Emily, Reuben, Jacob, Anna e altri innamorati.

di donato gagliardi.

 

Where is my boy, my boy
In what far part of the world?
The boy I loved best of all in the school?
I, the teacher, the old maid, the virgin heart,
Who made them all my children.
Did I know my boy aright,
Thinking of him as spirit aflame,
Active, ever aspiring?
Oh, boy, boy, for whom I prayed and prayed
In many a watchful hour at night,
Do you remember the letter I wrote you
Of the beautiful love of Christ?
And whether you ever took it or not,
My boy, wherever you are,
Work for your soul’s sake,
That all the clay of you, all of the dross of you,
May yield to the fire of you,
Till the fire is nothing but light!…
Nothing but light!

(Emily Sparks, Antologia di Spoon River, E.L. Masters)

 

Well, Emily Sparks, your prayers were not wasted,
Your love was not all in vain.
I owe whatever I was in life
To your hope that would not give me up,
To your love that saw me still as good.
Dear Emily Sparks, let me tell you the story.
I pass the effect of my father and mother;
The milliner’s daughter made me trouble
And out I went in the world,
Where I passed through every peril known
Of wine and women and joy of life.
One night, in a room in the Rue de Rivoli,
I was drinking wine with a black-eyed cocotte,
And the tears swam into my eyes.
She thought they were amorous tears and smiled
For thought of her conquest over me.
But my soul was three thousand miles away,
In the days when you taught me in Spoon River.
And just because you no more could love me,
Nor pray for me, nor write me letters,
The eternal silence of you spoke instead.
And the black-eyed cocotte took the tears for hers,
As well as the deceiving kisses I gave her.
Somehow, from that hour, I had a new vision
Dear Emily Sparks!

(Reuben Pantier, Antologia di Spoon River, E.L. Masters)

 

La distanza, in amore, fa questo:  disperazione, buchi al cuore, illusioni dure a morire.
Dubbi e sospetti,  urla al telefono; eppure la continua convinzione che sia tutto perfetto.
Struggimenti ad ogni angolo, ad ogni imbattersi in protagonisti romantici di libri (o film o canzoni o serie televisive); ad ogni viaggio intrapreso in macchina, soli con se stessi.
Ricordi che sbiadiscono, eppure tornano più vividi: per ogni colore perso ne guadagnano il doppio. E quasi sempre sono più belli, armoniosi, vivi; colori che rendono il passato una terra di pura finzione, insomma.
Più semplicemente: poesia (che non sempre è all’altezza di quelle di Masters).

Anche se in misure differenti, da questi travagli siamo passati tutti.
Like Crazy parla di questo.
E, incredibilmente, lo fa senza risultare scontato, zuccheroso, cretino.

E’ mia buona abitudine evitare con cura ogni film che odori di dramma amoroso, polpettone rosa o chick flick da botteghino (anche se devo ammettere che Le amiche della sposa, di Paul Feig, uscito quest’estate, mi aveva lasciato piacevolmente sorpreso).
E, a tal proposito, va detto che sia il trailer di Like Crazy che il sunto dato dal regista in un’intervista scovata in rete (<<Un ragazzo incontra una ragazza, si innamorano e affrontano una serie di ostacoli prima di raggiungere la serenità>>. Wow, dov’è la carta sconti del mio cinema di fiducia?) non mi avevano esattamente convinto del fatto che, guardandolo, non sarei precipitato in un baratro di melassa lacrimevole.

Nonostante tutto,  ho deciso di piegare i miei tentennamenti alle decine di recensioni entusiastiche lette in America durante un recente viaggio (in Italia non è ancora uscito), e al giudizio del grand jury del Sundance Film Festival di quest’anno (da cui Like Crazy è uscito vincitore in diverse categorie).

L’incipit di questa romanza tra poco più che ventenni, in effetti, non dà  allo spettatore l’impressione di trovarsi innanzi a qualcosa di diverso da molti scadenti film di genere che lo hanno preceduto:  il riccioluto Jacob (Yelchin) e l’inglesina(ina) Anna (Jones) iniziano una tipica relazione tra universitari (Poesia! Whiskey! Sequenze sexy sulla spiaggia!). Il visto di Anna scade, lei se ne infischia e continua la sua permanenza in terra americana. Una volta tornata in Inghilterra, scopre che questa negligenza burocratica costerà carissimo alla sua relazione. Separati da migliaia di kilometri di terre e acque, la coppia si ritrova a dover gestire la solitudine lacerante delle relazioni a distanza.

Ed è qui che Like Crazy rivela la sua vera – e stupefacente – anima, tratteggiando l’evoluzione di un amore irragionevole (come l’amore deve essere) e pseudoadolescenziale che, attraverso i giorni bui dell’ adultività e delle costanti assenze,  sembra spingere i protagonisti sempre più ai margini delle rispettive esistenze.

Se il precedente film di Drake Doremus, Douchebag (non una romanza, bensì una bromanza, e passatemi il neologismo e la pessima italianizzazione) poco faceva per distinguersi dalla massa di mumblecore movies che ci travolge ogni anno di più, questo deciso salto di qualità mostra un regista che quantomeno ha imparato a fare della studiatissima sciatteria estetica tipica del mumblecore un vero punto di forza. La vera svolta al film è data però dai due protagonisti, che probabilmente risulterebbero autentici, affiatati e perfetti l’uno per l’altra anche se venissero ripresi durante una gara di rutti.

Sarà il fatto che la sola idea di scrivere dell’attualità italiana mi dà la nausea, sarà (più probabilmente) che questo film merita davvero una visione, ho deciso di cimentarmi in questa recensione, anche se non è un campo che di solito mi compete.

Forse la cosa che davvero mi ha spinto a farlo è che Doremus, con questa seconda opera, ha dimostrato che si possono ancora fare film romantici, genuinamente sdolcinati eppure non stucchevoli,  autentici e agrodolci, il tutto mantenendo una buona dose di intelligenza.

Consigliato insomma. Anche se si esce dalla sala col cuore a pezzi.

http://youtu.be/r-ZV-bwZmBw

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