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di Pierpaolo Salino

Arriva il rigido inverno per l’Italia. Il nuovo governo di Mario Monti ha venti giorni di tempo per dimostrare il suo spessore varando le misure economiche richieste dall’Europa per pianificare il risanamento del debito pubblico italiano. La strada è tutta in salita e c’è da aspettarsi che il cammino sul sentiero delle riforme necessarie e rigorose verrà sferzato dal vento dello spread e dagli attacchi delle forze politiche che per ora sostengono il nuovo esecutivo.

In Parlamento la maggioranza che ha disarcionato il Cavaliere Berlusconi prima che questi potesse crollare sotto lo spettro del default italiano, è di fatto la stessa che sostiene il governo Monti. La stessa che per tre anni non ha avuto il coraggio di intraprendere la strada del risanamento dei conti pubblici e del rilancio della crescita italiana e che aveva rinviato con la finanziaria estiva il pareggio di bilancio al 2015, pareggio che ora è necessario raggiungere entro il 2013. Resta da verificare se gli onorevoli che per anni hanno votato solo provvedimenti su intercettazioni, autorizzazioni a procedere per i membri del Parlamento e decentramento dei ministeri da Roma a Monza, riusciranno a deliberare su materie che riguardano fiscalità, lavoro, equità, sviluppo e sicurezza.

Il crollo di Monti può avvenire anche per fattori esogeni, è inutile negarlo: se la borsa non si riprende, se l’Italia non dimostra di essere affidabile agli occhi degli investitori e dei creditori, se il nostro Paese non riesce a scrollarsi di dosso il ruolo marginale di cui il governo italiano, e non qualche occulta corporation delle eurobanche, è responsabile, il terremoto che scuoterebbe il nostro Paese e tutta l’Eurozona avrebbe portata incalcolabile.

Dice bene il Presidente del Consiglio: non esiste un “noi” e un “loro”, esiste l’Europa. L’Europa è l’Italia, non è anche l’Italia. Il nostro Paese non dovrebbe subire provvedimenti o ingiunzioni dagli altri Stati membri, dovrebbe avere un ruolo attivo nella governance del continente. Il primo vertice tra Merkel, Monti e Sarkozy è stato bollato come un fallimento: le divisioni sull’azione e sul ruolo della Banca Centrale Europea sono rimaste inalterate. Si deve però registrare un segnale interessante: a questo vertice l’Italia era presente, i giornalisti potevano porre domande al Primo Ministro italiano, senza lasciare spazio a travisamenti e malintesi.

Un altro segnale arrivato dall’alto dei vertici del Governo e diretto questa volta al popolo italiano è invece tutto politico: Monti riduce il numero dei ministri rispetto al precedente governo da 26 a 19 e il numero di viceministri e sottosegretari da 40 a 28. In questo quadro arriva anche una delibera del Senato che con sommo sforzo e senso di abnegazione risale le pendici del Golgotha della Casta e abolisce i vitalizi per i componenti della camera più alta, adeguando la loro previdenza a quella del sistema contributivo di tutti gli altri lavoratori. In realtà, il provvedimento è più timido di quanto non si possa pensare: gli attuali senatori e i precedenti personaggi che hanno transitato nell’emiciclo nelle passate legislature potranno ancora godere della loro pensione dopo soli tre anni di servizio.

E’ stato definito il governo dei banchieri, dei poteri forti, dei bocconiani; una cosa appare incontrovertibile: Monti eleva sicuramente la dialettica del dibattito politico. La crisi c’è e va affrontata, spariscono le battute sui ristoranti, i bunga bunga e le amiche in difficoltà del Papi ritornano là dove è naturale che stiano. In compenso, il professore non lesina il “noi” e il “voi” quando si rivolge al Parlamento: noi professionisti della moneta, voi personaggi politici in cerca d’autore.

Questo profilo tecnico che pesa come un macigno sul Governo non può che essere di facciata. Se la montagna non va da Maometto, sarà il profeta a andare alla montagna: indissolubile è il legame che lega economia e politica, e se quest’ultima non riesce o non ha la capacità di amministrare la cosa pubblica, ivi compresi gli interessi economici di un Paese, saranno gli esponenti della finanza a bussare alla porta delle istituzioni. Questa volta la porta era già spalancata, i professionisti di Piazza Affari hanno avuto vita facile nel far salire al Colle uno dei loro maggiori esponenti. D’altronde il dialogo tra le forze economiche e le forze partitiche è sempre stato vivo: basti pensare che a guidare il nostro Paese dagli inizi degli anni Novanta è stato quasi sempre un noto imprenditore.

La democrazia è stata sospesa mettendo rappresentanti che non sono eletti dal popolo al governo: tutto il Parlamento e la nazione intera si sente commissariata dalle Banche e dai loro funzionari. Non c’è nulla di cui stupirsi in tutto questo, i delatori mettano il loro animo in pace: il risveglio tardivo e la denunciata collusione tra politica e economia doveva far riflettere da tempo. Di più, doveva far riflettere l’andamento di questo ordine globale economico e forse di deve iniziare seriamente a pensare che il nostro benessere non può essere legato esclusivamente ai consumi sfrenati.

E’ proprio il tempo quello che ora manca all’Italia: Monti deve far presto e deve fare il necessario per non far naufragare il Paese. La sua eredità deve poter essere motivo di riscatto per la società italiana, vilipesa da anni di qualunquismo politico, e la società, attraverso i suoi rappresentanti, deve essere pronta a raccogliere la sfida del prossimo futuro.

E’ vero: per risalire la china l’Italia si deve affidare a Monti, ma per restare in vetta il Paese ha bisogno di una vera e nuova classe dirigente.

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