Le ombre dell’anima: NICOLA MARI

Testo di Emiliano Rinaldi e Sara Schiavi, intervista di Michele Barbieri

Le ombre non sono semplici proiezioni dei corpi solidi. Possono essere creature viventi, la materializzazione dei più oscuri sentimenti e malesseri celati nella profondità dell’anima, come dimostrano le tavole illustrate da Nicola Mari.

Ferrarese, classe 1967, dopo gli studi presso l’istituto d’arte “Dosso Dossi” inizia la collaborazione con Edifumetto e con ACME, entrando nel 1991 nello staff di Nathan Never alla Sergio Bonelli Editore. Se le tavole di Castellini, creatore grafico del personaggio, sono un inno alla precisione e pulizia del disegno, è grazie al tratto cupo e tormentato di Mari che vengono fissati su carta i sensi di colpa legati al passato dell’agente speciale, mentre il futuro ipertecnologico che fa da sfondo all’azione è minaccioso ed angosciante, un lungo incubo soffocante.

Nel 1996 il passaggio a Dylan Dog, icona del fumetto italiano, con la realizzazione di quello che può essere considerato un vero e proprio capolavoro grafico: Phoenix (albo 123). Inquadrature ardite ed inusuali, sequenze dal taglio fortemente cinematografico ed ombre così profonde ed avvolgenti da assumere consistenza fisica, influenza stilistica, questa, mutuata dall’espressionismo tedesco. L’arte di Mari si sposa alla perfezione con le atmosfere gotiche che permeano le avventure dell’indagatore dell’incubo, dove le ombre sono segno di ambiguità psicologica che abbattono i confini tra buoni e cattivi, portando in superficie le inquietudini interiori dei personaggi: il male oscuro dei rimorsi che divorano l’anima emerge in modo dirompente, spazzando via la maschera da eterno immaturo sentimentale costruita addosso a Dylan negli anni precedenti.

A Mari non interessa riprodurre la realtà, è orientato ad esprimere sensazioni ed emozioni grazie al suo originalissimo tratto. E questo lo rende un artista di non facile fruizione per il grande pubblico, che lo trova destabilizzante: spartiacque sarà, nel giugno 1998, “L’angelo sterminatore”, dove Mari viene in un certo senso censurato dall’editore per il suo tratto “troppo artistico e quindi poco adatto ad un pubblico così vasto come quello che segue Dylan Dog”. E così albo dopo albo le tavole di Mari si fanno più convenzionali, le ardite ed affascinanti soluzioni grafiche dei lavori precedenti vengono diradate, ma senza che venga intaccato lo stile gotico dell’artista.

 

La prima domanda è quasi d’obbligo. Come ti sei avvicinato al mondo del fumetto e come hai iniziato a disegnare?

Dunque, a quattro anni circa vidi i primi fumetti e, immediatamente, scattò in me una grande passione che mi portò a trascorrere la maggior parte della mia infanzia a disegnare nel tentativo di emulare i miei disegnatori preferiti. Quindi gli studi artistici, ai termini dei quali, una breve esperienza nei cosiddetti fumetti per adulti e nell’illustrazione pubblicitaria. Successivamente, una fugace collaborazione per testate come “Mostri” e “Splatter” per le Edizioni Acme, fino al grande salto alla Sergio Bonelli Editore.

Ritieni che nel fumetto sia prevalente l’aspetto tecnico o conti maggiormente quello artistico?

La tecnica, la potremo definire una procedura che consente di dar corpo alle svariate espressioni della creatività. Tra queste due configurazioni, il legame è imprescindibile e caratterizzato da un equilibrio mai rigido. La controprova è che volendo scavalcare la tecnica, è indispensabile avvalersi, per l’appunto, di una procedura tecnica. Ma anche la tecnica, affinché possa dar vita ad espressioni interessanti, con una ragione d’ essere significativa, deve attingere al suo opposto. Quindi stabilire in che misura “arte” e “tecnica” possano combinarsi e convivere all’ interno di una qualsiasi forma espressiva, rimane per me un enigma.

Nella pittura la massima espressione la si ottiene con l’astrattismo, nella musica con il jazz: si può affermare che sia necessario arrivare al massimo della conoscenza e della padronanza della tecnica per poi poter “disfare”. Ciò può valere anche per il fumetto o la regola è la ripetitività del segno?

Da quanto mi è dato di sapere, astrarre significa prescindere dal sensibile attraverso un processo razionale. In ambito artistico, che tu opportunamente poni ad esempio, l’astrazione della forma (intesa come un corpo sensibilmente percepito) è la conferma della forma stessa, e la forma, il principio dell’astrazione. In questo senso, e qui in un qualche modo mi ricollego alla seconda risposta, forse è plausibile azzardare che la regola della “ripetitività” del segno, a cui fai riferimento, è già di per sé il primo passo verso un processo di astrazione.

L’abbinamento della parola all’immagine è una delle forme comunicative di massa più arcaiche, tuttavia quando si parla di fumetti, per la maggioranza delle persone sembra si parli di cose da ragazzini: ritieni sia un mezzo espressivo sottovalutato, non al pari di altre arti come la letteratura o la pittura? Perché?

Sinceramente, non ho mai avuto la sensazione che il fumetto venga sottovalutato. La maggior parte delle persone che conosco o che incontro al di fuori del mio ambiente di lavoro, spesso, scopro che sono lettori di fumetti, o comunque persone che sono state “accompagnate” dalla lettura dei fumetti, che considerano, insieme alla letteratura, alla musica, al cinema o alla pittura, e così via, alla base della loro formazione personale; il che francamente mi pare naturale, dato che il fumetto è una realtà culturale nel senso più complesso e nobile del termine.

Tratteggiare la psicologia dei personaggi attraverso i loro incubi: quello onirico è un elemento ricorrente nella tua produzione bonelliana. C’è qualcosa di autobiografico o si tratta di pure e semplici esigenze narrative imposte dalle sceneggiature?

Nulla di autobiografico, ma questa tua domanda mi riconduce ad alcune mie personali letture sul tema affascinante e complesso dei sogni, da cui ho appreso che nello stato di veglia ognuno si produce in quella che noi chiamiamo ragione, la quale nel momento stesso in cui ci addormentiamo cede il passo alla sua controparte irrazionale, la stessa che tratteggia i nostri sogni e i nostri incubi, e che ci fornisce una sorta di descrizione della parte più profonda e sconosciuta della nostra personalità, perciò inconscia. Partendo da tali considerazioni, è ammissibile che per tratteggiare la psicologia di un personaggio, la dimensione onirica può senz’ altro rappresentare uno dei luoghi eminenti. Questo, ritengo sia uno dei motivi per cui l’ elemento onirico ricorre in tutte le espressioni narrative che affrontano il tema del mistero e del fantastico, quindi anche nella mia produzione Bonelliana, soprattutto se si considera che il personaggio a cui collaboro è Dylan dog, che di mestiere fa l’indagatore dell’ incubo.

Ultima domanda. Ogni artista ne ha almeno un altro da cui ha tratto ispirazione per i propri lavori: quali senti a te più vicini?

I miei “maestri spirituali “ sono moltissimi, dato che ogni autore rappresenta una preziosa lezione. Tra questi, Alex Raymond, Alex Toth, Moebius, Mike Mignola, Joe Kubert . tra gli italiani sono tantissimi, i primi nomi che mi vengono in mente in questo momento: Stano, Carlo Ambrosini, Roberto Diso, Milo Manara, AndreaVenturi, Giancarlo Alessandrini, Giovanni Ticci, Aldo Di Gennaro e potrei continuare…!

Il personaggio dei fumetti che più amo è Dylan Dog. Innanzitutto per il tipo di tematiche, e per il modo in cui vengono affrontate, che sono decisamente in sintonia con la mia personale visione del mondo, e in quanto disegnatore, perché il contesto nel quale si svolgono le avventure di Dylan Dog, lo considero decisamente compatibile con il mio tratto e con la mia sensibilità espressiva, che del resto, si è formata proprio quando, da lettore, sognavo di poterlo disegnare.

Per quanto riguarda le mie ispirazioni nel tratteggiare i tratti somatici dei personaggi, bhe, ognuno di noi ha i propri modelli di riferimento. Ma partendo da una mia personale analisi, ho la netta sensazione che vi sia una certa congruenza tra la fisicità di un disegnatore, di un pittore o di uno scultore ecc, e le figure che questi rappresentano. A tal proposito, si pensi al largo uso in tutta l’arte figurativa, fumetti compresi, dell’ autoritratto, e del ritratto, che poi è quasi sempre il ritratto di qualcuno di molto vicino, in sostanza, della  persona nella quale l’autore, inconsciamente, si vede riflesso, si “specchia”. Su questi temi, da tempi immemori, si conducono moltissimi studi e riflessioni, che in buona misura confermano tali ipotesi. Tuttavia, queste rimangono tematiche mai del tutto definibili, quindi a loro modo insondabili e misteriose; ma senza dubbi e piccoli misteri, non vi sarebbero domande, comprese le tue, a cui ho risposto con molto piacere.

 

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