Fosche profezie

Viviamo nell’era post-bellica, post-ideologica, post-sociale e assolutamente post-moderna, viaggiando senza cinghie di protezione verso un’era potenzialmente post-atomica, senza dubbio post-umana. L’apposizione del post è sintomo esteriore della contemporanea incapacità di volgere lo sguardo al presente, per lo meno inteso come momento impercettibilmente sincronico di edificazione del futuro. Al contrario siamo interamente proiettati in un incontro/scontro con il passato – come gli indovini della quarta bolgia del cerchio ottavo – così che invece di servircene come serbatoio di risorse e materiali utili per costruire e predire il nostro futuro, il passato risulta essere un vincolo di dannazione ed un momento di congestione diacronica che sfocia nell’assenza di appigli reali per il nostro tempo. E la liquidità, che si candida a sostantivo-guida del terzo millennio, pesca le sue radici in questa disfunzione temporale: l’uomo non guarda oltre e tutto evapora.

L’erosiva tossicodipendenza del libero mercato – che noi italiani conosciamo ed apprezziamo da sempre – ha reso precarie le basi della società, dal lavoro ai valori etici primari della convivenza, autocertificandosi come forza realmente conservatrice, in contraddizione palese con l’idolatria di cui ha investito termini quali sviluppo, crescita, evoluzione, già opinabili di per loro e comunque mai praticati da un sistema liberistico produttore di diseguaglianze sociali. Questo capitale, che da Giolitti a Monti ci ha gettati in una forzata anestesia individualistica (spalleggiato da una sinistra tutta incastrata nell’atomismo delle proprie masturbazioni cerebrali), ha reso impensabile l’immaginazione del futuro, ha tolto benzina alla capacità umana di produrre profezie. Tutto è accettabile nella società del capitale tranne il cambiamento e la profezia, che del cambiamento è l’incubatrice di immagini evocate, è stata tacitamente abolita.

Per questo non sono credibili le parole dei teocrati in babbucce scarlatte che fingono di scagliarsi contro il libero mercato: è grazie ad esso se le istituzioni religiose occidentali hanno agibilità, perché esso delega esclusivamente a loro la titolarità di esprimere profezie. Infatti noi, contenti e beati, andiamo a farci raccontare che finiremo nel rogo eterno eccetera eccetera e, quando ogni energia è spesa a proiettare speranze e false profezie al di là della morte, la possibilità di cambiare la nostra vita ora e adesso ci appare meno inderogabile. Tutte le chiese producono profezie – le stesse da sempre – e non esistono competitori; per cui anche le chiese portano la profezia ad appassimento ed esse diventano spauracchio ed infine massimo strumento per indurre noi tutti a scegliere la conservazione dello status quo, senza tentare di incidere materialmente nella Storia. (Mirko Roglia)

Le profezie sono frutto dell’uomo, della sua intelligenza, della sua immaginazione, della sua lucidità. Sono meravigliose. Ma la Storia ci insegna che da sempre sono mal utilizzate;è come mettere un’ottima salsa al rafano sul guazzetto di cozze”.

Øystein Babatunde Zappalà,  Chef poissonier della locanda “da Ugo” e astrologo dudeista, (Vadsø 1934 – vivente)

Illustrazione di Antonio Vecchio – http://antoniovecchio.blogspot.com/

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