11.2011 – Schegge di futuro

disegno di Manuele Palazzi
Riflessioni sociali scritte pensando alle discussioni di questi giorni sugli spazi culturali di Bologna (vedi su Giap riguardo al Bartleby), il loro rapporto con la città, l’università e il loro ruolo nel dibattito sulla crisi.

La nostra è una voce dal tempo incerto. E non in senso meteorologico, perché se dovessi parlare di quello, racconterei l’angoscia per la siccità di quest’autunno caldissimo. No, il tempo è incerto perché gli interrogativi sulle condizioni sociali, economiche e politiche dei prossimi mesi e anni vanno moltiplicandosi. La situazione italiana e internazionale si ingarbuglia anziché dipanarsi, questo è innegabile: basti pensare che il cosiddetto “effetto Monti” sul differenziale dei titoli di Stato – 200 punti di “spread” in meno grazie al nuovo governo – non si è ancora visto. Anzi, è ormai impellente nelle discussioni tra i capi di stato europei parlare di salvataggio dell’euro e di euro-obbligazioni (tra cui al vaglio c’è pure l’eurobond di Tremontiana memoria). Bene, siamo nella cacca. Mentre allo studio c’è l’ennesima manovra economica, la quinta nel 2011, è chiaro che il peso della crisi e i cambiamenti che essa comporterà per la nostra società ricadranno per lo più sui cittadini nati negli ultimi trent’anni. E noi abituati a subire, nel bene o nel male, questi moti ondosi macroeconomici e globali, in quale modo possiamo agire e pensare alla crisi, affinché ne derivi qualcosa di bello e utile per le nostre vite quotidiane?

Nell’immediato, a guardare alcune delle prime misure allo studio (un aumento di Ici e Iva, dal 21 al 23%, un minor carico di Irpef e pensionamento posticipato), possiamo dire che la risoluzione di questa “crisi dei debiti sovrani” passi inevitabilmente per i sacrifici che le giovani generazioni – diciamo dai trenta-trentacinque anni in giù – sono disposte a compiere. Eppure il bersaglio del nostro osservare è più lontano, come i sacrifici non esauribili a queste prime misure accennate. Una volta superata la crisi, dobbiamo comunque immaginarci un’Italia in cui lo Stato parteciperà in misura ridotta all’istruzione (più scuola privata), ai servizi di assistenza abitativa, alla persona, alla salute; in cui soprattutto tornerà, e lo dico senza retorica, una dialettica sociale fatta di servi e padroni, nella quale la competizione internazionale vedrà i lavoratori (noi, i nostri figli e i figli dei nostri conoscenti e concittadini) impegnati in una gara al ribasso mentre le poche bellezze paesaggistiche rimaste potranno essere godute solamente dai “ricchi” o da facoltosi turisti stranieri. Questo è lo scenario che ci si presenterà innanzi una volta superata questa crisi, a meno che non rivalutiamo fortemente i rapporti sociali ed economici all’interno del nostro paese. E ciò non avverrà a meno che non ci riappropriamo di una cosa bellissima: la fiducia nel prossimo.

La perturbazione si è abbattuta con forza sulle nostre parole, a partire da quel “capitale” che oramai abbiamo capito tutti essere una pericolosa balla, un gigante dai piedi d’argilla fondato sul suo esatto contrario, il debito. E così l’italico individualismo, che credevamo potersi esprimere solamente come campanilismo giocondo e provinciale, sull’onda della diffidenza più estrema nei confronti delle parole ci impedisce di credere negli altri come potenziale di aiuto e solidarietà. Perché niente conta di più ora dell’unità che fino a pochi mesi fa veniva invocata per i partiti della sinistra. Oggi serve l’unità delle generazioni che verranno realmente toccate dalla crisi, mentre le decisioni su come risolvere la medesima vengono prese da chi ne verrà toccato marginalmente. Né il problema è questo, perché bisogna avere fiducia nel prossimo, e quindi anche nei governanti, perché crediamo capaci di operare scelte eque e sagge nonostante non ne siano direttamente coinvolti. Difficile è vincere la diffidenza sostanziale e l’invidia che ci dividono l’uno con l’altro, diffidenza e invidia che, lasciando stare i partiti, si rispecchiano nelle lotte silenziose, inutili e patetiche tra movimenti antagonisti e collettivi autonomi, tra i diversi centri sociali e i comitati ambientalisti, e così via. Dobbiamo essere bravi a individuare i nostri “prossimi”, e ad avere fiducia in loro e nelle loro idee, nelle loro parole: così recupereremo dal lato dei rapporti umani e sociali ciò che ci verrà inevitabilmente tolto sul lato economico nei prossimi mesi e anni.

 

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