Josè

Josè oggi ha cinquantatré anni e ieri un tipo gli voleva sfondare il cranio con un martello da carpentiere. Stringeva al petto, Josè, il computer portatile grazie al quale comunica con la moglie che sta parecchio lontano e col figliolo di anni otto. Josè ha un debito di duecento franchi col tipo ma il suo cruccio è la figlia di ventiquattro anni che non vede da un sacco di tempo e con la quale temo non abbia un buon rapporto. A Josè mancano parecchi denti e quando era un giovanotto, con la barca di un amico, salpava dal sud del Portogallo verso il Marocco e tornava con vari chili di marjuana e hascish. Ci ha fatto parecchi soldi e non è mai stato pizzicato. Avvolgeva anche l’hascisch nella pellicola e lo inghiottiva ed era un commercio assai fiorente anche se a volte sul fumo rimaneva un vago aroma di merda. Il padre di Josè lavorava nelle pompe funebri e andava la domenica a caccia, ora però non riesce neppure a riconoscere suo figlio. Quando Josè fu chiamato dall’ostetrica che gli diede in mano la figlioletta, lui si perse in quella piccola faccia rossa e rugosa in cui brillavano due biglie di pece e ancora oggi ritiene quel momento come il più importante della sua vita. La sera stessa festeggiò con due bottiglie di Chivas e fu ricoverato nello stesso ospedale dove la moglie aveva partorito. Della sua terra ricorda soprattutto il sole e quei fichi dall’elevato grado zuccherino che mangiava dalla pianta dietro casa sua. Il secondo figlio è un gran chiacchierone ed è molto maturo per la sua età – dice il padre. Appena avrà finito la stagione qui in Svizzera, Josè tornerà da suo figlio e gli comprerà un regalo a sua scelta, qualsiasi cosa, dovesse anche costare tutta la rendita della stagione. Ha molti amici suo figlio perché Josè gli ha regalato la playstation, il computer, la mini moto e un sacco di cose che gli altri bambini non hanno. Perciò suo figlio è un bambino felice. Josè invece da piccolo viveva in una casa di fango che si era costruito da solo in faccia all’oceano e anche se non ci viveva per davvero Josè ricorda quella capanna come la sua vera casa. Quando aveva quindici anni è caduto dal primo piano di una casa in cantiere e da allora non ha più voluto fare il manovale e suo padre, il padre di Josè, che ora non lo riconosce più, non ha mai visto il figlio diventare un buon muratore, come avrebbe voluto. Porta ancora i segni di quel brutto infortunio e cammina come se avesse una gamba più lunga dell’altra, Josè. Quando non lavora si veste molto bene, con stivali da cowboy, giubbotto di pelle e rayban e passerebbe quasi per un turista se non fosse per quell’aria affaticata che si porta appresso. Lavora con dedizione ma ogni tanto fa finta di stare male per non venire a lavorare, anche se questo accade non più di una o due volte al mese. Un giorno mi ha confessato il suo dolore per le condizioni del padre, che se non altro è seguito dalla moglie ancora molto in gamba, la mamma di Josè, che è una cuoca fantastica anche se non ha ancora capito che a Josè la passata di pomodoro piace filtrata, ovvero senza i semini, ma pazienza perché ormai Josè mangia volentieri solo zuppa e così vogliamo andare alla festa della zuppa che fanno a Corticella ogni 25 aprile. Vorrebbe tanto che venisse anche la figlia, che ha la mia stessa età, ma ha paura di romperle le scatole e mette in conto, Josè, la possibilità che lei lo consideri un vecchio rimbambito scassacoglioni. L’anno scorso si è comprato un mercedes kompressor che però non usa mai perché l’ha messa in un garage in Portogallo e lui lavora in Svizzera undici mesi all’anno e la moglie, che sta giù, non ha la patente. Ancora oggi non si nega qualche piccolo buonaffare ma ha abbandonato la ganja per dedicarsi alla roba e alla bamba, che sono più redditizie e in un certo senso anche meno rischiose perché con l’erba va sempre a finire che vai a raccogliere le paghette dei ragazzini, che sono perlopiù scemi e rischiano di metterti nei pasticci. Invece la roba e la bamba rendono bene e poi Josè non si mette coi tossiconi che marciscono nei vicoli ma con la gente perbene incravattata che paga in fretta e senza storie per levarselo di torno il prima possibile. Ha un aspetto patito e non gli daresti un mese di vita, per questo a lavoro lo chiamiamo “il morto”, anche se in realtà ci condiziona l’espressione da cane bastonato che mette su quando vuole evitare le mansioni pesanti. Il tipo con il martello da carpentiere che lo ha minacciato ieri si chiama Sergio e quasi ci sfondava la porta a calci finché, per preservare la porta che avremmo dovuto pagare noi, ho aperto e lui è entrato nell’angusto intercapedine che c’è fra le scale del palazzo e le nostre due camere singole, per le quali sborsiamo trecentocinquanta franchi al mese, già detratti in busta paga. Il tipo era fatto come una pigna ma in fondo anche lui è un buon diavolo, è partito oggi per l’Olanda. Josè sta già dormendo adesso, ha appena compiuto cinquantatré anni nello stesso giorno in cui la figlia lontana ne ha compiuti ventiquattro. Lo sento russare, si è dimenticato la radio accesa a basso volume, ci incroceremo a notte fonda per pisciare. (Mirko Roglia)

Illustrazione di Antonio Vecchio – http://antoniovecchio.blogspot.com/

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