Labbra del Rey.

Alcune urgenti domande alla comunità virtuale operante e/o orbitante intorno all’industria discografica.

Partiamo dalle cose difficili: Lana del Rey.

Qualcuno mi spieghi il caso Lana del Rey, per favore.

E’ una bella ragazza, ha un passato misterioso e un alter ego artistico. Tutti segni distintivi delle rocker di successo. Ha pubblicato tre singoli di qualità, sadcore dal retrogusto vintage, con testi intelligenti e beat degni di Eminem. Ha l’approccio di quella che la sa lunga, nelle interviste, epperò è paurosamente timida, cosa che la rende assai umana. Tutti innamorati di lei. Poi  un live steccato al SNL e un album non all’ altezza dei singoli che lo hanno preceduto, che l’ha comunque portata in cima alle classifiche di mezzo mondo.

Non fosse mai successo.

La rete in rivolta, Juliette Lewis che le dà della sfigata, la fine del rock secondo alcuni.

Oh, sembra che Malcolm McLaren non sia mai esistito.

Ammesso e non concesso che Lana del Rey sia una bambola di pezza costruita a tavolino da qualche discografico miliardario e venduto, sicuramente membro degli Illuminati, qualcuno di voi plenipotenziari della scena alternativa, recensori suocere indie, potrebbe iniziare a dare opinioni sulla sua musica, invece che sulle sue labbra?

Sennò l’impressione che rimane è davvero che siate sconvolti dal fatto che una ragazza che raccoglie, in effetti, tutti gli stereotipi hipster che voi stessi inseguite con scarso successo di pubblico, ce l’abbia fatta (e, si sa, da che mondo è mondo, le scene alternative, o presunte tali, non tollerano il successo).

D’altra parte, porcocazzo, gli ultimi tre anni gli avete passati a sperticarvi di lodi per due tra le band più scialbe e inutili mai esistite (Vampire Weekend e The Drums). Siate carini con le signore.

Seconda questione: The Roots.

Seriamente: com’è possibile che una band nata nel 1987 sia ancora così dannatamente superiore ad ogni altro artista hip hop (ma non solo) al mondo? Undun, il loro ultimo album, è un capolavoro. Musica urban di qualità (altissima qualità) spendibile pure in radio. Senza parole.

Terzo punto: Nicolas Jaar.

E’ bravo e ha successo. Se ne merita di più. Speriamo torni in Italia al più presto, per nuove date. Voi, mastermind dell’organizzazione concertistica e festivaliera, potreste riportare nel Belpaese un evento come Dissonanze? Un festival electro primaverile o estivo che ci consenta di tenere la testa alta in Europa? E che offra possibilità d’esibizione a Mr. Jaar e affini, cosicchè non si debbano varcare più confini, per vederli suonare all’aperto, col sole in cielo e magari pure il mare vicino? Grazie.

Quarta pregunta: riguarda gli Heroin in Tahiti. Disco italiano più bello uscito ultimamente. Nessuno ne parla. Perché? Perché sono romani ed estranei a qualsiasi circuito che conta? Dai, non mi dire.

L’ultima questione tratta di Azealia Banks. Una tipa di vent’anni con più talento nel proprio dito medio che una generazione intera di MC maschietti testosteronici, cresciuta da 50 Cents.

E’ brava e pure maledettamente carina. Come si fa a ripetere pressochè all’infinito frasi come “Imma ruin you cunt” e rimanere adorabili? Che sia davvero la più brava (e affascinante) sulla piazza, al momento, in materia di elettronica/new hop?

No.

Purtroppo per lei, c’è ancora M.I.A. che ha da dire due o tre cose.

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