Gli scavalcatori del mondo

di Mirko Roglia

Se la natura funziona secondo logiche esatte e si manifesta attraverso fenomeni strettamente regolati dall’oggettività materiale, chi cazzo ci sta dietro questi numeri? E noi che tutto avremmo decifrato non siamo forse parte di questa sovralimentazione matematica? Cos’è la logica naturale senza la nostra comprensione? Mi fa incazzare perdere tempo domandandolo a voi!

Padre Van der Borte, naturalista

Siano questi gli scavalcatori del mondo, non lo so. So che essi scappano esattamente così, trasformandosi del flusso delle cose e riemergendo completamente scomposti, riplasmati, irriconoscibili. Fuggono in rifugi ben studiati, programmati scientificamente calcolando variabili e soppesando (attenti!) pro e contro.

Il rifugio di primo livello si crea sommando distanza fisica (misurata in chilometri quindi, o miglia) fra noi e il motivo della fuga, che esiste nonostante i nostri sforzi di annullarlo. Distanziandosi così – sia per semplici finalità di moto (il nostro desiderio, sfilacciato lungo il rettilineo della distanza terrestre, si cela quindi, ed è nuovamente ridefinito da noi, nella somma) sia per motivazioni di carattere assolutamente evasivo – da un nocciolo di realtà che ci influenza. Dall’edificazione di un rifugio di primo livello (che coesiste, l’edificazione del rifugio, col momento del suo concepimento) si può passare agilmente al livello successivo oppure impiegare tutta la vita nel tentativo di renderlo decifrabile oppure ancora non rendersi mai conto della sua potenziale esistenza (che pure resta effettiva). È un fatto che il secondo livello si complica equilibristicamente, anche se in realtà le condizioni fisiche che prendono forma dal flusso sono totalmente dipendenti dalla qualità, dall’articolazione diciamo, del piano di fuga, che esiste in possibilità a loro volta prive di serialità ed oggettivamente quantificabili come infinite. Un piano di fuga grezzo ad esempio, veramente da prima elementare, non prevede tamponi attivi. Cioè si illude di sfuggire alla realtà limitandosi al rifiuto di ogni norma, magari semplicemente strisciando verso l’ombra ad ogni entrata in scena del sole, seppellendosi in atri polverosi o camere malarredate (via via – è chiaro – il piano si può raffinare, ma è consigliabile premunirsi di una buona base, di un canovaccio da seguire). Ma tanto per non farla troppo lunga: le infinite possibilità di redazione del piano di fuga, appunto perché esenti da fastidiose tautologie, possono permettersi di scegliersi i propri soggetti in tutta calma. Sì, perché ogni essere umano ha la sua gamma di piani di fuga disponibili, o meglio, più probabili ed essa, la gamma, ritrae la propria fisionomia basandosi innanzitutto su quella del soggetto pensante. Quindi avremo dei piani di fuga distinti qualitativamente.

Si fugge dalla gabbia, è chiaro ed è un nuovo festival dei livelli. Abbiamo gabbie naturali e artificiali ad esempio (credo sia abbastanza basilare come suddivisione, sempre che non si voglia cascare in quella esistenti/illusorie, ma lasciamo perdere per ora). È un fatto però che la gabbia naturale sia la prima a cui sfuggire. Le artificiali ce le si costruisce da soli, nel tempo. Bene.

Per tagliar corto, sarà più opportuno guardare nella zona delle fughe di livello supremo. Ha accesso ad esse solo chi predisponga di un piano di fuga perlomeno di già principiata raffinazione. Una fuga elaborata coinvolge direttamente la nostra totalità fisica, che verrà più o meno spremuta per le esigenze della fuga stessa ma il dato importante è che porta finalmente in primo piano le nostre doti intellettuali. Studi recenti dimostrano infatti che in molti casi è possibile un progressivo affievolimento delle facoltà fisiche e mentali in un soggetto adulto sottoposto all’utilizzo di un piano di fuga di livello supremo (ma ciò non ci impedisce di sognare un piano di fuga collettivo, unitario e moralmente accettabile). Nel caso in cui il piano di fuga corra così tanto da non poter rendere comprensibile al soggetto che la fuga stessa è realizzabile solo se egli farà affidamento esclusivo sulle sue forze individuali, in questo caso sì, il soggetto viaggia verso l’autodistruzione. E può decidere di fare alla svelta o di sottoporsi al lento processo della combustione che la realtà opera. Può decidere di voltarsi compassionevolmente verso uno specchio o di sottoporsi all’intervento di chirurgia interna senza anestesia, il cui domani è la sola decomposizione.

Ma prendiamo uno di questi evasori, che è già un notevole scavalcatore del mondo (non vi dirò il suo nome né la sua nazionalità, posso dirvi però che ha due figli, quindi non è un novellino e la sua fuga è molto articolata o completamente finita). I rifugi che ha maniacalmente predisposto nel suo piano di fuga e nelle successive varianti si rivelano, di volta in volta, davvero ottimi: è soddisfatto di ogni singola percentuale registrata nel bilancio di settembre e questo accade già da qualche anno. È logico pensare che questo individuo prenderà coraggio e lì sta il pericolo, perché se il desiderio di fuga non è sufficientemente radicato e giustificato razionalmente, il soggetto rischia di ritrovarsi in una nuova gabbia e dover ricominciare tutto da capo, sempre che ne abbia le forze. Chi invece non coltiva incertezze riuscirà a sottrarsi dall’influsso della gabbia, costruendo tali roccaforti strategiche da rendere inutile persino l’accumulo dei chilometri. E chi sta bene se ne sbatte i coglioni.

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1 Comment

  • Caro Mirko, come al solito dai prova di un’intelligenza viva e di una curiosità più che analitica. Ma scrivere un po’ più semplice…?
    Ti abbraccio.

    Maurizio

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