La storia

di Raffaella Grasso

I morti di oggi non valgono meno di quelli di allora, ma questa è una giornata di ottobre del ’43 a Roma, e questi sono i nostri morti, la nostra storia…

 

In fondo alla rampa, su un binario morto rettilineo, stazionava un treno che pareva, a Ida, di lunghezza sterminata. Il vocio veniva di là dentro. Erano forse una ventina di vagoni bestiame, alcuni spalancati e vuoti, altri sprangati con lunghe barre di ferro ai portelli esterni. Secondo il modello comune di quei trasporti, i carri non avevano nessuna finestra, se non una minuscola apertura a grata posta in alto. A qualcuna di quelle grate, si scorgevano due mani aggrappate o un paio di occhi fissi. In quel momento, non c’era nessuno di guardia al treno. La signora Di Segni era là, che correva avanti e indietro sulla piattaforma scoperta, con le sue gambucce senza calze, corte e magre, di una bianchezza malaticcia, e il suo spolverino di mezza stagione sventolante dietro al corpo sformato. Correva sguaiatamente urlando lungo tutta la fila dei vagoni con una voce quasi oscena: «Settimio! Settimio!… Graziella!… Manuele! Settimio!… Settimio! Esterina!… Manuele!… Angelino!…»

Dall’interno del convoglio, qualche voce ignota la raggiunse per gridarle d’andare via: se no quelli, tornando tra poco, avrebbero preso lei pure: «Nooo! No, che nun me ne vado!» essa in risposta inveì minacciosa e inferocita, picchiando i pugni contro i carri, «qua c’è la mia famiglia! chiamateli! Di Segni! Famiglia Di Segni!»… «Settimioo!» eruppe d’un tratto, accorrendo protesa verso uno dei vagoni e attaccandosi alla spranga del portello, nel tentativo impossibile di sforzarlo. Dietro la graticciola in alto, era comparsa una piccola testa di vecchio. Si vedevano i suoi occhiali tralucere fra il buio retrostante, sul suo naso macilento, e le sue mani minute aggrappate ai ferri. «Settimio!! e gli altri?! sono qua con te?» «Vattene, Celeste», le disse il marito, «ti dico: vattene subito, che quelli stanno per tornare…»

Ida riconobbe la sua voce lenta e sentenziosa. Era la stessa che, altre volte, nel suo bugigattolo pieno di roba vecchia, le aveva detto, per esempio, con savio e ponderato criterio: «Questo, signora, non vale nemmeno il prezzo della riparazione…» oppure: «Di tutto questo, in blocco, posso darle sei lire…» ma oggi suonava atona, estranea, come da un atroce paradiso di là da ogni recapito. L’interno dei carri, scottati dal sole ancora estivo, rintronava sempre di quel vocio incessante. Nel suo disordine, s’accalcavano dei vagiti, degli alterchi, delle salmodie da processione, dei parlotti senza senso, delle voci senili che chiamavano la madre; delle altre che conversavano appartate, quasi cerimoniose, e delle altre che perfino ridacchiavano. E a tratti su tutto questo si levavano dei gridi sterili agghiaccianti; oppure altri, di una fisicità bestiale, esclamanti parole elementari come «bere!» «aria!» Da uno dei vagoni estremi, sorpassando tutte le altre voci, una donna giovane rompeva a tratti in certe urla convulse e laceranti, tipiche delle doglie del parto. E Ida riconosceva questo coro confuso. Non meno che le strida quasi indecenti della signora, e che gli accenti sentenziosi del vecchio Di Segni, tutto questo misero vocio dei carri la adescava con una dolcezza struggente, per una memoria continua che non le tornava dai tempi, ma da un altro canale: di là stesso dove la ninnavano le canzoncine calabresi di suo padre, o la poesia anonima della notte avanti, o i bacetti che le bisbigliavano carina carina. Era un punto di riposo che la tirava in basso, nella tana promiscua di un’unica famiglia sterminata.

«È tutta la mattinata che sto a girà…» La signora De Segni, protesa verso quel viso occhialuto alla graticciola, s’era messa a chiacchierare frettolosamente, in una specie di pettegolezzo febbrile, ma pure nella maniera familiare, e quasi corrente, di una sposa che rende conto del proprio tempo allo sposo. Raccontava come stamattina verso le dieci, secondo il previsto, era tornata da Fara Sabina con due fiaschi di olio d’oliva che ci aveva rimediato. E arrivando aveva trovato il quartiere deserto, le porte sbarrate, nessuno nelle case, nessuno nella via. Nessuno. E s’era informata, aveva chiesto qua e là, al caffettiere ariano, al giornalaio ariano. E domanda qua, e domanda là. Pure il tempio deserto. «…e corri de qua, e corri de là, e da uno e da un artro… Stanno ar Collegio Militare… a Termini… alla Tibburtina…» «Vattene, Celeste». «No che non me ne vado!! Io pure so’ giudia! Vojo montà pur’io su questo treno!!» «Resciùd, Celeste, in nome di Dio, vattene, prima che quelli tornino». «Noooo! No! Settimio! E dove stanno gli altri? Manuele? Graziella? Er pupetto?… Perché nun se fanno véde?» D’un tratto, come una pazza, ruppe di nuovo a urlare: «Angelinoo! Esterina! Manuele!! Graziella!!» Nell’interno del vagone si avvertì un certo sommovimento. Arrampicatisi in qualche modo fino alla grata s’intravvidero, alle spalle del vecchio, una testolina irsuta, due occhietti neri… «Esterina! Esterinaa! Graziellaa!! Apritemi! Nun ce sta gnisuno, qua? Io so’ giudia! So’ giudia! Devo partì pur’io! Aprite! Fascisti! FASCISTI!! aprite!» Gridava fascisti non nel senso di un’accusa o di un insulto, ma proprio come una qualificazione interlocutoria naturale, al modo come si direbbe Signori Giurati o Ufficiali, per appellarsi agli Ordini e Competenze del caso. E si accaniva nel suo tentativo impossibile di sforzare le sbarre di chiusura. «Vada via! Signora! non resti qui! È meglio per lei! Se ne vada subito!» Dai servizi centrali della Stazione, di là dallo scalo, degli uomini (facchini e impiegati) si agitavano a distanza verso di lei, sollecitandola coi gesti. Però non si avvicinavano al treno. Sembravano, anzi, evitarlo, come una stanza funebre o appestata.

Della presenza di Ida, rimasta un poco indietro al limite della rampa, non s’interessava ancora nessuno; e lei pure s’era quasi smemorata di se stessa. Si sentiva invasa da una debolezza estrema; e per quanto, lì all’aperto sulla piattaforma, il calore non fosse eccessivo, s’era coperta di sudore come avesse la febbre a quaranta gradi. Però, si lasciava a questa debolezza del suo corpo come all’ultima dolcezza possibile, che la faceva smarrire in quella folla, mescolata con gli altri sudori. Sentì suonare delle campane; e le passò nella testa l’avviso che bisognava correre a concludere il giro della spesa giornaliera, forse le botteghe già chiudevano. Poi sentì dei colpi fondi e ritmati, che rimbombavano da qualche parte vicino a lei; e li credette, lì per lì, i soffi della macchina in movimento, immaginando che forse il treno si preparasse alla partenza. Però subitamente si rese conto che quei colpi l’avevano accompagnata per tutto il tempo ch’era stata qua sulla piattaforma, anche se lei non ci aveva badato prima; e che essi risuonavano vicinissimi a lei, proprio accosto al suo corpo. Difatti, era il cuore di Useppe che batteva a quel modo.

Il bambino stava tranquillo, rannicchiato sul suo braccio, col fianco sinistro contro il suo petto; ma teneva la testa girata a guardare il treno. In realtà, non s’era più mosso da quella posizione fino dal primo istante. E nello sporgersi a scrutarlo, lei lo vide che seguitava a fissare il treno con la faccina immobile, la bocca semiaperta, e gli occhi spalancati in uno sguardo indescrivibile di orrore. «Useppe…» lo chiamò a bassa voce. Useppe si rigirò al suo richiamo, però gli rimaneva negli occhi lo stesso sguardo fisso, che, pure all’incontrarsi col suo non la interrogava. C’era, nell’orrore sterminato del suo sguardo, anche una paura, o piuttosto uno stupore attonito; ma era uno stupore che non domandava nessuna spiegazione.

Elsa Morante, La storia

More from raffaella grasso

03.2011 – Immagini di guerra – intervista a Pietro Masturzo

Smilzo, piccoletto, occhi vivaci, chioma refrattaria a ogni forma di disciplina, Pietro...
Read More

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *