione, e scriverà pure due righe sul consenso di cui costoro hanno goduto (come è già accaduto in passato). anche nel mare magnum dell’opinione pubblica si possono distinguere opinioni più o meno ‘pesanti’, e più o meno ‘responsabili’ dell’attuale scenario, ma avremo modo di discuterne ancora… grazie de nada! la risposta era dovuta, che fosse liberal è nella natura delle mie tare mentali… pardon!

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