Diaz, ovvero le immagini di un massacro di stato.

La redazione di Mumble: vuole riaprire un importante dibattito a seguito dell’uscita di uno dei film che, nel bene o nel male, segnerà questo 2012.
Parliamo di Diaz. Don’t clean up this blood, il film di Daniele Vicari nelle sale in questi giorni. Lo abbiamo visto la sera del 13 aprile, il primo giorno di distribuzione nazionale, in una sala che che ci aspettavamo più affollata, ma forse il tema è talmente potente e scottante che ci vorrà più tempo per realizzare questa condizione.
Tralasceremo per adesso i commenti tecnici sulla produzione, sulle riprese e sulla qualità della pellicola, soffermandoci soprattutto sui fatti, e su quello che il film mette in luce. Questo infatti è il vero nodo della questione, perché, come ha ribadito il regista in una delle interviste rilasciate durante la promozione del film e come tanti di voi probabilmente sapranno, di quello che è successo la notte del 21 luglio 2001 nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto non vi è alcuna traccia video.
Ed allora il film ha prima di tutto il grande pregio di ricostruire per immagini gli orrori di quella lunghissima notte, e consegna alla storia del nostro paese quello che fino ad ora avevamo potuto vivere solamente attraverso i racconti delle persone che li avevano provati sulla propria pelle. Ma le parole, si sa, sono troppo spesso volatili e, specie in casi come questo, troppo frequentemente si prestano a smentite e insabbiamenti assortiti, finendo per passare velocemente in secondo piano e non contribuendo a stabilire giustizia, la grande e ingombrante assente dei fatti genovesi.
Nel film è descritta per immagini l’ormai celeberrima definizione di Amnesty International, che non dovremo mai stancarci di riproporre alla memoria collettiva, che vedeva nella notte del 21 luglio 2001 “la più grande sospensione della democrazia in Occidente dopo la Seconda Guerra mondiale”.
E poco altro. Ma il tema trattato è talmente ingombrante e in grado di suscitare indignazione e dibattito, che il resto avrebbe probabilmente appesantito l’impianto del film e le sue intenzioni originali.
Le voci critiche dicono che la pellicola è manchevole perché non si addentra nelle motivazioni politiche dei fatti narrati, siano esse quelle dei manifestanti o quelle delle forze dell’ordine. Poiché essa rimane fuori sia dalle valutazioni in merito alle devastazioni messe in atto dai black bloc durante i cortei dei giorni precedenti, e più in generale rispetto alle motivazioni di tutto il movimento riunitosi in quei giorni a Genova, sia da quelle sull’adeguatezza e la liceità delle risposte messe in atto dalle forze dell’ordine durante l’intero periodo di manifestazioni e proteste.
Ritengo invece che questo sia ciò che serviva, soprattutto in una società come quella italiana che tende troppo spesso a polarizzarsi in “fazioni” pro o contro, e della quale una buona fetta di popolazione ha ancora bisogno di una spinta nel percorso di creazione di un’opinione davvero indipendente.
Senza prendere una posizione ufficiale, ma rimanendo neutrale nella descrizione dei fatti, il regista mette a disposizione della collettività un patrimonio scioccante e prezioso, perché praticamente inedito: e così facendo ne dà automaticamente, e più o meno consapevolmente, un giudizio di parte.
Di parte nel sottolineare come non sia accettabile per un paese che si vuole definire moderno sapere di avere forze dell’ordine capaci di agire in tal modo; sapere di avere un governo che non fece nulla per cautelarsi di fronte a simili evenienze, ma che anzi spinse per una preventiva risoluzione violenta della situazione; sapere di non essere in grado di poter garantire di consegnare alla giustizia arrestati in condizioni di poter affrontare le proprie imputazioni; sapere di non essere in grado di riuscire ad instaurare commissioni di inchiesta capaci di poter dipanare questa vergognosa matassa.
Riconoscendo queste mancanze, e mettendo in luce che nessuno degli imputati tra le forze dell’ordine ha subito condanne per i comportamenti tenuti quella notte, essendo tutti loro ancora in servizio, “Diaz. Don’t clean up this blood” ci mette a disposizione il materiale necessario per riaprire la dolorosa ferita dei fatti di Genova, che deve però essere riaperta per stimolare quel livello di discussione che costringa chi di dovere (governo, parlamento, magistratura, servizi segreti) a pronunciarsi in maniera univoca e definitiva.
Siamo, purtroppo, ancora lontani dall’arrivarci. Il recente pronunciamento sulla strage di Piazza della Loggia ne è la prova provata…Per contribuire a questo c’è bisogno di noi. Parlatene. Parliamone.
P.S: utile a contribuire a quell’elaborazione sulla quale ho tanto insistito è anche il documentario di Carlo A. Bachschimidt “Black block”, mandato in onda ieri sera in prima visione su RaiTre.

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