Masse critiche.

testo di Donato Gagliardi.

immagini di Giacomo Vincenzi e Donato Gagliardi.

Non c’è dubbio alcuno che il mio interesse per la politica sia nato in seguito a folgorazioni che di politico avevano poco e di cinematografico tutto. Le foto del Supco Marcos al primo concerto dei Rage Against The Machine, i filmati delle proteste sessantottine, le magliette guevariste. Sì, i concetti di <<rivoluzione proletaria>> e <<potere all’immaginazione>> sono sempre stati accompagnati da un’iconografia che prendeva a calci nel culo slogan e manifesti di qualsiasi altra ideologia o posizione politica. Grazie a Dio, tale interesse per la gestione del potere e della cosa pubblica, nel corso degli anni si è evoluto in qualcosa di più critico e profondo che un’accettazione a testa bassa dei dogmi che mi venivano propinati dai vati della rivoluzione che di quei simboli e slogan abusavano (e dalle cui labbra io pendevo).

Nello specifico, invecchiando ho capito che quasi nulla, in materia di politica economica, condividevo con le persone che avevo eletto a personali mentori. La lotta di classe e l’abolizione del concetto di proprietà privata non mi convincevano, né appassionavano. Così vagai mestamente, per qualche anno,  di saggio in saggio, di giornale in giornale, col tarlo dell’abiura sempre a portata di mano, alla ricerca di una ricollocazione (o meglio: collocazione) politica. Per farla breve (siccome questo articolo non avrebbe l’intenzione primaria di discettare sulla mia personale – e assai poco interessante – storia politica) mi resi conto di trovarmi a particolare agio con le posizioni del laburismo anglosassone. Nel caso ve lo stiate domandando: sì, è un casino per un italiano sentirsi rappresentato da un partito che esiste solo all’estero; ma tant’è.

Questo lungo preambolo, per fare capire che chi scrive non ha posizioni pregiudizialmente contrarie al libero mercato, alla finanza, al CAPITALISMO. Anzi. In campo economico, l’idea di base del laburismo inglese delle origini penso possa essere felicemente riassunta con la formula: <<un’equa distribuzione delle ricchezze all’interno di un mercato libero (ma non onnipotente)>>.  Per lungo tempo (e in alcune parti del mondo ancora accade) questa visione è sembrata attuabile: la concorrenza e l’accumulo di capitale, se incanalati sui binari della correttezza (i.e. no monopoli) e della trasparenza (i.e. no corruzione e sfruttamento del lavoratore), potevano conciliarsi ad un crescente benessere collettivo.

Ora, la situazione economica globale sembra togliere ogni argomento dialettico a chi, come me,  si ritrova di tanto in tanto intrappolato in conversazioni su questi temi con qualche membro del multiforme universo indignado. Le chances di avere l’ultima parola sono nulle, se si cerca di sostenere qualche concetto-base quale:

–          l’attività bancaria – e di conseguenza il mercato finanziario – va regolamentata, maggiormente tassata, bloccata in certi comportamenti, ma è la naturale evoluzione dell’idea su cui l’intero sistema economico mondiale si fonda: la moneta. La monetà è un <<pagherò>>. Se tutti noi facessimo uno sforzo di memoria, ricorderemmo che quando, ancora infanti, ci venne spiegato da mamma e papà il concetto di <<dare un bene in cambio di un pezzo di carta>>, la fatica a comprenderne il senso fu parecchia. La moneta è un contratto tra due persone, in base al quale chi riceve un bene materiale s’impegna a elargirne uno di equivalente valore, qual ora il venditore lo richiedesse. A conti fatti un debito concordato. Grazie a questa invenzione, affatto banale, la società umana si è evoluta in ciò che è ora. Tecnologicamente, politicamente, economicamente. Se non accettiamo l’esistenza di banche e finanza, se vogliamo sradicare questi mali dalle nostre società, l’unica via è il ritorno al baratto. (E, in realtà, è una prospettiva così radicale che potrebbe vedermi favorevole);

–          il rifiuto al pagamento di un debito nazionale regolarmente contratto non può portare gli abitanti di paesi cosiddetti “sistemici” (quali l’Italia) col culo meno a terra, che un tentativo di riassetto dei conti pubblici, previa austerity più o meno pesante.

Gli indignati, gli occupanti, non vogliono sentire ragioni a riguardo. E una parte di me li comprende e fa il tifo per loro. Un politologo americano, Sanchez, parlando di Occupy Wall Street, ha detto: <<Immaginare la protesta non come un prologo alla politica, ma come un sostituto ad essa, indica un rifiuto della realtà del pluralismo, una totale avversione ad incanalare la protesta in azioni politiche realmente democratiche>>.

Ma se il nostro sistema fosse così malmesso, da non garantire più un’onesta dialettica democratica? Questo è sicuramente uno dei punti focali della narrativa indignada: l’1%  della popolazione ha accumulato, a discapito del rimanente 99%, tanta ricchezza da possedere il sistema stesso, che di conseguenza non funziona più, nemmeno a livello politico. Ergo, dire agli indignati di tornarsene a casa e smettere di occupare parchi, chè vorrei andarci a prendere il sole in pace, mi suonerebbe come un <<sottomettetevi all’oligarchia dell’1% e fate le facce felici>>.

Sarebbe bene, a questo punto, sottolineare come il contesto statunitense, il tipo di crisi finanziaria da cui è stato colpito, le ragioni intrinseche della stessa, siano sostanzialmente diversi da quelli europei, e nello specifico italiani. Questo per dire che lo slogan <<Noi 99%, voi 1%>>, ha più senso a Zuccotti Park che a Piazza San Giovanni.

In ogni caso, sarebbe altrettanto scorretto non riconoscere alcuna similitudine tra i due movimenti, dunque ritengo che la critica all’analisi di Sanchez, sia proprio il motivo per il quale fatico a sostenere le mie posizioni pro mercato, durante eventuali conversazioni con persone appartenenti a tale categoria, anche qui in Italia. La loro rabbia è giustificata dalla sproporzione inaccettabile tra la ricchezza  dell’ (immaginario) 1% e quella dell’(altrettanto immaginario, nel senso che le proporzioni ovviamente non sono realistiche) 99%. Peccato che per molti indignados (o similari) l’uscita dalla crisi non sia rappresentata da una redistribuzione della ricchezza per vie politiche/economiche/fiscali ma dall’<<abolizione>> della finanza, la rivoluzione proletaria, la presa della Bastiglia, e così via.

E’ in realtà questa visione un po’ confusa – e assai sommaria – dei problemi e delle possibili soluzioni, che mi lascia perplesso e mi spinge a non sposare totalmente la causa della protesta.

Un esempio lampante di questo approccio approssimativo sono le critiche che l’ala italiana del movimento OWS/indignados muove all’attuale governo Monti (tra l’altro spaventosamente simili a quelle mosse dai sempiterni berluscones): non è un governo legittimo; è un governo dei poteri forti.

Le ipotesi di complotto hanno sempre un  certo fascino. Sostenere che l’esecutivo Monti non abbia alcuna legittimità democratica, però, è abbastanza curioso. Questo governo è un governo “d’emergenza” (per altro nemmeno il primo della recente storia italiana) creato in seguito ad una ormai non più negabile perdita di maggioranza del governo Berlusconi. Si è insediato dopo i consueti processi di consultazioni delle parti  politiche ad opera del Presidente della Repubblica, che non deviano di una virgola dai codici costituzionali che gran parte dei politici eletti e dell’opinione pubblica è sempre pronta a difendere a spada tratta. Per il momento, a Monti e a i suoi ministri è stata accordata la fiducia dei deputati che NOI abbiamo votato. Nel momento stesso in cui questa verrà a mancare, il governo tecnico sparirà. Non vedo grandi forzature alla democrazia, in tutto questo. E leggere gli inviti dei vari Van Rompuy, Merkel, Draghi a evitare tre mesi di campagna elettorale  come imposizioni politiche (anzichè come esortazioni a non spingere l’intera Europa nel burrone) richiede un certo esercizio di fantasia.

Anche accusare Monti di essere la longa manus di Goldman Sachs e dei vari gruppi elitari manovratori di leve mondialiste è quantomeno discutibile. Innanzitutto perché il professore non è, ne è mai stato, un banchiere. E’ stato analista di GS per l’Italia, il che equivale a dire, grosso modo, che veniva pagato per fornire analisi puntuali sulla situazione macroeconomica italiana. Non per speculare sulle disgrazie di chissachì. Monti fa parte di alcune associazioni di gentiluomini – quali la Commissione Trilaterale – che qualche dubbio possono suscitare, ma che, a conti fatti, nessuno, da quando esistono, ha mai dimostrato essere nulla più che think tank fortemente orientati al liberismo. Ha fatto anche altro. Ad esempio, come Zar dell’Antitrust (come lo definì al tempo del suo commissariato europeo il Wall Street Journal) ha preso a pugni in faccia – e si parla di multe milionarie – colossi quali Microsoft e General Electric. Sulla battaglia portata avanti contro GE, dovrebbe riflettere in particolare chi lo accusa di essere un servo fidato della famiglia Rockefeller (il cui membro più influente ancora in vita, David, è a capo della Commissione Trilaterale, e il cui nome viene sovente accostato al cosiddetto New World Order). La GE (oltre ad avere la propria storica sede al Rockefeller Center, dove sono locati i suoi uffici, proprio a fianco degli studi dell’NBC, società televisiva controllata) vede tra gli azionisti di maggioranza JP Morgan Chase (banca dei Rockefeller) e, tra i suoi più recenti amministratori delegati, David Rockefeller in persona.

Monti, durante i suoi anni accademici, ebbe come professore e mentore James Tobin, premio Nobel per l’economia, noto ai più per la tassa sulle transazioni finanziarie di sua invenzione, di cui dieci anni fa il “popolo di Seattle” decantava le lodi. Tutto questo, senza contare che, durante il discorso per la richiesta di fiducia al Senato, ha parlato di reintroduzioni dell’Ici, di eventuale patrimoniale per una più equa distribuzione del carico fiscale e – udite udite – diversa tassazione per le donne, soggetti ancora sfavoriti nel mercato del lavoro!

Per carità, è indubbio che questo governo nasca per ragioni economiche, prima che politiche: spread fuori controllo, associato a un debito spaventoso (e ad una crescita praticamente nulla).

Il punto, però, è che questo debito è stato liberamente contratto dai governi che si sono susseguiti in questi anni per finanziare gli investimenti, ma anche le spese improduttive. Nessuno ha obbligato i governi precedenti, quelli democraticamente eletti, a mandare in pensione gli statali dopo sedici anni di lavoro oppure a pagare i vitalizi ai parlamentari dopo una legislatura o a spendere decine di miliardi di lire per titaniche opere pubbliche incompiute. Eppure, lo hanno fatto, senza che gli indignati scendessero in piazza a protestare. Quel debito ora deve essere rifinanziato. La crisi esplosa lo scorso agosto richiedeva che il governo Berlusconi facesse qualcosa: aumentare le tasse, oppure ridurre la spesa . Ma il governo non ha fatto nulla di tutto ciò. Con questa paralisi decisionale, il default, con tutte le conseguenze disastrose per le famiglie e le imprese italiane, sarebbe stato inevitabile. È da questo stallo che è nato il governo dei tecnici. Il presidente Monti ha chiesto esplicitamente ai partiti di entrare nel governo. Ma i partiti hanno preferito non metterci la faccia, sempre per calcoli elettorali. In altre parole, il governo Monti riempie un vuoto lasciato dalla politica.

Tutto bene, allora? Non proprio. La nomina di Corrado Passera  a ministro dello Sviluppo e delle Infrastrutture solleva fondate perplessità. Non per la indiscutibile competenza di Passera, ma per il fatto che ogni azione che verrà presa per mitigare la crisi delle banche italiane lascerà il dubbio che sia la lobby bancaria a condizionare l’azione del governo. Si poteva evitare di suscitare questi sospetti nell’opinione pubblica.

P.S.: in altra sede, chè qui già sforammo il limite massimo consentito agli articoli seri, sarebbe bello analizzare le dinamiche che hanno portato il popolo italiano ad avere un governo, seppur inappuntabile, a fortissima impronta cattolica. Il tutto, senza che, negli ultimi mesi, i movimenti  e l’associazionismo cattolico si siano mai visti intervenire davvero sulla scena pubblica. A parte, s’intende, il seminario a porte chiuse di Todi, di cui Passera è stato ospite d’onore, e che Giuseppe de Rita, nel disinteresse generale, definì a suo tempo  <<l’evento fondativo della Terza Repubblica>>. I vari Big Bangers, Prossimi Fermati, Italiani Futuri e Fabbricanti di Nichi riflettano.

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