Sulla strada della memoria – Diario di bordo

Prima corrispondenza dal nostro inviato sul Treno della Memoria.

Giorno 1 – La partenza
“Un inno alla gioia, non un viaggio di penitenza”

Il nostro treno per Auschwitz è cominciato sotto un bel sole, clima forse un po’ inusuale per un viaggio del genere. Ma sicuramente un ottimo auspicio. Alle 09.30 il piazzale era già gremito, pieno di studenti, di insegnanti, di accompagnatori, e di appassionati curiosi che hanno deciso di partecipare attivamente alle emozioni di chi come noi stava partendo.Gruppi di ragazzi che, ridendo tra loro, controllavano che gli striscioni preparati con passione fossero pronti per il viaggio. La partenza è stata anticipata dai saluti delle autorità, che hanno sottolineato come questa esperienza che ci apprestiamo a vivere rimanga una fondamentale parentesi nella vita delle quasi seimila persone che, fin dalla prima esperienza di otto anni fa, hanno avuto la fortuna di potervi partecipare. E tutti, in quel piazzale, si sono augurati che almeno altrettante persone possano avere il nostro stesso privilegio. Il ricordo, la consapevolezza che quello che è accaduto, e la forte convinzione di dover assolutamente continuare a combattere perché questo non si ripeta più in futuro sono stati i concetti fondamentali di tutti gli interventi. Significativo quello di due ragazzi che hanno partecipato al treno l’anno scorso: ancora emozionati hanno augurato a tutti noi di ritrovare noi stessi, di fare nostra questa esperienza e di portarla con noi negli anni che verranno. La frase che più di tutte mi è rimasta in mente è stata questa: “dovete apprestarvi a compiere questo viaggio con la consapevolezza che sia un inno alla gioia, e non un viaggio di penitenza”. Con queste parole e col sorriso sulle labbra ci siamo messi in cammino, convinti che al ritorno, ognuno a modo suo, saremo tutti comunque un po’ diversi… Si è detto che la cosa fondamentale di questa esperienza è la condivisione: con queste parole diamo il via ad un piccolo diario di viaggio. Ogni giorno vi farò avere un resoconto delle nostre emozioni, sperando che tutti voi possiate sentirvi un po’ più vicini a noi.

Giorno 1 – La notte
“Una comunità in movimento”

«Sul treno è scesa la notte. Dopo una giornata trascorsa tra chiacchiere, risate, libri e giornali, il buio ha avvolto i vagoni e abbiamo lasciato l’Italia. In una perfetta commistione di età e di generi, giovani e meno giovani fraternizzano fra loro, condividendo i motivi del viaggio, ma anche molto più semplicemente parlando del più e del meno. La conferma degli intenti espressi nei pensieri di stamattina, sta diventando realtà man mano che passa il tempo. La prima serata è trascorsa all’insegna del buon umore, e del piacere di stare insieme.
Dopo una discussione sulla possibilità delle parole di diventare pietre, se usate in maniera sbagliata, con la spensieratezza di un fumettista, è stato il momento della musica con I Giardini di Mirò nel vagone ristorante dove abbiamo dato voce a quelle canzoni popolari, Bella Ciao in testa, che ogni volta di più sono capaci di riscaldare i cuori e farci sentire veramente una comunità, questa volta in movimento. E mentre la maggior parte delle persone si sono via via ritirate nelle cabine, chi per leggere, chi per dormire, noi siamo ancora qui, a continuare il viaggio, a continuare le chiacchiere con tanti giovani compagni di avventura.
È l’una di notte, e mentre il treno attraversa l’Europa, anche le nostre menti continuano a viaggiare…»

Giorno 2
L’arrivo a Cracovia

«È stato un giorno particolare per tutti noi. Dopo una bellissima giornata, utile a galvanizzare gli animi dei partecipanti, oggi (ndr giovedì 26 gennaio) è stato una giorno decisamente più interlocutorio. E tutto questo abbiamo iniziato a percepirlo già dal nostro risveglio. Freddo, neve e vento hanno “benedetto” il nostro arrivo in Polonia. E se al clima festoso (e praticamente insonne) dell’ultimo episodio di questo diario, uniamo la preparazione alla giornata di domani (ndr venerdì 27 gennaio), potrete facilmente immaginare come la giornata sia stata alquanto “strana” e sostanzialmente di attesa. In questo clima particolare, che possiamo senza troppa fatica definire anche un po’ surreale, abbiamo comunque avuto modo di visitare il bellissimo centro storico di Cracovia. Il Castello del Wavel, la cattedrale, e qualche tappa gastronomica hanno contrassegnato questo pomeriggio attendista. Anche l’incontro della sera, un monologo a cura dello scrittore Paolo Nori, non è riuscito a fuggire da queste sensazioni. Nella sala del cinema Kijow c’eravamo praticamente tutti, ma le nostre menti erano già proiettate a quello che ci aspetterà. Le visite ai campi di Birkenau e di Auschwitz 1, dove ci attendono anche le commemorazioni ufficiali per la Giornata della Memoria. La convinzione di tutti è che saranno i prossimi due giorni a dare la svolta definitiva a questo nostro viaggio, e tutti siamo consapevoli che controllare le emozioni, finora mantenute in ghiaccio, sarà tremendamente difficile. Se oggi il freddo era solo una condizione fisica, domani sarà anche, e soprattutto, interiore. Non dovremo avere paura di mostrare tutte le nostre sensazioni, e sono sicuro che saremo in grado di farlo. Il Treno per Auschwitz è soprattutto questo. Il nostro viaggio continua…»

Giorno 3 e 4
Birkenau e Auschwitz

I due giorni centrali del viaggio, quelli delle sensazioni più forti. Giornata della Memoria, con la visita al campo di Auschwitz II- Birkenau, poi la visita ai campi di Auschwitz I, la commemorazione modenese di nuovo a Birkenau e la visita, inaspettata ma non per questo meno gradita, al sito in cui si trovava il campo di Monowitz. Ha completato queste due giornate un momento decisamente più lieto, ma allo stesso tempo ugualmente interessante e capace di offrire grandi spunti di riflessione, lo spettacolo “I virus della memoria” di Carlo Lucarelli. Andiamo però con ordine. Faceva freddo in Polonia, ma più che il gelo che abbiamo patito, quello che ci ha toccato maggiormente è stato quello interiore. L’arrivo alla Juden Rampe, la camminata verso la prima porta dell’inferno, quella di Birkenau, trasmettono emozioni forti, ma che sono comunque poca cosa rispetto a quello che si prova quando ci si rende conto della enorme vastità del secondo campo di Auschwitz. E quello che fa più male è il silenzio che lo attraversa, un silenzio spesso portato da un vento gelido, che entra nelle ossa, simbolo perfetto delle emozioni che quel posto è in grado di suscitare in noi. Ma quello che ha sublimato è stata la celebrazione ufficiale della Giornata della Memoria.
Come sempre accade in quelle occasioni non c’è nulla di più toccante che vedere i reduci e i parenti delle vittime farsi carico dell’ennesima sofferenza per permettere a tutti noi di continuare a riflettere, di continuare a ricordare. Di far sì che la conoscenza non permetta che l’uomo ci ricaschi. E tutti noi ci siamo commossi nel vedere quelle donne e quegli uomini togliersi la coperta dalle gambe, alzarsi dalla sedia e andare a lasciare una candela sulle lapidi commemorative, poste in fondo alla spianata di Birkenau. Avevamo bisogno di un po’di recupero, più mentale che fisico, dopo una giornata del genere e lo spettacolo della sera è stato un perfetto ricostituente. Perché ci ha consentito di continuare a riflettere su quello che avevamo provato, ma è riuscito a farlo in maniera leggera ed accattivante.
Con le parole dette da Carlo Lucarelli e recitate da Paolo Nori, e le musiche suonate da Carlo Boccadoro e da I Giardini di Mirò. Si è detto che i virus della memoria sono cinque. Fermarsi ai numeri; trovare il punto di rottura, che ognuno di noi ha e che è però differente da una persona all’altra; pensare che tutto quello che è successo, e che deve essere capito e ricordato, non ci appartenga, ed infine pensare che tutto quello che è successo sia solamente una storia triste. Sviscerando questi cinque virus, con esempi che apparentemente avrebbero potuto far pensare il contrario (si è sempre citato persone che non sono riuscite a rimanere in vita), Lucarelli e gli altri ci hanno fatto capire che questa storia è la storia di una vittoria. Concludendo con questa frase. “Non si può avere in antipatia le persone per quello che sono! Si può averle in antipatia per quello che fanno ma non per quello che sono! L’obiettivo del nazismo era vincere la guerra e non lasciare traccia dello sterminio! La guerra l’hanno persa e noi siamo qui a parlarne! Auschwitz paradossalmente è la loro più grande sconfitta perché finché noi ne parliamo, noi vinciamo e loro perdono!” E tutti noi, con in mente queste parole, siamo andati a letto con il cuore più leggero. Ne avevamo bisogno, anche perché poi abbiamo completato il percorso.
La visita ad Auschwitz I è stato un nuovo “pugno alla bocca dello stomaco”. Un campo esteriormente più “umano” rispetto a Birkenau, ma non per questo meno atroce. La durezza della scritta “Arbeit macht frei” viene amplificata dal venire a conoscenza che sotto di essa una banda doveva suonare sia all’uscita che al rientro delle persone dai massacranti turni di lavoro. E la conferma di quello che tutti noi già, in maniera più o meno approfondita abbiamo imparato nel corso degli anni. La montagna di capelli umani, così come quella delle scarpe abbandonate e dei tegami, sono la conferma che quei posti di umano non avevano proprio nulla. E che l’inferno non è solo quello ultraterreno. Per confermare che però questo viaggio è in realtà un inno alla gioia, nel pomeriggio si sono succeduti due momenti che hanno riportato in alto il morale della delegazione, non smettendo di farci però continuare a rimanere sul pezzo. Prima la commemorazione tutta modenese, con i ragazzi delle scuole in testa, al monumento di Birkenau. Le loro parole, i loro striscioni sono state la miglior medicina che potessimo ingerire. E questa volta il vento gelido che ha tornato a spirare sulla spianata non è riuscito a penetrarci nelle ossa. Perché il futuro vi si stava contrapponendo. Ed infine c’è stato il momento a sorpresa. Inaspettato, ma proprio per questo più bello. Per il secondo anno consecutivo la Fondazione Ex campo di Fossoli e tutte le persone che collaborano con loro hanno deciso di commemorare anche il campo di Monowitz, dove è stato internato Primo Levi e dove ha iniziato a scrivere “Se questo è un uomo”, forse il libro più letto fra i tanti sull’Olocausto. Abbiamo deposto dieci rose rosse sulla nuda terra di quello che era il Lager, e che oggi è un campo coltivato in mezzo alle abitazioni. Le abbiamo deposte anche con la speranza che il Governo Italiano decida di riconoscere quel luogo ponendovi un monumento, quanto meno per onorare la figura di Primo Levi. Calata la sera ci aspetta il ritorno alla gioia. Stasera si farà festa, in quel di Cracovia, con il concerto de I Giardini di Mirò. Perché questa è una storia di una vittoria. Perché questo è il nostro inno alla gioia.

 

E il viaggio continua…

Quest’ultima pagina del diario la scrivo da casa. Dopo aver trascorso la prima notte tornati dal viaggio, una volta che il turbinio di emozioni che abbiamo avuto modo di provare in questi giorni si è fissato nella mia mente. Alla partenza la voce comune era “questo viaggio vi cambierà la vita”. Credo che la previsione sia stata azzeccata. Per quanto mi riguarda l’ha cambiata sicuramente in meglio. Nonostante i luoghi che abbiamo visitato siano portatori di terrore, stupidità e totale privazione del senso di umana pietà reputo l’esperienza che ho appena finito di vivere una delle più belle della mia vita. Perché è stato uno stupendo “gioco” a compensazioni. I sentimenti negativi, quel senso di oppressione fortissima che provi quando guardi, ma soprattutto ascolti, la gelida spianata di Birkenau, una delle emozioni più intense che credo abbia mai provato finora, sono stati ripianati dalla possibilità di trascorrere questo viaggio con le persone che ci stavano attorno, in modo particolare i ragazzi delle scuole superiori. Ci era stato consigliato dalle guide e dalle ragazze della fondazione Ex Campo di Fossoli di guardare i ragazzi quando saremmo entrati nei campi, e lo abbiamo fatto. Abbiamo visto nei loro occhi la nostra stessa emozione, la nostra stessa paura, il nostro stesso senso di smarrimento ma mitigato da un senso di curiosità e di voglia di capire che hanno avuto la capacità di alleviare il nostro dolore. E’ stato soprattutto grazie a loro che questo viaggio è stato indimenticabile, e sono estremamente fortunato ad esserne finalmente riuscito a prenderne parte.

Giorni 5 e 6
Gli ultimi due giorni in viaggio sono stati di nuovo leggeri. La visita al ghetto di Cracovia, e la scoperta di una città bellissima, ricca di storia ma allo stesso tempo piena di università, e quindi proiettata al futuro, ci hanno preparato al ritorno verso casa. Il viaggio è stato nuovamente una festa per tutti noi. Una festa resa più faticosa dalla stanchezza accumulata nei giorni precedenti, ma che si è protratta per quasi l’intero giorno di marcia. Abbiamo potuto cementare i rapporti intessuti durante questa esperienza, e tra un fiume di chiacchiere, qualche partita a carte, e le solite ed immancabili risate siamo arrivati a Carpi. Gli abbracci, qualche lacrima, e i saluti di fine viaggio sono stati l’ennesimo momento toccante. E’ meraviglioso vedere come ci sia stata, da parte di tutti, la consapevolezza di essere diventati una comunità in cammino. Il viaggio ha avuto senso perché lo abbiamo fatto insieme. Da soli non sarebbe stata la stessa cosa. E proprio perché lo abbiamo fatto insieme, seicento persone che si sommano alle quasi seimila che hanno partecipato alle precedenti edizioni, la nostra esperienza è ancora di più la storia di una vittoria. Abbiamo vinto perché abbiamo visto coi nostri occhi. Abbiamo vinto perché abbiamo sentito sulla nostra pelle il vento gelido che spazza la campagna di Auschwitz. Abbiamo vinto perché potremo raccontare tutto ciò adesso a chi ci sta intorno, un domani ai nostri figli.

Concludo questo diario con dei doverosi ringraziamenti, e con una speranza. Un grazie enorme va alla Fondazione Ex Campo di Fossoli, che rende possibile il compimento di questo piccolo grande miracolo, anno dopo anno da otto anni a questa parte. A tutte le guide che ci hanno accompagnato durante il viaggio, e che ci hanno arricchito con le loro parole ed alleviato con i loro sorrisi. A tutte le persone che erano sul treno, con una menzione particolare alle ragazze ed ai ragazzi delle scuole superiori. Ed infine grazie a voi, che avete letto queste parole, sperando che abbiano contribuito a farvi capire quello che abbiamo vissuto. Spero vivamente che questo viaggio, ormai tradizionale possa mantenersi nel tempo, che le difficoltà incontrate quest’anno riescano ad essere superate e non si inaspriscano col passare del tempo. Sarebbe una piccola grande sconfitta. Ma questa è la storia di una vittoria, e quindi non ce la possiamo permettere.

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