Al gallo nero d’Alba

di Fabio Izzo

Un tavolino di legno dorme, adagiato nella penombra del locale poco soleggiato a causa della sbagliata esposizione. Assieme a lui riposano un libro, appoggiatovi sopra, mentre una finestra taglia la stanza da fianco a fianco, lasciando entrare un debole raggio di sole, come una ferita immobile.

In sottofondo gracchia una vecchia canzone italiana, non ricorda il titolo ma il ritornello rimbalza a versi sparsi tra i ricordi dell’infanzia, mentre lui se ne sta seduto a guardare verso la finestra, per poi tornare assorto alla sua trascrizione mentre la pesante insegna di legno proietta una lunga ombra tremula, danzante sui profili. Il vento sibilante tra le colline dirige l’orchestra di questo lento e legnoso ballo ammirato, a tratti, dall’unico avventore del locale.

Dovete sapere che il caffè, qui, al “Gallo Nero d’Alba” è un modo poco cortese per tenere lontani i clienti. Il suo sapore è forte, estremo nel gusto e amaro nella discesa in gola. Ne è consapevole quanto è vero che si chiama Nenio: tutto è relativamente nulla e allo stesso tempo universalmente inutile. Come quando ha perso suo padre, portato via da queste colline mentre il vento fischiava e  i tedeschi urlavano. Erano i tempi della guerra, un’epoca in cui esistevano nemici silenziosi, che senza dire nulla di più, protetti dall’anonimato di una divisa,  lasciavano gente morire in qualche campo lontano, smarrendo le identità nelle tracce della memoria, perdita riaperta solo da altre guerre.

L’unico vero errore di suo padre, l’unica colpa a lui imputata, era  quella di essere nato in un’epoca sbagliata e con una lettera di troppo: una erre. Suo padre, il padre di Nenio, di questo uomo battuto che è ora ,è morto per una erre. L’importanza di una lettera. Una erre, la sedicesima lettera di un alfabeto italiano che poco o nulla valeva in tempo di guerra,  protetto com’era da un esercito allo sbando. E non  è, a dire il vero, che ora valga molto.

Suo padre era un panettiere  e per assicurare l’esistenza agli uomini liberi in un paese tranquillo, abbandonò il profumo del pane caldo nell’aria fresca della notte che si spegne a mattino e si fece carico della erre e la sua esistenza civile divenne resistenza. Trapassò quindi a causa di una r, un ulteriore metamorfosi. “La gente ha dimenticato il peso delle parole, figurarci quello delle lettere” – pensò Nenio aprendo il giornale – Medio oriente in conflitto, Zona di guerra Gerusalemme etc …

Poi c’è la morte di un ragazzo e allora Nenio prende a scrivere, ma non sul libro. Decide di liberare le parole su un tovagliolo bianco, una profana quanto occasionale bandiera della pace, dolorosamente ripiegata su se stessa. per essere invisibile al pubblico del locale, forse sarà letta dal prossimo cliente del locale… ma chi viene più al Gallo nero d’Alba? Il paese, questo paese, come ogni paese è morto ancora prima della speranza di ogni parusia… non ha più senso resistere qui, figurarsi esistere. Chinando la testa sul tovagliolo scrive e legge ad alta voce, recitando tutte le sue parti, da pessimo attore con carenze di dizioni dovute all’accento dialettale radicatosi nell’anima, tra se e se.

Il sole annunciava calma, ci avrebbero poi pensato gli uomini a tradire. Uri se ne stava lì, sotto il solleone, appesantito dalla divisa, a guardare  le carte degli obiettivi: ospedali, scuole, acquedotti, industrie, asili. Secondo la  maligna magia dell’uomo, tutto quello che una volta era altro, utile o bello, ora era solamente  un obbiettivo. Questo pensava Uri mentre il suo dito  scorreva su puntini segnati con antichi nomi di località da lui mai visitate e si trovava a riflettere sulla condizione innaturale di una città in tempo di guerra. Nemmeno i bambini riescono a fuggire e finiscono con l’essere doppiamente assediata: o si cresce  troppo in fretta, impediti dall’innalzarsi verso il cielo (buffo, altri avrebbero detto crescere), privati e costretti da un loro Dio incostante o…o c’è sempre l’altra ipotesi, quella inevitabile e tragica. La volontà di vivere del mondo si era piegata sotto un altro peso. Attimi  per Uri. Uri, figlio di suo padre e ricordo di madre, alzò per l’ultima volta lo sguardo al cielo. A questo punto gli uomini tradirono ancora una volta il sole e qui, ma solo qui,  la calma si fece assoluta.

Nenio ha ormai invaso di parole il suo tovagliolo. Curandosi di non sbavare l’inchiostro lo prende su con sé, uscendo e una volta fuori  lo appende, proprio lì, sopra l’ombra ancora danzante in mezzo a tanto nulla dell’insegna del “Gallo Nero d’Alba”. Poi il rumore viene spezzato, succede sempre così quando qualcuno grida.

– Nenio, Nenio ma dove vai?

-Parto.

Continua il silenzio a frammentarsi sotto i colpi delle urla:

– E dove vai? Perché parti? Non sei mai stato mai da nessuna parte.

– In Germania, dove è morto mio padre, a lavorare. E non farò altro in nessun altro racconto.

Dedicato a Uri Grossman

Written By
More from mirko roglia

Fosche profezie

Viviamo nell'era post-bellica, post-ideologica, post-sociale e assolutamente post-moderna, viaggiando senza cinghie di...
Read More

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *