Gente contro il cemento, gente in lotta per il futuro

Intervista a Marzia Marchi

 

di Mirko Roglia

 

Marzia Marchi è da anni impegnata anima e corpo a favore delle istanze dell’ambientalismo italiano che negli ultimi decenni, grazie a strategie comunicative sempre più capillari e alla partecipazione popolare registrata in numerose occasioni, si è liberato dell’etichetta di movimento di nicchia per farsi portavoce di esigenze e richieste collettive. Dopo la militanza nelle più importanti associazioni a difesa dell’ambiente, Marchi ha ricoperto il ruolo di presidente di Legambiente Ferrara. Oggi risponde alle domande di Mumble: sulla situazione ambientale della nostra area, il degrado ecologico che ci minaccia, le risposte mancate della politica e l’azione dei cittadini.

 

La provincia di Modena ha visto negli ultimi anni aumentare i progetti di sviluppo ad alto impatto ambientale: impianti di combustione delle biomasse, autostrade, autodromi, mega parcheggi e soprattutto il contestato maxi deposito gas previsto nella zona di Rivara. La gente si mobilita ma la classe dirigente non ascolta o allarga le braccia. Dobbiamo rassegnarci di fronte a queste scelte calate dall’alto?

Se c’è un momento in cui la gente non deve rassegnarsi è proprio questo! Sono in atto azioni definite di un preciso disegno politico portato avanti da un’oligarchia di potere che fa leva sulle necessità economiche di un mondo globalizzato. La risposta a questo piano che distrugge l’ambiente, mina la salute degli esseri viventi e condiziona il futuro delle nuove generazioni può avvenire solo dal basso, dal territorio, da una lotta  sui singoli temi, e contro specifici progetti. Ciò che però non può mancare è la connessione tra queste organizzazioni territoriali, per cui la battaglia  contro il maxi deposito di Rivara deve  riconoscersi con quella di altri luoghi che hanno il medesimo problema e non sfociare nel tipico atteggiamento Nimby. Ma mi sembra che quest’ultimo sia un problema ormai superato.

Il valore della democrazia viene innalzato, anche dai partiti che se ne fanno vanto fin dal nome, solo in certe occasioni. Un intero territorio che dice no allo scempio dell’ambiente come può essere ignorato dalla politica?

Purtroppo ciò che oggi va sotto il nome di politica e che è stato assimilato alla spartizione del potere da parte dei partiti ha assunto una connotazione tanto negativa da aver allontanato dalla partecipazione la maggior parte delle masse. Le proteste vengono ignorate dai partiti perché ancora si sentono forti di un consenso fatto di democrazia in delega e di un astensionismo da delusione. Se la battaglia a difesa del territorio continua a coinvolgere la gran parte dei suoi abitanti, prima o poi anche  i partiti che hanno la democrazia solo nel nome dovranno sperimentarla nei fatti.

Con quali aggettivi potresti descrivere la “passione” della politica, in questo caso emiliana, per la cementificazione e – per onorare la verità – conosci esempi che raccontino il contrario?

La cementificazione dell’Emilia rossa viene dall’immediato dopoguerra quando si diffuse l’importante fenomeno della mutualità, ovvero della cooperazione, che era un modo per lavorare in condizioni migliori e per ricostruire un territorio fortemente penalizzato dalla guerra. Poi però il mancato ricambio politico ha determinato una vera e propria “cementificazione” del potere all’interno dei colossi cooperativi che hanno perso l’obiettivo della mutualità e hanno dovuto mantenere in piedi se stessi. Credo anche che  una certa ignoranza di fondo dei quadri dirigenti della sinistra anni ’60 abbia confuso progresso con modernità a tutti costi, sviluppo con consumo ed emancipazione con abbattimento di valori fondanti come quello della solidarietà e della territorializzazione. Si è sviluppata così una “cultura” miope  che  caratterizza ancora la politica democratica di sinistra della nostra regione.

L’italiano medio viene spesso descritto come individualista e disinteressato alle cause comuni ma la partecipazione collettiva contro i progetti di cui stiamo parlando dice il contrario. Siamo meglio di quello che ci raccontano?

Siamo assolutamente meglio non tanto di come ci raccontiamo ma di come il sistema di potere di cui sopra vuole fare apparire l’italiano medio. E’ indubbio tuttavia che negli ultimi  vent’anni di era berlusconiana, è stata messa in atto una sapiente opera di propaganda informativa per affermare i principi , di vecchio stampo borghese, del liberalismo e della privatizzazione, a scapito  dei principi di solidarietà e collettività che si erano andati affermando durante la Resistenza e nel dopoguerra  e che hanno portato agli importanti risultati in materia di diritti degli anni ’70, basti pensare allo Statuto dei lavoratori, che non a caso oggi  è messo sotto pressione.

Cosa ci insegnano la realtà della Val di Susa e il movimento No Tav? L’estenuante corpo a corpo con le istituzioni può avere risultati positivi concreti?

Il movimento No Tav, al di là del merito della battaglia, ha un significato profondo che io non esiterei a iscrivere  nell’ambito delle grandi battaglie in difesa dell’ambiente, della civiltà  e della cultura di un popolo. Un po’, per intenderci come le grandi battaglie di autosopravvivenza che hanno  contraddistinto gli indigeni Yanohami dell’Amazzonia o il popolo Mapuche  nell’estremo Sudamerica. Un primo risultato del corpo a corpo con le istituzioni c’è già stato ottenendo una riduzione del primitivo impianto della linea Tav, ancora più devastante di quello attuale. Credo che questa lotta, al di là delle strumentalizzazioni che se ne tentano, rappresenti una straordinaria prova di democrazia dal basso, in quanto non c’è nessun leader, nessun gruppo che ne vanti la primogenitura, ma avanza per la determinazione della popolazione di restare unita  nella difesa della propria valle, che significa ambiente ma anche stile di vita!

Spesso la critica a chi si oppone ai progetti di demolizione ambientale è l’assenza di proposte alternative. Che soluzioni abbiamo per coniugare rispetto dell’ambiente e crescita economico-occupazionale?

Una delle accuse che come ambientalista mi sono spesso sentita ripetere è quella di  dire sempre no. Una pura e semplice menzogna! Gli ambientalisti, più o meno  organizzati che siano, hanno sempre presentato proposte alternative accompagnate ai no. Ne è prova che ciò che noi ambientalisti proponevano  già negli anni ’80, per esempio sulle energie alternative, oggi è diventato, ahimè, il nuovo business.

Le associazioni a tutela dell’ambiente, a partire dalla stessa Legambiente, hanno fatto tanto in Italia ma oggi sembra che vivano un momento di stand by e siano in difficoltà a coinvolgere i più giovani. Come dovrebbe muoversi una singola persona per “fare rete” e intaccare la realtà?

La mia esperienza nelle associazioni ambientaliste è abbastanza variegata, iniziata in WWF, passata per Greenpeace e terminata in Legambiente dalla quale  ho  recentemente dismesso ogni impegno attivo. E’ vero che le associazioni ambientaliste ora vivono un momento di crisi, soprattutto in relazione al coinvolgimento dei giovani – cosa che non accadeva ventanni fa – ma anche come luogo di opposizione alle politiche antiambientaliste dei partiti. Il motivo credo sia lo  stesso che ha fatto degenerare la cooperazione. Anche all’interno delle associazioni c’è stata poca rotazione  nei vertici e una perdita di democrazia partecipativa. Crescendo,  negli anni sono diventate sempre più interlocutrici delle amministrazioni e dei partiti ma hanno perso il carattere combattivo che avevano originariamente e la gente non ci si è più ritrovata. Per fare rete oggi esistono dei mezzi straordinari che  noi ambientalisti di vecchia data di certo non avevamo, ma il punto è chiarezza degli obiettivi: nel mondo globale una battaglia locale è per forza di cosa connessa alle altre, occorre non rischiare il campanilismo.


Per concludere, l’importante esperienza del movimento “Acqua bene comune” e la “botta” di democrazia dell’ultimo referendum sono segnali di speranza autentica o attimi di passeggera vitalità democratica? Come possiamo fare il modo che questa onda di impegno non si spenga ma, soprattutto, credi che sia ancora accesa?

L’esperienza del Forum nazionale dei movimenti per l’acqua e la straordinaria mobilitazione territoriale nei Comitati locali ha portato ad un risultato grandioso e quasi inaspettato:la vittoria referendaria. Talmente importante che oggi perfino i partiti che l’avevamo sostenuta ci si mettono contro, non tanto nel merito dell’acqua, penso,  ma perché intuiscono la portata “rivoluzionaria” di una mobilitazione dal basso senza leader. Diciamo che quello che ritenevamo un risultato raggiunto, la vittoria dei due quesiti a difesa dell’acqua bene comune, si è mostrato in realtà come solo l’inizio di un cammino perché in Italia, purtroppo, non basta avere le leggi ma bisogna continuamente mobilitarsi per applicarle o difenderle.. basti pensare a quante volte si è cercato di mettere mano alla legge 190 sull’ aborto  o, ripeto, la cruenta guerra in atto sull’art.18 dello Statuto dei lavoratori, che già una volta abbiamo dovuto difendere  nel 2002.

 

 


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