[Draghi nella fumana] Il romanico virtuale


Dedicato al Santo Geminiano

Ci sono parecchie maniere per figurarsi un diverso atteggiamento comunicativo fra le persone, rispetto ai canoni informatici odierni.

Prendiamo le forme dell’imposizione culturale della dottrina cristiana. In epoche passate, maggiormente permeate di spirito religioso, le relazioni primitive tra gli eventi della società erano naturalmente immaginate secondo ruoli e valori propri della religione. Secondariamente, queste informazioni sedimentali venivano smosse e trasmettevano il messaggio scritto, disegnato o scolpito.

Non v’era attività sociale, non necessariamente “artistica”, la quale non si realizzasse come medium di una conoscenza eterna. Little wonder then, che durante i secoli “medievali” le chiese si distinguessero per propria consapevolezza e autorità nell’essere dei media certificati dalla loro stessa consacrazione. Mass media, appunto.


Sulle pareti esterne del Duomo di Modena, ci sono per esempio numerose testimonianze della parità dei metodi di comunicazione a disposizione dell’unico, eterno messaggio di verità.

Per capire quanto diverse fossero le modalità di trasmissione del racconto, cioè di una storia, o semplicemente di un’informazione, proviamo a fermarci a osservare la porta della pescheria, situata sul lato settentrionale (lato Via Emilia per intenderci) del Duomo. L’archivolto è scolpito a bassorilievo con un episodio tratto dal ciclo arturiano, che fu probabilmente scelto per descrivere al fedele le pene e la morte che si impongono con la forza dei milites sul popolo, nella vita di tutti i giorni.

La cosa più interessante è che la scultura anticipa di alcuni decenni la prima fonte scritta delle leggende dei cavalieri della Tavola Rotonda. Infatti, la prima opera letteraria che abbia organizzato metodicamente le leggende – di origine gallese, ma non solo – intorno al mitico re di Camelot e ai suoi cavalieri, è l’Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, scritta tra il 1136 e il 1138.


È evidente che le condizioni sociali eleggevano la rappresentazione figurativa a medium più adatto a trasmettere il messaggio (in questo caso leggendario) in maniera efficace, essendo la lingua scritta poco diffusa. 
O forse, ma questa rimane solo una congettura seducente e abbastanza misteriosa, viceversa: meno diffusa perché le veniva preferita la forma figurata, e la scolpita prevalentemente.

Resta il fatto che il cosiddetto Medioevo – qual parola può tramandare il tempo delle figure? – era teatro di una comunicazione virtuale quotidiana, la realtà disponibile a un’estesa e profonda lettura allegorica, poiché comunque salvaguardata dalla Parola, unica e univoca, della dottrina. Questa, ovvero il Verbo e le sue divulgazioni “certificate” o credute tali, date le diffuse contaminazioni tra religione ufficiale e superstizione popolare, era in un senso assoluta: ab-soluta, e quindi sciolta da ogni legame con l’errore mondano e popolare.

E di rimando il fedele poteva considerarsi assolto dall’onere di ragionarne: a egli rimanevano, in tutta la loro efficacia, le figure.

Abbiamo detto che tra l’individuo e la verità non è lecito escludere un continuo commercio virtuale, fonte delle capacità interpretative del fedele necessarie al riconoscimento allegorico. Nel nostro caso specifico le figure dei personaggi cavallereschi intorno al dux Arthurus erano elette a strumento più augusto con il quale ri-portare un determinato messaggio. A tal scopo al fedele doveva essere ben chiaro quale ruolo questa figura giocasse nello scenario architettonico della chiesa.

Sulla porta della pescheria, Artù era infatti simbolo di una condizione negativa che la religione prometteva di sconfiggere agli uomini di buona volontà; si trattava dunque di un ruolo di contrasto con il valore della Redenzione, assolutamente positiva ed eternamente attesa da parte del fedele. Non è forse indizio di un rapporto virtuale, il fatto che la raffigurazione di Artù inserita all’interno della grande rappresentazione del Duomo sia impiegata in una realtà parallela a quella stabilita dai tradizionali valori della cavalleria celebrati nel “ciclo bretone”?

La letteratura ci tramanda infatti le gesta cavalleresche come modello di fede, coraggio e forza, ma non sarebbe possibile scegliere a campione un semplice episodio di violenza come la lotta raffigurata sulla porta della pescheria, e, decontestualizzandolo totalmente, trarne un’informazione generale che proietti su tutta la saga un valore diverso come preminente. Ne risulterebbe un ciclo di racconti votato alla violenza tout court contro gli umili messi a difesa delle proprie città.


Il fedele, e l’individuo in generale, doveva essere allenato a comunicare riconoscendo nel discorso, figurato od orale, i simboli, le allegorie e i valori, dal momento che di Artù non si era ancora parlato nella forma scritta, che a noi appare la più conveniente e quasi l’unica capace di trasmettere in maniera esauriente una storia.

Eppure la sua figura veniva impiegata per ammonire il fedele, e nemmeno una tantum: il leggendario re compare anche a Bari, in una situazione architettonica analoga, su un bassorilievo della Cattedrale di San Nicola, di circa dieci anni antecedente il Duomo di Modena*.

Le leggende di Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda dovevano essere conosciute a tal punto da poterne selezionare un frammento e impiegarlo allegoricamente come simbolo di un valore diverso da quello che emerge dalle storie in cui si trova complessivamente inserito. È il virtuale quotidiano che permette l’operazione artistica – che noi definiremmo postmoderna – di scolpire Artù su un capolavoro del romanico.

 

(*) Compare inoltre nel grandioso mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto: qui è inserito in un ben più intricato sistema di rievocazioni cabalistiche, come sostiene Sabato Scala in questo articolo.

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