La vendetta di Tiresia

di Raffaella Grasso

La vendetta di Tiresia

Le profezie non mi turbano, anzi alcune mi divertono ma non mi convincono. E mi divertono proprio perché non mi convincono dato che nella maggior parte dei casi annunciano tragedie apocalittiche, che se ci credi non c’è niente da ridere. Così è stato con Nostradamus e il baco millenario e, almeno fin qui, pure col 2012, l’annus horribilis annunciato dai Maya. Concedo un po’ di credito solo ai classici della preveggenza – l’oracolo di Delfi, Cassandra o Tiresia – perché mi sembra possiedano, sia pur in forma remota, un quid che manca a chi tira a indovinare. Si esprimono su questioni specifiche formulando responsi enigmatici, per carità, ma motivati, o quanto meno simili, anche solo a posteriori, a qualcosa come un giudizio motivato. Quasi sempre infatti il saggio ‘conosce’ a differenza di altri (lasciamo in sospeso le domande sul come) un antefatto, una premessa non dichiarata che gli consente di trarre le sue conclusioni, oscure solo a chi non sa (non capisce o non vuol capire) tutta la storia. Come dire, se hai fatto un torto grave a un padre e suo figlio, Laio, allora sta scritto nella tua biografia che lo devi pagare per mano del tuo di figlio. Non ci vuole l’oracolo, è il caso di dirlo. E anche tu, povero Edipo, non fare l’anima bella. Hai ucciso un uomo e questo lo sai, così come sapevi della profezia e dei tiri bislacchi del destino. Per non parlare di te, Creonte, che ti ostini a non vedere quel che il cieco Tiresia vede benissimo (e il coro e il pubblico e noi, a distanza di due millenni e mezzo)… E si potrebbe continuare. Ora, al netto della distanza da una concezione della responsabilità morale ingenuamente meccanica ai nostri occhi, dotata di senso solo in un orizzonte nel quale i nodi tra natura e cultura non si sono ancora sciolti (sono anzi ben stretti), qui mi pare di riconoscere in embrione, applicato a casi atipici come l’intreccio tra colpa e destino, quel condizionale – ‘se’ un tale antefatto (la premessa) ‘allora’ una certa conseguenza (la conclusione) – che colloca questi oracoli a metà strada tra profezia e previsione.

Una vicinanza insopportabile per la previsione, come la conosciamo noi. Recita l’Abbagnano «previsione: uno degli scopi fondamentali della spiegazione scientifica o questa stessa spiegazione», un riconoscimento che lascia intuire la rivalità con quelle altre ‘visioni’ di futuro senza scienza che sono le profezie. E che salta fuori poche righe più in là quando si cita la distinzione di Popper tra ‘previsione scientifica’ e ‘profezia storica’ in base alla loro diversa forma logica. La prima usa i condizionali come ‘se…allora’, la seconda è assertiva, non formula ipotesi sui rapporti tra gli eventi che prefigura. Li nomina e li affianca. Stop. «Il mondo finirà nel 2012» (perché? perché così dice Giacobbo che lo dicono i Maya in tv); oppure «Prima o poi ci sarà la rivoluzione del proletariato, magari proprio oggi» (perché? perché così dice Marx che prima o poi dice che i proletari capiranno il da farsi, e pare che mò sono molto incazzati). Ecco, a robe del genere pensava Popper quando parlava di profezie, una specie di GrandiEventi S.p.A. che bluffa sulle proprie capacità previsionali puntando tutto sull’advertisement, super-testimonial e claim che funzionano. Da un lato categorie holliwoodiane – il mondo, la storia, il progresso – inavvicinabili per noi esseri umani piccini picciò, fuori dalla portata di qualsiasi test; dall’altro slogan semplici ed efficaci, ma tagliati con l’accetta, sconnessi. Cose che non significano niente (i.e. non sono verificabili, e neppure falsificabili per dirla alla Popper) se le guardi da vicino.Tutto molto ragionevole e infatti mi ha convinto. È alle previsioni della scienza che mi affido, mica a maghi, chiromanti, indovini da strapazzo o avventisti del settimo giorno!

L’unico neo è che di ’sti tempi anche le scienze mi sembrano in crisi. Non parlo degli scossoni della meccanica quantistica al concetto di scienza come previsione, degli affanni del modello standard per colpa di neutrini e bosone di Higgs. Ci capisco talmente poco in materia che le accolgo come sfide per teste più raffinate della mia. Penso piuttosto all’economia che giustamente rivendica il suo statuto scientifico, salvo imbroccarne poche ultimamente. E qui mi basta nominare entità come le agenzie di rating e svarioni clamorosi come Parmalat o Lehman-Brothers, per scatenare livori condivisi. Senza entrare nel merito e tralasciando i mille casi che si potrebbero citare, è l’intero comparto disciplinare a esser gravato da tetra sfiducia. Colti da ansia da spread e con qualche buon argomento dalla nostra, non sappiamo più a chi credere. E questo è un colpo mortale alla ragion d’essere di una scienza. La cosa, non vi nascondo, mi preoccupa. Come è successo? Alcuni dicono che, ironia della sorte, sia il risvolto imprevisto di un fattore determinante per il successo predittivo delle scienze: la distinzione di piani tra fatti e valori, la chiara scelta di campo a favore dei primi. L’implicazione logica, l’uso del condizionale ‘se… allora’, è diventato il criterio di identità della previsione scientifica solo a seguito di una serie di restrizioni a monte. Dopo il ‘se’ e dopo l’‘allora’ ci può stare solo un fatto e i fatti sono indifferenti alle valutazioni. Sciogliere i nodi tra natura e cultura, concepire il luogo della descrizione scientifica come il regno dei ‘fatti bruti’ – osservare per di più che la cosa funziona – ci ha portato a considerare ‘strane’ le occorrenze del condizionale in ambiti in cui non ammettiamo fatti come il ragionamento morale, reperti d’archeologia linguistica come gli antichi oracoli. Con il loro determinismo etico ci è sembrato di dover abbandonare del tutto l’idea di giudizi di valore oggettivi, di fatti sulla natura umana che giustificano (dal punto di vista cognitivo, nel pieno senso del termine) certe conclusioni morali, le quali vengono a somigliare a esortazioni, auspici e, perché no?, maledizioni e profezie.

Sia come sia, questa spartizione di campo ha giovato alle scienze empiriche e a noi con loro. Se dovremo farne a meno non sarà comunque questa la ragione per buttare via anche le scienze, come suggerito da certi pensatori post-moderni. In tempi post-moderni anche l’ignoranza fa scuola. La situazione per l’economia – una disciplina soft che seleziona ‘fatti’ sulla psicologia umana, modelli di scelta razionale in cui il ruolo di concetti come valutazione, ragione o bene è centrale – sembra però più grave. Recidere i legami con tutta l’expertise accumulata da secoli di riflessione filosofica su nozioni di questo tipo, tagliare i ponti col proprio passato, è stato un errore vero e proprio, un eccesso di presunzione, una specie di hybris. Il passato, si sa, torna a proporsi in forma di rimosso. È la vendetta di Tiresia, liquidato dall’esperto di marketing&finanza – lui, un saggio – come un indovino, un ciarlatano qualsiasi. E come tutte le tragedie comporta il rovesciamento di sorte del protagonista, la catastrofe. Torniamo ora alla favola che i criteri di scelta economici non sono valutabili che dall’economia medesima, dal libero mercato, dalle agenzie di rating, perché sono criteri ‘scientifici’ (i.e. avalutativi) sulle nostre valutazioni, le valutazioni di un agente razionale, umano si spera. Si è rivelata appunto una favola. In primo luogo perché l’economia non ha ‘fatti bruti’ né primati su quest’insieme di nozioni, forse non ce li ha neppure la filosofia morale, di certo un candidato migliore è la discussione pubblica democratica. Secondo, poi, perché non è vero, quando sbagliano questi organi non si auto-emendano. Ciò genera sfiducia, il che ci porta al terzo punto: l’economia postula un agente razionale, ma ne alleva, specie in tempi di crisi, uno diffidente, incattivito, irragionevole e irrazionale. Uno su cui non sa far previsioni che infatti puntualmente falliscono, mentre riprende quota l’idea della fine del mondo annunciata dai Maya e l’unico a cui dar retta, forse ancora una volta, è Tiresia.

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4 Comments

  • lo so e la accolgo come una buona notizia (anche se piuttosto tardiva, è da un po’ che se ne parla – da prima della crisi certamente – ma non è cambiato molto finora). comunque in effetti non mi auguro affatto la fine della scienza economica, anche se nell’articolo può sembrare che la stia pronosticando (semmai ne sono preoccupata). mi interessava piuttosto il tema della sfiducia (e il suo legame con la capacità previsionale di una scienza soft come l’economia). poi, ovvio, c’era la suggestione profetica che mi ha spinto a essere un po’ allusiva… comunque, non ricordo più dove ma da quelle parti (economist o qualche altra testata economica nostrana) leggevo dell’esigenza di un mea culpa dell’economia. che è cosa un po’ diversa dal dibattito interno e autoreferenziale… e che forse aiuterebbe nella strada verso il recupero di credito sociale.

  • è un bell’articolo. sono sostanzialmente d’accordo. c’è certamente una semplificazione nelle accuse mosse all’economia, che in quanto tale non è se non appunto un campo disciplinare popolato da scuole diverse. c’è una semplificazione anche nel mio articolo, ovvio. qua e là ho cercato di suggerire che bisogna starci accorti: il transfert di sfiducia dall’agenzie di rating al comparto disciplinare non è propriamente giustificato, eppure è in atto. e a quello che guardavo più che altro. potando le sfumature dal dibattito pubblico, intervendo in quel contesto con una ricetta sostanzialmente univoca (quando allo stato dell’arte così non è) l’economia ha dato una cattiva rappresentazione di se stessa, mettendo a rischio quel capitale umano (la ‘fiducia’ nel suo potere previsionale, e non solo) che per lei ha un peso tutto speciale. non è cosa da poco da recuperare, manco per quei modelli economici che io vedrei bene…

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