01.2012 – Profezia del presente

Il concetto di Storia è opaco tanto quello di arte. Mantiene un residuo non fluidificato dagli interventi operati concettualmente nella storia, secondo i quali essa è giunta a conclusione, eppure tuttora v’è un residuo di concetto ignorato dallo sguardo illuminante del pensiero umano. Sempre un residuo rimarrà a testimonianza di una presenza impossibile da dire perché non passata, cioè oltre la Storia. L’opacità narrativa del presente è una necessità linguistica, poiché meccanismo razionale: l’ignoranza circa il contenuto delle scelte, dei progetti, del valore pratico e morale di un’azione, un’impresa, o di un sogno. Grande, e appassionata è l’attenzione verso il mezzo, verso la tecnica con cui si realizzano, si presentano e si manifestano i medesimi concetti. Senza che questa attenzione sia sbagliata nei confronti degli enti che essa evoca, tuttavia essa minaccia l’atto pratico correlato alla semplice speculazione delle alternative. Nella profezia l’interesse morale è implicito, è uno dei criteri narrativi che guidano il profeta, il parlante, alla formulazione di un effetto pratico. Per ritornare alla nostra critica della storia dell’arte (L’arte finita, pagine 104-112): la matrice stilistica di Danto è corretta, ma la ragion pratica, l’assimilazione dei contenuti del pensiero utili al nostro presente al di là della storia narrata metaforicamente dalla matrice stessa, si presenta scegliendo un’unica alternativa tra quelle teorizzate nell’atto della sua nascita. Secondo Greenberg, la successione di stili modernisti era accomunata da un movente razionale corrispondente alla Ragion pura Kantiana. Applicando il medesimo parallelismo all’arte e genericamente al pensiero postmoderno, possiamo affermare che la necessità razionale emersa dalla seconda metà del Novecento, la “struttura storica” (Danto) del nostro tempo, corrisponda ai principî della Ragion pratica di Kant.
In effetti ci eravamo soffermati, da buoni attori del pensiero tecnologico, sulla messa a punto di un modello teleologico di valutazione; e non credo che abbiamo fallito nello svilupparlo. Le tecniche di comunicazione sono diventate il nostro interesse principale, i mezzi il contenuto predominante dei nostri desideri e progetti, soprattutto in campo scientifico. Ogni conclusione, fine, di un percorso linguistico e concettuale ritenuta vuota, inadatta al meccanismo e alla tecno-logia. L’obiettivo-in-sé è residuale, polvere utile soltanto se lasciata opaca, metafora da parafrasare nel suo contesto stilistico, non-fluidificata nel suo contenuto di verità, di cui siamo totalmente disinteressati. Il contenuto pratico di quanto è ottenuto, del sogno realizzato, della scoperta scientifica, della risposta data non viene considerato se non perché limite storico dello stile impiegato nella narrazione (logìa) delle tecniche per le quali si è giunti ad esso. Per parlare dello stato estetico in cui ci troviamo occorre necessariamente fare uso della verità toccata in esso, recuperando l’interesse per la prassi inenarrata tra gli enti. Il silenzio circa le alternative che formano l’ossatura tecnica del discorso permette la trasparenza concettuale, il fluire degli enti trattati razionalmente. Potrebbe sembrare che la valutazione dei metodi di deliberazione, il considerare le premesse in entrambi i loro valori di verità, protegga infine la verità della risposta raggiunta con la deliberazione. Per quanto corretta la metodologia di scelta, il ragionamento risulta però inconcludente, e infine ingiusto: il solo interesse formale, non appena viene espresso, mette a disagio l’unicità dell’ente. Esso può essere bianco in un caso e rosso nell’altro, ma per quanto si offre a noi l’ente è così e soltanto così. Questo dal momento che l’altro del dialogo, l’ente che parla, che risponde, che pensa, che profetizza, è unico: all’unica unicità riconosciuta, è unita l’unicità di tutto. All’utilità – pratica – di ogni profezia del presente occorre la trasparenza caratteristica dell’interesse nell’unicità: al fine storico del presente non serve lasciare opaco il contenuto delle nostre idee per presentare meglio i mezzi concettuali di cui ci possiamo servire nel formulare “tali” idee. La profezia del presente è un atto morale da compiere personalmente.

:::::FRANGETTA:::::::::::::::
Una previsione del futuro è attività che richiede una prontezza di spirito impossibile in questo vero momento. L’eventualità dell’avvento del futuro non si immagina. Ma si dovrebbe. È la dottrina, morale, della profezia. Una profezia, ora! Che ne sarà di tutto? La specie umana si adatterà alla mancanza di ossigeno, alla forza crescente di un clima assolato su paesaggi aridi e alla competizione procreativa scientificamente diretta? Si evolverà, la risposta universale è semplice. Della situazione sociale nei prossimi venti anni, invece, è difficile dire. La gerarchia politica e governativa si irrigidirà in senso elitario e due poli sociali con interessi e metodi differenti si radicalizzeranno. Purtroppo è come se l’estremo più autorevole stia per raggiungere tecniche molto potenti a testimonianza dei propri scopi. Una guerra nucleare vasta che è mezzo e fine allo stesso tempo, l’autentico mezzo finale … a cui le istituzioni governanti nulla oppongano. Realpolitik, che merdata. L’estremo modesto nel frattempo sperimenta forma di decrescita e regresso sempre dubbioso della propria efficacia, poiché ammaliato dal timore del rinnegamento tecnico, secchioni, sfattoni, sfrattati, ex-disonesti, da-sempre-generosi, ex-violenti, solitari, alcuni stronzi e molti altruisti. Ma ogni diniego apparente dell’attenzione agli strumenti non ha grande importanza di fronte al recuperato viso umano del pensiero. Si torna a parlare di sentimenti e di bene, ci si torna a preoccupare della reiterazione della propria specie nelle forme più giuste e ricche. Si torna a vedere e quindi osservare le persone, uniche e certo simili. Un residuo di bene umano che rimane pur sempre a disposizione dell’unità, la mia profezia del presente.

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