Personal Jesus

di Raffaella Grasso

È finito Sanremo e quest’anno – farfalle a parte, che quelle non contano, basta metterci una c-string (i.e. piccolissima pezza), o almeno così avran pensato autori e dirigenti rai a digiuno di teoria del caos ed entropia – il vero vincitore è lui, che come tutte le celebrità di rango domina la scena in assenza, godendosi il trionfo dalle retrovie. Tutti lo citano, il suo nome passa di bocca in bocca, salta fuori in canzoni scritte a guazzabuglio, che proprio per questo si piazzano al primo posto, e in testi con qualche velleità in più, prevedibilmente rassegnati al fondo classifica. È infine al centro del gran momento, durato solo 50 lunghissimi minuti, che le alte sfere aziendali ci hanno riservato, salvo pentirsene l’attimo dopo. Di chi sto parlando? Di dio ovviamente, ma non di un dio qualsiasi, di un dio che è un’icona perché se l’è scelta, del dio cristiano e, che ci piaccia o no, più precisamente cattolico. Un dio che è pur sempre il miglior padre del mondo per via di suo figlio, quel ragazzo buono come Socrate e bello come Kurt Cobain, che dove lo metti fa il botto, sui palchi di Broadway e tanto più all’Ariston.

In cuor suo forse il padre ha riso, così ci si aspettava che facesse mamma rai. Personalmente non amo gli spettacoli dove la gente attacca a cantare quando dovrebbe parlare. E col sermone di Celentano ho scoperto di non gradire nemmeno la formula inversa. Ma se li partorisci è strano non gioire del loro successo. Comunque mettiamo da parte il curioso caso di maternità incerta del Jesus Christ Molleggiato e parliamo piuttosto di questa voglia matta di dio in prima serata. Boncompagni si chiede come mai non abbiano detto a Celentano che non c’è nessun creatore barba-munito. Se ha ragione lui, bisogna avvisare parecchia altra gente. Emma che gli mette in mano le sue preghiere, sta con quelli che ancora credono nel bene e vince. Si vede che non sono pochi gli iscritti al fan club dell’altissimo. Finardi che ha più pudore, ma ne è intrigato. E noi che, tra commenti su Belèn e stupori diffusi per le dimensioni delle mani di Morandi, ne discutiamo proprio come se esistesse, pensando a quell’altro, Gesù, che è un gran fico e soprattutto è un uomo, è esistito davvero. Il figlio di dio che è anche figlio dell’uomo e riabilita l’ipotesi del Padre, la rimette in circolo per noi per dirimere questioni come è un caso che Adriano ha risparmiato l’Osservatore Romano, e ancora Emma è un’ingrata o Kekko sta a rosicà? Una storia scritta talmente bene che basta spolverarla ed è pronta per una versione pop.

Lo ammetto, mi piglia un certo sconforto, è il mio senso del sacro a reagire più che la laica furiosa che è in me. Così per complicare la trama, per bilanciare le luci della ribalta con le ombre della storia, corro a rifugiarmi in un altro Cristo e un altro dio. Quello narrato nel vangelo di un comunista ateo e impunito, il vangelo secondo Saramago, una storia di dubbi, tensioni e meraviglia, tutto il contrario delle afasie di Celentano e delle reazioni furenti del giorno dopo, monocordi e prevedibilissime. Un Gesù che non è biondo, non ha gli occhi azzurri, non è cristiano e non è neppure simpatico. Non ha pietà per il padre, Giuseppe, un altro povero cristo in croce come lui, né per la madre, Maria, che nella vita ha solo obbedito e amato. Non ha trasporto per i fratelli, non ama i raduni né i luoghi abitati dagli esseri umani. Si fa intenerire solo da un agnello, il cui destino è segnato perché appartiene a dio, come tutto, pure lui che è il figlio. Ma questo Gesù ancora non lo sa, come molte altre cose del resto. Ad esempio che il Padre ha un disegno che lo include e un gemello più giovane, che fa il pastore ma è anche il diavolo. Che tra i due non corre buon sangue ma se fosse possibile una tregua anche il suo sacrificio potrebbe essergli risparmiato e la lunga scia di morte che verrà. È il diavolo a proporla e in quel momento sembra persino buono, o forse è solo un altro dei suoi trucchi. Sta di fatto che dio la rifiuta e per ragioni che non ti aspetti, la sua sopravvivenza personale e un’immensa, ingorda volontà di potenza. E allora sia fatta la tua volontà ma sappi almeno, obietta Gesù, che non sono tuo figlio. Appartengo a Giuseppe, il falegname che, con tutti i suoi limiti – e quante gliene ho dette – si è preso cura di me.

Per archiviare la teodicea sanremese, per mettere da parte pure il dio degli indignati rimandati in italiano di Emma, mi manca solo una buona canzone. Avrei detto Sogni e sintomi (C.s.i. – Linea Gotica), ma in questi giorni ho in testa Com’è profondo il mare (Lucio Dalla – Com’è profondo il mare).

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