03.2012 – ne-FA(u)ST-o capolavoro

Il regista russo riadatta per lo schermo tanto l’opera di Goethe quanto quella di Thomas Mann, scegliendo uno scenario ottocentesco e omaggiandoli mantenendo il tedesco come lingua del film.
L’atmosfera di quest’opera ancestrale è dominata da una grottesca pittoricità spaventevole, che ricorda l’affanno brulicante del reiterare nel peccato e la miseria del vivere umano, tipico dei quadri di Bosch e Bruegel.
L’assenza di Dio sovrasta fragorosa le scene di vita quotidiana e si manifesta in continue epifanie mostruose, soprattutto nell’anima del dottor Faust, creatura infelice e affamata di conoscenza, di sonno, di denaro, di bellezza e di un reale contatto amoroso.
Il brutto e lo sgradevole vengono raffigurati come “l’inferno del bello” e collocano nella vita la dannazione e l’afflizione perpetua.
La disarmonia e l’orrendo sembrano essere il possibile errore malsano che il bello contiene intrinsecamente in sé, come una mutazione difforme che contamina ogni essenza del vivere terreno. La perseveranza nell’errore e la disperazione illuminata porteranno il dottor Faust a firmare un patto indissolubile con un mefitico e osceno omuncolo, un lurido e viscido demonietto sgraziato e ripugnante, che lo condurrà verso l’abbandono errabondo, allucinato e delirante, senza soluzione di sorta.
La minuzia delle scenografie, la precisione maniacale della fotografia e la maestria della regia sono  perfette nei loro voluti difetti. Comunicano esattamente quel puzzo mortifero incancrenito attraverso una costipata successione di immagini opache, prive di colori definiti, accortamente abbacinate da una luce polverosa e sospesa.
Una ricchezza estetica tale da far percepire l’acidume sulfureo e stantio dell’atmosfera, come se l’odore venisse trasmesso direttamente dallo schermo.
Un’opera imponentemente faticosa anche per lo spettatore (soprattutto nella versione in tedesco sottotitolata), ma capace di appagare con un estetismo perturbante quella sensazione sottile e sospirata di estraneità angosciosamente familiare.
Meraviglioso abominio disturbante.

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