Non [era] Stato il suo ma confusa sosta

di Sonya G.
 “Sembrava che fino a dentro l’intima
e miserabile sua abitazione, l’uomo fosse 
solo accampato, come un’altra razza,
e attaccato a questo suo rione
 dentro il vespro unto e polveroso,
non fosse Stato il suo, ma confusa sosta” 
P.P. Pasolini

 

     “La società umana è una comunità fondata sull’ineguaglianza”, dice il primo postulato dell’Ironia cosmica che ci ha creati. Pari come individui, gerarchici come collettività, ecco la legge che ci ha rovinati e che ci sorride beffarda da tutti gli angoli del piccolo mondo disunito che ci siamo confezionati. Il campo delle dicotomie sociali, partendo da quelle classiche (umili – colti, schiavo – padrone) è diventato ormai una foresta amazzonica, un’Idra di Lerna a cui tagliata una testa ne cresce un’altra. Se non più proprio bianchi e negri non siamo certo diventati cosmopoliti in questa Italia marocchina o Russia uzbeca che sia.

L’Italia poi è un caso a parte. Pionieri in tutto, gli antichi abitanti della penisola sono stati i migliori inventori dei segni linguistici che in assenza della hypocritical correctness riflettevano perfettamente la realtà. Lì dove nomina sunt omina il servo si chiama ‘servus’ e non ‘Gastarbeiter’, c’è più coesione sociale e le guerre servili sono possibili. I patrizi moderni invece non hanno da temere nessuno Spartaco: nella terra del ‘ciascuno per sé’ regna l’indifferenza e la legge dell’ineguaglianza cosmica prende sempre più spazio. Nell’Antica Roma gli stranieri erano esecrati. Fatto prigioniero, un cittadino romano si suicidava pur di non finire in mano ai barbari. Che poi ci finirono tutti non conta, sono processi storici, si sa, oggi siamo ancora nella fase di convivenza. I diritti di cittadinanza agli abitanti di tutte le province dell’Impero romano furono concessi nell’anno 212 d.C., per interesse, si capisce, per rispondere ai costanti appetiti di espansione e conquista. Questi interessi la moderna Italia non ce li ha. Seppolto l’ultimo sogno imperialistico da più di settant’anni, l’Appennino oggi appare più morto che vivo e stenta a tenersi a galla. Se poi arrivano quelle orde di stranieri, tutti da sfamare, vestire, istruire gratis, naturalmente, si rischia proprio di andare a fondo. Parlano le loro lingue barbariche, sporcano, chiedono l’elemosina ad ogni angolo della strada, che siamo dei ricconi noi da poter regalare oggi un euro a quello e domani a quell’altro? E poi li vedi in giro con certi cellulari di ultima generazione mentre io c’ho ancora quello della Nokia, vecchissimo, con lo schermino rotto.

Egregi cittadini, non abbiate paura! Parlare oggi della cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia è come sognare uno spazzolino di plastica nell’Età della pietra. Le donne cinesi che vanno negli Stati Uniti per partorire e sfruttare il famigerato ius soli, non verranno a casa vostra e non vi prenderanno l’ultimo pezzo di pane. Lo stato italiano ha altre priorità, ci è stato detto chiaro e tondo. L’orrore dell’invasione barbarica si è placato e si continua con lo status quo. Se in Germania si prende una via di mezzo (cittadinanza automatica ai figli di immigrati nati sul suolo tedesco dai genitori che ci risiedono da almeno otto anni), la classe politica italiana pare troppo spaventata per ragionare. Troppo scomoda la questione e troppa carne al fuoco di questi tempi: gli immigrati con i loro celeberrimi figli passano certamente in secondo piano se c’è la propria cittadinanza europea da salvare. Con poche colpe colonialistiche sulla coscienza e il suo sonno di piombo che dura ormai da secoli il Belpaese non sembra affatto propenso ad affrontare certi nodi spinosi dell’attualità sociale. Allora forse è arrivato il momento che ci pensino gli stranieri stessi a far sì che i loro diritti (o l’assenza dei tali) siano trattati col dovuto rispetto e non diventino ancora una volta l’oggetto di una mera retorica politica.

Nella foto, sarcofago Ludovisi, palazzo Altemps, Roma, particolare

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