Genova, cartoline da un’adolescenza.

Nella primavera del 2001 io e mio fratello ci bevevamo libri e articoli di Klein, Rifkin, Latouche come fossero acqua, anzi rum pera.
Ci istruiva, in larga parte, un nostro amico più grande – che ora non c’è più – che nuotava con noi e che con i libri ci passava le discografie dei Pearl Jam e dei Rage Against The Machine. Ci sentivamo dei ganzi, perchè il movimento di Seattle era il new black, ai tempi, e noi eravamo i più avanti di tutti, a scuola e in piscina. Non eravamo spinti alla lettura tanto dalla battaglia antimperialista, quanto dalla volontà di rastrellare ragazze.

Però, una volta iniziati, quei saggi ti mettevano addosso dubbi e rabbie che – quantomeno per adolescenti incazzati alla ricerca di una causa – erano difficili da scrostare. Quell’estate volevamo andare a Genova (col nostro amico), ma essendo pischelli o estremamente pischelli, le vacanze di luglio le passammo dove i nostri genitori decisero (cioè qui e qui).

(Qualche anno dopo mio fratello andò ad Edimburgo, durante lo svolgimento dell’ennesimo G8).

Giugno e gli inizi di luglio passarono lenti e svogliati, o euforici in alcuni posti a Londra, ma ricordo questo perenne alone di risentimento nei confronti del mondo, che ci accompagnava.
All’indignazione e alla rabbia per le nefandezze capitaliste di cui leggevamo – delle multinazionali favorite dai nostri governi corrotti, o dai governi autocrati di continenti che parevano venire da altre epoche, che facevano ammazzare attivisti e operai, sfruttavano bambini, spezzavano famiglie, insabbiavano abusi, giocavano con la salute dei propri clienti – si abbinava una sorta di scontro generazionale coi nostri famigliari, che, presi dalla sacrosanta foga di vacanza dopo un anno di lavoro, se ne infischiavano delle ragioni della protesta, di quelle piazze estive, dei social forum.
Le etichettavano come proteste legittime ma esagerate, ci dicevano don’t believe the hype, non credere solo a quello che dice una parte, sono faccende complesse. Epperò era evidente che quelli ad essere poco informati, poco digitali, poco consapevoli, erano loro.

Quando hai sedici anni non è facile un cazzo, soprattutto non è facile rendersi conto che i tuoi genitori non hanno la più pallida idea di ciò di cui parlano, epperò si ostinano a non ascoltarti e a crederti uno sprovveduto, ogni volta che apri bocca.

Ha detto bene Raffa in redazione, quello noglobal era un movimento generoso. L’ho seguito per tanto tempo e sono tutt’ora convinto che abbia dei meriti incontestabili.

Non ha cancellato la patologia consumista di questi giorni bastardi, ma l’ha resa quantomeno più consapevole. Ha creato anticorpi, organizzazione della lotta, spirito critico, ha cambiato le abitudini oscene di alcuni padroni del mondo.

Non è poco.

Eppure dire che il movimento aveva ragione, alla luce di questa crisi, di queste miserie odierne, non vuol dire nulla.

Perchè le cause che ci hanno portato a questo baratro sono molteplici, intricate, e al tempo in buona parte non prevedibili. E, soprattutto, perchè il popolo di Seattle racchiudeva – come ogni movimento di protesta di massa – galassie sconfinante e intricatissime, in cui l’affermazione di tutto e del suo contrario era all’ordine del giorno.

I punti comuni ad ogni componente di quella protesta, grazie a dio, sono le lotte rimaste, tutt’ora.
Ma a guardar bene sono i punti comuni a qualsiasi lotta storica per maggiore uguaglianza, maggiori diritti, maggiore verità.

Che sono poi le cose che pretende, urlando, questo bellissimo film: Diaz – Don’t clean up this blood, di cui ha già egregiamente scritto Morris.

In Diaz nulla è mostrato a caso. Nulla è basato su fantasiose teorie cospirazioniste; tutto è trasposto dagli atti processuali, dalle testimonianze di manifestanti e poliziotti.

Dopo averlo visto, l’altra sera, ne ho parlato con mio fratello e tutta quella rabbia, quell’impotenza, quella cecità, non volerne sapere un cazzo di nessuno, solo punire i colpevoli, sono riemerse.
Mi ricordo il giorno in cui Giuliani è morto: ero ancora al mare, J.H., e ti mandai un sms, e pure il giorno della Diaz, dovevo sapere che qualcun’altro aveva le vene gonfie e calde e anelanti vendetta.

Parlandone con Alle, siamo arrivati a teorizzare le radici profonde del rapporto per sempre ambiguo che avremo, che avranno come noi molti altri ragazzi della nostra generazione, con le forze dell’ordine.

Quel sentimento di terrore primordiale, istinto di conservazione, istinto a scappare, ognivolta che le incroci; solo dopo sopraggiunge la razionalità, la convizione che – dopotutto – sono lì per proteggerti o almeno così dicono.

Voglio dire, io e mio fratello siamo sempre state persone abbastanza oneste. Abbiamo la fedina penale pulita, non abbiamo mai ricevuto percosse, dagli sbirri, a volte qualche minaccia, qualche rincorsa in strada per atti di vandalismo adolescenziale, ma nulla da giustificare queste paure, queste rabbie.
Soffriremo sicuramente di un freudiano nodo irrisolto con le autorità, dovuto a qualche bordello sessual/relazionale con nostra madre o padre, ma, probabilmente, il motivo per cui temiamo – temiamo! – la polizia è anche Genova. E’ il trasporto col quale abbiamo vissuto, indirettamente, tutto quel momento storico, quel movimento, quei fatti.

La cosa grandiosa di questo film è proprio questa. Arriva appena in tempo per ricordare a chi stava smaltendo la rabbia di quei giorni, che ancora c’è bisogno di verità.

Di domande, di incredulità e sdegno davanti ad un crimine scellerato, perpetrato dallo stato, uno stato democratico, solo dieci anni fa.

Penso che l’intera costruzione del film tenda a questo obiettivo.
E penso che lo colga in pieno.

Spero faccia il giro del mondo, lo guardi più gente possibile e che nessuno dimentichi. Non m’illudo, non mi spingo a sperare in una giustizia vera, che non sia di facciata come quella che ci hanno dato da mangiare accompagnata da abbondante contorno di merda, fino ad adesso.

Mi auguro solo che nessuno dimentichi, e che i ragazzi più giovani sappiano.

Parlo da postromantico imbibito di nostalgia adolescenziale, mentre dico queste cose, ma, cazzo, sarebbe davvero bello.

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