Tutti i poliziotti sono bastardi, due biglietti grazie

di Raffaella Grasso

Mi alzo per sistemare il cappotto e li vedo. Tre facce da stadio in odor di fascio, bomberino, tuta d’acetato e rasatura, integrale o a balza, comunque d’ordinanza. Tempo di chiedermi che ci fanno al cinema e, ah già, è A.c.a.b.! Uno di loro ce l’ha a mò di reminder come sfondo dell’iphone (sì, facendo la vaga, ho sbirciato). Non li avevo messi in conto e, da come mi squadrano, non avevano messo in conto me. Scena analoga poco dopo, alla prima battuta del film. – Hai spaccato la testa al primo operaio? Come te senti? – ’Na favola! – Pezzi di merda! scatta lo studentello gioviale che con la sua ragazza ci aveva chiesto permesso pochi minuti prima per andarsi a sedere accanto a Stefano. Che gli lancia un’occhiata sperando che il tizio non voglia commentare tutto il film. Quello si quieta e non fiata più fino alla fine. Educato o atterrito? All’uscita ridiamo, “t’ha visto alto e grosso e t’ha preso per celerino”.

Premessa inutile a parte, il film è bello, di genere, come si sente, anche se non mi è chiaro cosa si voglia dire. Rapido, ben costruito, cruento e asciutto. Felicemente insolito per il cinema italiano, come me l’aspettavo dopo Romanzo criminale (la serie) che al tempo mi aveva dato una discreta dipendenza. Sollima si conferma all’altezza e può ambire anche a meglio ora che ha fatto il salto. Due sole perplessità. La prima riguarda la rappresentazione dello scenario ideologico in cui si iscrive la storia. A parte l’operaio dell’inizio, la testa spaccata in quota cgil, e qualche pischello di passaggio col cane, la cannetta o i dread, latamente ascrivibile a sinistra nella sua insofferenza per la divisa, tutto si svolge dentro lo stesso cortile. È la retorica maschia e frustrata dei fascisti di stato contro quella maschia e riottosa degli ‘squadristi’ da stadio e forza-nuova. Che pure fascisti sono, solo fascisti di fronda, non istituzionalizzati (o almeno non ancora), politicamente allo sbando e perciò molto incazzati. Tutto sommato, comunque, la scelta ci sta. È persino profetica visto che gli incazzati allo sbando aumentano e – c’è poco da fare a sinistra – quel malcontento nazional-popolare, borgataro, s’aggruma lì. Io, per me, gliela concedo, anche se prevedibili le polemiche, “ci ha messo solo i fascisti!”, “non c’ha messo i compagni!”. La seconda obiezione è più sostanziosa. Lo sbirro dal volto umano, chiamiamolo così, quello che conserva un punto di vista morale. Il novellino che è nella Celere che pare che non voleva (perché?), quello che si integra a fatica ma poi è pappa e ciccia col Cobra e compagnia varia, finchè all’improvviso ha una crisi di coscienza. Ecco, confesso, io non lo capisco, mi pare tirata lì, avrei dovuto sapere qualcosa di più su ‘sto tizio per sembrarmi credibile. Ma sarebbe stato un altro film, il film su di lui, lo sbirro dal volto umano, e non su un gruppo di celerini che picchiano, s’ammaccano, prendono sputi, che pensano che lavoro di merda!, che vita di merda!, e allora menano di più. Comunque delle due una, colmare i vuoti del personaggio o limitarne il peso. Che tanto il resto si regge da sé. I tre sbirri bastardi (piccole sbavature a parte) sono perfettamente conseguenti. Uomini ruvidi, spicci, abituati al confronto fisico, maschi testosteronici che non vanno al cinema, non leggono libri, non vestono Armani come Tom Cruise. Tutt’al più nel tempo libero giocano a rugby e bevono birrette scambiandosi consigli sulla dieta a zona. Uomini che litigano con la moglie o coi figli, che si separano, che non ce la fanno con gli alimenti, che sbroccano. Lupi solitari che non vedono l’ora di metter su branco, che trovano di gran lunga più naturale coagulare i brandelli delle loro esperienze in una celtica tatuata sul dorsale piuttosto che nella dichiarazione dei diritti dell’uomo. Uomini come li vediamo in giro, come ce ne sono, il che mi sembra un punto di forza del film d’azione all’italiana rispetto a Mission Impossible.

Neanche il tempo di rimuginarci su tornando a casa che accendo la tv e c’è Marzullo in loop che pare reciti la preghiera, “è solo un film! non rappresenta la realtà, le forze dell’ordine non sono così”, mentre Caprara impreca contro l’italietta (diciamolo, di sinistra) che gira sempre le stesse storie a tesi, “è tutta colpa dello stato che non c’è. Ma Tom Cruise ci sta da solo appeso a un grattacielo e mica se la piglia col governo!”. Alle difese d’ufficio del buon nome della Celere, francamente desolanti, si aggiungono le accuse degli altri, quelli che nel film ci sono poco e niente, i movimenti, i no-global dei tempi di Genova, i no tav/occupy/indignados dei giorni attuali, insomma, quelli che, chi più chi meno, grosso modo si collocano a sinistra. Ad alcuni di loro non va giù che la storia sia narrata dal punto di vista dei celerini: così li umanizza, ne fa un modello come è accaduto con quei criminali della Magliana. Mi rendo conto che, per la serie, l’esaltazione di ritorno c’è stata, ma il rischio lì era strutturale. La serialità sovradetermina i rapporti tra spettatori e personaggi di una storia inventata solo a metà: finisce che vuoi bene al Dandy e Renatino De Pedis diventa un dato marginale. Forse a puntate possiamo permetterci solo Don Matteo, ma tralasciamo la questione perché qui non c’entra. Questo è un film e il Cobra, il Negro e Mazinga sono realistici sì, ma genuinamente finzionali. È vero che entriamo nelle loro vite, nelle loro teste, che il film li rende umani. È persino banale che sia così, lo sono, dov’è la sorpresa? Ma il racconto è lucido, freddo, impietoso. E infatti dopo averli visti da vicino, ora che sappiamo che pure loro c’hanno una casa e frustrazioni e mille beghe, non sono perciò meno stronzi. Non ci sono eroi, al meglio gente confusa, che non sa quel che fa manco quando fa bene. E non ci sono scuse, con buona pace di Caprara, le assenze dello stato non assolvono nessuno. Quei tre sono bastardi a tempo pieno, pure fuori servizio, e infatti, prevedibilmente, in privato fanno ancora più danni. Certo le loro storie s’agganciano a una realtà che conosciamo, non a un filo sospeso in mezzo al niente. Una realtà che contiene codici d’onore, logiche di appartenenza e marchi d’infamia, piagnistei, lamentele di parte che in Italia sono un dato culturale, e il film giustamente li riflette. Non si capisce perché la storia di tre poliziotti violenti che abusano del loro potere, coprendosi l’un l’altro in ossequio a una fratellanza di corpo che assorbe ogni altro valore, dovrebbe prescinderne, ammesso che sia lecito raccontarla in questo paese questa storia, perché a vederla, giuro che l’ho vista. Già, il punto pare proprio questo: che a tal proposito ognuno reclama il suo film, altrimenti niente. Chi vuol star tranquillo e saperne il meno possibile, si aspetta una roba edificante, coi buoni da una parte – i difensori dell’ordine vittime di un odio insensato – e i cattivi dall’altra – una manica di teppisti debosciati il cui unico scopo è sfasciare. Gli altri, quelli che per qualche motivo le hanno prese e da allora scrivono A.c.a.b. dappertutto, non ci stanno a essere confusi tra di loro, compattati in un mucchio indistinto. Come pretendere di mettere assieme la curva della Roma e quella della Lazio, il Forte Prenestino e Casapound, i ragazzi della Diaz e il Braciola. Tanti A.c.a.b. diversi ciascuno in attesa di una proiezione a loro misura. Sollima li scontenta tutti scegliendo, se possibile, la via più spiazzante e complicata. Non solo un film, dunque, ma un gran bel film, un film coraggioso, che ha un unico limite, il suo pubblico. Quelli che invocano censure preventive, quelli che si guardano in cagnesco in sala, quelli che per demolirlo sparano opinioni a casaccio, quelli che è tutto finto, non è la realtà, insomma quelli che hanno un problema ad affrontare un tema come A.c.a.b..

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